Dal rifiuto della National Portrait Gallery alla copertina del New Yorker: il caso Amy Sherald e la potenza di un’immagine senza compromessi

Amy Sherald non ha mai dipinto per rassicurare lo spettatore, né per adattarsi alle aspettative del mercato o delle istituzioni: la sua pittura, riconoscibile per lo stile sobrio e il trattamento monocromatico degli incarnati, è sempre stata un modo per affermare presenze che troppo spesso la storia dell’arte ha ignorato o relegato ai margini. Uno dei suoi lavori più recenti, “Trans Forming Liberty”, ritrae Arewà Basit, artista e attivista trans, nelle vesti della Statua della Libertà. È un ritratto che travolge l’iconografia tradizionale con sobrietà e precisione, restituendo a quel simbolo nazionale una presenza nuova, fiera, serena, e soprattutto autentica.

Il dipinto raffigura Basit in piedi, avvolta in un manto verde-azzurro che richiama il rame ossidato della statua originale, con una torcia in mano che irradia fiori anziché fiamme e lo sguardo calmo, rivolto frontalmente, come se ponesse allo spettatore una domanda chiara: chi può oggi rappresentare la libertà americana?

Quest’opera doveva essere il fulcro della mostra “American Sublime”, la prima grande retrospettiva di Sherald, attualmente in corso al Whitney Museum, prevista per settembre 2025 presso la National Portrait Gallery di Washington, parte del complesso dello Smithsonian. Nei primi giorni di luglio, la mostra è stata cancellata — non per decisione del museo, ma per volontà dell’artista stessa. La scelta è arrivata dopo che la National Portrait Gallery, sotto pressione politica esercitata direttamente dall’amministrazione Trump, aveva proposto di affiancare al dipinto un video esplicativo “contestualizzante”, con l’intento dichiarato di prevenire possibili polemiche. Per Sherald, quella richiesta rappresentava una forma implicita di censura preventiva, un tentativo di neutralizzare la carica simbolica dell’opera, trasformando la presenza di una donna trans come soggetto del ritratto da affermazione piena a elemento da spiegare o difendere.

Fonti vicine al museo hanno confermato che il vicepresidente J.D. Vance, oggi responsabile del programma federale di revisione culturale, avrebbe minacciato tagli ai finanziamenti pubblici dello Smithsonian se l’opera non fosse stata presentata con un “adeguato bilanciamento”, aprendo di fatto una crisi tra direzione curatoriale e responsabilità politica. In risposta, Sherald ha scelto di ritirare l’intera esposizione, dichiarando che “non avrebbe permesso che la dignità del soggetto venisse negoziata a porte chiuse”.

Il dipinto, però, non è rimasto invisibile. L’11 agosto 2025, “Trans Forming Liberty” sarà la copertina del New Yorker. La rivista ha spiegato la sua scelta con parole chiare: “In un momento in cui i simboli nazionali sono strumentalizzati, Sherald ne crea uno nuovo, che non ha bisogno di essere spiegato ma solo accolto”. La copertina ha trasformato l’opera in una immagine iconica, facendola uscire dallo spazio museale per entrare nel discorso pubblico su scala globale.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Una portavoce dell’amministrazione Trump, Lindsey Halligan, ha definito l’opera “una rilettura ideologica e divisiva” della Statua della Libertà. Sherald ha replicato con fermezza: “La libertà non è fissa. Lei trasforma, e così dobbiamo fare anche noi. Silenziare una figura come quella di Arewà equivale a negare l’essenza stessa del simbolo che rappresenta.”

Diversi musei privati, sia negli Stati Uniti che in Europa, si sono già offerti di ospitare la mostra nella sua forma originaria, rispettando integralmente la visione dell’artista. Intanto, “Trans Forming Liberty” continua a circolare, non solo sulla copertina di una rivista, ma in articoli, manifesti, analisi accademiche, assumendo il ruolo di icona civile in un’epoca segnata da tensioni identitarie e attacchi ai diritti delle persone LGBTQ+.

Sherald, già nota per aver ritratto Michelle Obama in un’opera oggi esposta alla National Portrait Gallery, ha sempre scelto soggetti che sfidano le aspettative del pubblico, che parlano con lo sguardo e occupano lo spazio con sobrietà e intensità. In questo nuovo lavoro, la sua pittura — fatta di silenzi, toni smorzati, dettagli studiati — si trasforma in una dichiarazione che non alza la voce, ma non può più essere ignorata.

Con “Trans Forming Liberty”, Amy Sherald ci ricorda che l’arte può ancora essere uno spazio di verità, e che le immagini, quando create con coraggio e integrità, possono farsi resistenza, proposta e visione. La libertà, ci dice, non è una statua immobile, ma un corpo in trasformazione. E chiunque abbia il coraggio di portarne il peso, ha il diritto di rappresentarla.

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