Dal salotto alla passerella virtuale: come cambia la sfilata di moda nel tempo tra heritage e streaming digitale

Si ricordano momenti nella storia della moda in cui gli abiti da prodotti diventano spettacolo, scena, seduzione e racconto. Nella misura in cui la moda “non crea la società ma la riflette”, scriveva Roland Barthes, la sfilata da sempre è un osservatorio privilegiato per comprendere come la collettività negozia significati e simboli. La prima mise-en-scène ebbe origine a fine ‘800 all’interno di un atelier parigino, le attuali forme di presentazione in passerella sembrano confermare tale origine, trattando il passato come una riserva di citazioni che riafforano nel presente con manifestazioni visibili, fra cui revival stilistici e artigianato d’eccellenza.

In questa nuova creatività, che fa i conti con il tempo e che la sfilata accoglie, è contenuto un principio politico che riguarda i soggetti sociali più che le leggi stilistiche: guardare al passato con tutti i sensi e farlo entrare nella sfera del gusto per renderlo condivisione collettiva, non solo esteriore, di un’esperienza pubblica. L’intuizione che un abito potesse vivere solo muovendosi fu del couturier inglese Charles Frederick Worth il quale, ribaltando il ruolo esecutivo del sarto, creò per la prima volta dei modelli inediti in completa autonomia espressiva, indossati su donne reali.

Abiti in movimento anziché esposti su busti inanimati, che istituzionalizzarono la presentazione dei capi dal vivo, ancora senza musica, pedana o folla. Dall’intimità alla rappresentazione, il rituale estetico culmina nella sfilata-spettacolo nel ‘900 grazie a Paul Poiret; seconda tappa dell’ innata teatralità ed esperienza dell’abito che condusse ad una trasformazione radicale in cui strategie pionieristiche di marketing promozionale e pubblicità costruirono le basi del fashion staging contemporaneo, arte sempre più sofisticata anche oggi che trasforma ogni anticipazione di collezione in un grande evento culturale aggiungendo significato ed emozione ai capi. 

Negli ultimi anni, dalla moda ci si aspetta nuovi look ma anche ethos, idee, sensibilità attraverso i suoi show, per cui la scena, i prodotti e i materiali diventano veicoli di un messaggio preciso. Nuove tecnologie trasformano la sfilata in evento algoritmico, pensato per vivere sul feed delle piattaforme sociali quanto dal vivo, la sostenibilità emerge come supporto tecnico e non come mero intellettualismo, l’ibridazione della moda come arte performativa impone nuovi archetipi e visione.

Da fashion parade degli anni ’20 con modelle che sfilavano tra scaffali come attrici improvvisate offrendo il lusso della visione dal vivo, ad installazione e progetto curatoriale, come si è trasformata la passerella negli ultimi vent’anni? Nel panorama globalizzato e dominato dalla comunicazione istantanea, lo staging è diventato un linguaggio a sé, capace di identificare un brand quanto la sua collezione. Una nuova narrazione strategica allestisce la complessità dell’universo moda all’interno di contesti site-specific, inusuali e contraddittori per il lusso, risvegliando le critiche e il dibattito politico sui fenomeni più urgenti nei quali essa stessa è coinvolta. Accade alla Acatama Fashion Week del 2024, quando la stilista Maya Ramos sfila con i suoi abiti in uno dei luoghi più compromessi dall’inquinamento tessile, discarica planetaria e simbolo della desertificazione di una moda che realizza prodotti veloci e senz’anima.  

Distante dai gesti lenti e dal fascino dei défilé dai gesti lenti degli anni ‘30 di Coco Chanel, Madeleine Vionnet o Elsa Schiaparelli, anche il calendario della Fashion Week, creato come programma nel dopoguerra per fissare appuntamenti e regole condivise tra brand di alta moda dando vita ai due poli stagionali che ancora oggi governano la passerella, assiste ad alcune variazioni: collezioni sfilano senza stagione e nuove modalità rompono la programmazione come l’immediata disponibilità per la vendita al pubblico di articoli dopo le sfilate nel “see-now-buy-now”, presentazioni digitali, show esperienziali ed attività di “consumer-facing”. 

Runaway Reloaded, la storia della sfilata ricomincia con nuove norme e modelli di creatività, riportando in vita mood e scelte del passato che convinsero stilisti come Walter Albini, Missoni, Krizia, Ken Scott a lasciare le passerelle della Sala Bianca di Firenze per sfilare a Milano, seguendo logiche di riduzione dei costi e dei tempi di logistica, facilitando la collaborazione con i laboratori.

Nuovi créateurs de mode compaiono sulla scena come protagonisti con una formula di prêt-à-porter rinnovato: moda pronta da indossare in taglie disponibili rispetto ad un campionario prodotto con le loro mani o realizzato a chilometro zero, dando uno slancio evolutivo alla sfilata non più rappresentazione scenica ma ecosistema, manifesto della loro brand equity. Come “Perle ai porci”, ultima proposta di stile firmata Simon Cracker autunno inverno 2026, critica sociale e satirica al sistema della moda e alla società contemporanea, in particolare alla superficialità e all’ostentazione della ricchezza fittizia. Un tema sociologico che ricorre nel passaggio della moda dagli anni ’80 ad oggi “[…] espressione del mutamento del tessuto socio culturale e tensione alla ricerca di una modernità […] perché la società richiede in qualche modo di essere riconosciuta e riconoscibile nei suoi ruoli anche attraverso il vestire”, cita Adriana Mulassano in una sua intervista del 2021 a Style Magazine. 

Da avvenimento pubblico nel 1984 con Thierry Mugler, che concesse al pubblico generico di fare ingresso al suo défilé, al branding spettacolarizzato esploso negli anni 2000 con le scenografie di Karl Lagerfeld per Chanel, oggi le rappresentazioni immersive ricreate all’interno di grandi architetture storiche sono superate e il Grand Palais si trasforma in un microcosmo dove il cielo non è solo sfondo, ma protagonista emotivo. Spazi minimali, effimeri ed artistici diventano le prospettive che i brand prediligono per il minor impatto ambientale e l’inclusività nelle proprie rappresentazioni, immaginari in evasione e alla ricerca di una casa.

Una tendenza anticipata da Bureau Betak nel 2021 su una passerella lunga 600 metri in mezzo ad un campo come una sagra di paese, capace di raccontare i temi centrali di quel periodo: solitudine, diversità, autenticità, inclusività. Un modello di rottura o anti-staging proseguito da Gucci nella Sfilata “Cosmogonie“del 2023 con outfit presentati senza teatralità, lontano dai riflettori in luoghi popolari e quotidiani: dichiarazioni concettuali che mettono al centro l’abito criticando l’eccesso e concentrandosi su una moda come messaggio politico sociale. 

La moda non sfila più, accade. Negli show all’aperto o catwalk condivisi in eventi ibridi tra fisico e virtuale in cui la passerella diventa specchio del mondo in dialogo costante con il contemporaneo: la rivoluzione digitale trasforma i passi in contenuti di tendenza con ritmi dettati dallo streaming in diretta per un pubblico globale, connesso ed immediato, non piu’ intimo e domestico.  

Quindi la passerella contemporanea, figlia della teatralità ottocentesca e della razionalità dei calendari, racconta desideri, paure, poteri e identità di un’epoca che pubblico e fashion roadmen desiderano via streaming, come elemento chiave della democratizzazione dell’industria della moda, resa accessibile ad un pubblico molto più ampio. Sebbene la sfilata offra la sua continuità pur dentro la trasformazione, per la sua natura intraprendente e contraddittoria, è continuamente soggetta a critiche anche attraverso un opinionismo da tastiera che si trasforma in questione pubblica. 

Essa resta comunque un gesto profondamente umano nel bisogno di vedere la bellezza prendere vita: l’esperienza non più passiva dello spettatore, libero di interpretare le forme estetiche su capi concepiti come opere aperte, rafforzano l’idea che i brand di moda non sono solo marchi ma attori culturali in una passerella che ha un valore pedagogico nel condurre il consumatore a leggere il vestito, non solo ad acquistarlo: una narrazione in cui la moda è più consapevole e meno consumistica perché l’abito diventa strumento di espressione personale e riflessione come dimostra lo stilista Izumi Kato nella sfilata Anteprima 2026. 

Tra spettacolo e sostenibilità, tra calendario e innovazione, intuire come il format si evolverà nel prossimo futuro anche in base alle controversie reali non è scontato: dietro all’ apparenza glamour può esserci infatti impatto ambientale, consumo di risorse, consenso generato su zone sensibili oppure dilemmi etici, come il greenwashing. Tutti argomenti che ci allontanano dall’idea di un runaway utile come modello per comunicare valori e dalla moda come racconto più ampio e desiderabile. Dispositivo sociale complesso, la sfilata rivela la sua natura più profonda nella sovrapposizione tra estetica, performance e identità: un racconto collettivo sul nostro essere ma soprattutto sul nostro voler diventare intrecciando dinamiche di identità, potere, desiderio e rappresentazione come dichiarava Georg Simmel, “[…] espressione di un bisogno di unione con gli altri e al tempo stesso del bisogno di distinzione”.

Photo credits: Pexels

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Al MUSE(O) per apprendere con tutti i sensi: le proposte di IED Roma

Sono diversi anni ormai che l’Istituto Europeo di Design di Roma ha attivato un filone di ricerca specifico, nato nell’ambito del corso di Product Design, ma sviluppatosi poi nel più generico Master in Design for Children, in modo da integrare le attività di ricerca tradizionali con le nuove sfide educative che stanno investendo istituzioni come la scuola, i musei e il mondo della cultura in genere.

Andrea Chiampo ad Art Basel Miami 2025: MATER NATVRA e il confine tra fisico e digitale

L'edizione 2025 di Art Basel Miami Beach segna un punto di non ritorno per il mercato globale con il debutto di Zero 10. Curata da Eli Scheinman, questa nuova sezione non è solo uno spazio espositivo, ma una piattaforma critica dedicata all'arte dell'era digitale: un ponte necessario tra la solidità del mercato tradizionale e l'avanguardia tecnologica di AI, robotica e blockchain.

Artuu Newsletter

Scelti per te

Questa non è una mostra, è un vero e proprio museo di arte contemporanea: la Sonnabend Collection a Mantova

Ceci n'est pas une exposition. Parafrasando le celebri parole di Magritte, raffigurate nel suo “Tradimento delle immagini” (1929), possiamo affermare che la Sonnabend Collection Mantova, inaugurata il 29 novembre scorso, effettivamente non è una mostra.

Formare la forma, riscrivere il ruolo della donna: perché Rachele Bianchi conta ancora oggi

“Sensibilità è partecipare al dolore degli altri”. Basterebbe solo questa frase per spiegare la poetica di Rachele Bianchi, artista multidisciplinare le cui opere, dalla forte carica emotiva ed empatica, parlano e hanno parlato a diverse generazioni.

Seguici su Instagram ogni giorno