Nel 2025 il linguaggio dell’arte contemporanea sta cambiando più velocemente delle opere stesse. Nuove parole emergono, circolano, si fissano nei testi critici, nei pitch curatoriali, nei comunicati stampa, diventando indicatori sensibili di un clima culturale in trasformazione. Non sono semplici neologismi: sono strumenti di orientamento, segnali che raccontano come stiamo guardando, producendo e valutando l’arte oggi.
Tra queste, alcune parole stanno assumendo un peso specifico particolare, perché condensano tensioni strutturali: tra tecnologia e senso, tra mercato e resistenza, tra comfort visivo e complessità.
Rifugio climatico è una di queste. Il termine nasce in ambito urbanistico e sociale, ma nel discorso artistico assume una valenza simbolica precisa. Musei, spazi indipendenti, biblioteche e centri culturali vengono sempre più immaginati come luoghi di protezione: dal caldo estremo, dall’iperstimolazione, dalla violenza del presente. Non più solo spazi di rappresentazione, ma ambienti di sosta, cura, rallentamento. L’arte, in questo scenario, non è chiamata tanto a “denunciare” quanto a creare condizioni di abitabilità, anche temporanee.
All’estremo opposto si colloca AI slop, forse il termine più duro e rivelatore dell’anno. Con questa espressione si indica la massa indistinta di contenuti generati dall’intelligenza artificiale senza necessità, intenzione o responsabilità. Nell’arte, AI slop non è sinonimo di sperimentazione tecnologica, ma il suo fallimento culturale: immagini corrette ma vuote, testi plausibili ma inerti, opere che esistono solo per occupare spazio visivo. È il rumore di fondo contro cui oggi si ridefinisce il valore di una scelta, di un gesto, di un tempo lungo.
In questo contesto si inserisce sumud, parola araba che significa “resistenza perseverante”. Non esplosiva, non spettacolare, ma continua. Nel lessico artistico contemporaneo, sumud viene usata per descrivere pratiche che insistono sulla durata, sulla presenza, sulla memoria, soprattutto in contesti di marginalità politica e culturale. È una parola che sposta l’attenzione dall’evento all’esistenza, dalla visibilità alla tenuta, e che mette in crisi l’ossessione per l’impatto immediato.
Più formale, ma altrettanto significativa, è bordercore. Un’estetica dei confini, delle cornici visibili, dei margini dichiarati. In un’epoca che ha celebrato la fluidità totale del digitale, bordercore riporta l’attenzione sui limiti: tra opera e spazio, tra immagine e supporto, tra contenuto e contenitore. È una risposta visiva e concettuale alla smaterializzazione, un modo per dire che il confine non è un problema da eliminare, ma una condizione da abitare.
Sul piano critico, il termine non-frictional art viene sempre più utilizzato in senso polemico. Indica un’arte senza attrito: immediatamente leggibile, gradevole, ottimizzata per la condivisione, incapace di creare resistenza. Non è una questione di stile, ma di esperienza. La non-frictional art non chiede tempo, non genera dubbi, non mette in crisi. Nel 2025, questa categoria diventa centrale proprio perché cresce, in parallelo, il desiderio di opere che invece rallentino, disturbino, costringano a fermarsi.
Infine, red chip. Se il blue chip rimanda alla stabilità istituzionale e al valore consolidato, red chip racconta un’altra economia dell’arte: più emotiva, più rapida, più legata all’impatto visivo e alla circolazione digitale. Artisti e opere riconoscibili, cromaticamente forti, spesso nati fuori dai percorsi tradizionali, che costruiscono valore nella velocità più che nella durata. Non è necessariamente un termine negativo, ma segnala un cambio di paradigma: il mercato non premia solo la continuità, ma anche l’intensità.
Queste parole non descrivono semplicemente delle tendenze. Disegnano una mappa. Raccontano un sistema dell’arte attraversato da una tensione costante tra saturazione e senso, tra produzione infinita e bisogno di selezione, tra comfort e complessità. Capirle significa capire dove si sta spostando il discorso sull’arte contemporanea — e, forse, anche dove sta cercando di resistere.


