Il fluire del tempo non può seppellire la forza rivoluzionaria dei movimenti artistici sorti all’inizio del Novecento, sono trascorsi più di cent’anni dalla pubblicazione del Manifesto del Surrealismo di André Breton (La Révolution Surréaliste, 1924) eppure la sua influenza non è mai stata così evidente. Immersi in un’epoca dove i confini della realtà sono labili perennemente in bilico tra fisico e digitale, mettiamo nuovamente in dubbio i limiti della percezione umana, o meglio, dell’esistenza stessa che non offre più una netta distinzione tra astrazione e concretezza. Viviamo all’interno di mondi che fino a pochi decenni fa avrebbero potuto appartenere solo alla dimensione dell’onirico, trascinati da un continuo fluire.
Nelle istanze culturali odierne si respira un bisogno di ritorno al concetto di totalità, alla consapevolezza dell’inseparabilità dell’umano dal naturale. Le visioni metamorfiche tornano quindi a suggerirci forme di conoscenza altre legate alla trasmutazione della materia che, passando da uno stato all’altro, diventa qualcosa in cui riconoscersi: un corpo da plasmare, una seconda pelle da indossare, un cibo da consumare, una soglia da attraversare.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” (Antoine-Laurent de Lavoisier)

Nell’arte contemporanea l’eredità dei surrealisti si traduce in una tendenza all’ibridazione. È questa la premessa teorica da cui si sviluppa Organico fantastico, la mostra collettiva curata da Pasquale Fameli e Valentina Rossi, promossa da CUBO, il museo d’impresa del Gruppo Unipol. Ospitata dal 10 giugno al 26 settembre 2026, l’esposizione trova la sua perfetta collocazione al venticinquesimo piano della Torre Unipol di Bologna, dalle cui vetrate è possibile ammirare un panorama unico dove i campi coltivati si fondono alle trafficate reti stradali bolognesi in un solo immenso organismo. Questo formicolio urbano continuo, visibile in trasparenza dietro le sculture, instaura un cortocircuito poetico tra il tempo accelerato della quotidianità cittadina e il tempo lento, quasi geologico, delle opere in mostra.
È lo stesso percorso espositivo a suggerirci l’idea di un paesaggio plastico, materico, in cui forme e medium mutano in relazione tra loro, come in un ecosistema visivo in divenire. Partendo da questa consapevolezza, la mostra interroga il fantastico come luogo indefinito che si nutre del potenziale generativo della natura. Le opere diventano quindi zone di contatto nelle quali non siamo meri spettatori o narratori ma partecipiamo a un atto di co-creazione, “attivando un immaginario biomorfico che non si limita a evocare la natura, ma ne rielabora le logiche generative” (Pasquale Fameli e Valentina Rossi).
Quest’instabilità si adatta perfettamente all’architettura degli spazi espostivi che, aprendosi al territorio circostante, offrono un’esperienza immersiva che, rispetto al tradizionale white cube, non si limita a presentare i lavori bensì li integra.
È in questo orizzonte sospeso che si muovono i lavori di cinque protagonisti dell’arte italiana contemporanea — David Casini, Caterina Morigi, Marta Pierobon, Alessandro Roma e Alberto Scodro — i quali dialogano a ritroso nel tempo con due capolavori storici del Patrimonio artistico del Gruppo Unipol: Suspended Form – Red Ground (1962) del maestro organicista britannico Graham Sutherland e Tombeau d’un roi maure (1929) di Alberto Savinio.
Il legame con Alberto Savinio, artista metafisico che ha operato spesso al confine sottile con il Surrealismo, risiede nella dimensione del gioco utilizzato come strumento per decostruire la solidità del reale tramite l’ironia e l’immagine del giocattolo inteso come costrutto metafisico che racchiude: la creazione, la finzione, l’azione svincolata dalle regole rigide del reale. Richiamo che si riflette nella produzione contemporanea di Alberto Scodro, presente con Trottole (2020), giocattoli semplicissimi che proprio grazie al loro roteare si prestano a diverse metafore. Oggetti divenuti parte integrante della cultura pop, il totem che nel film Inception di Christopher Nolan stabiliva il confine ambiguo tra la veglia e la dimensione onirica. Inconsapevolmente, la trottola di Scodro, proprio come quella di Nolan, sfida le leggi della fisica, oscillando in tensione tra stasi e movimento.
Le sue sculture nascono dall’imprevedibilità, da processi in cui è il fuoco a decidere parte della forma, e mantengono un intenso dialogo con la tradizione fittile veneta di Nove, la sua città d’origine. L’opera ci spinge a riflettere sul valore identitario del materiale, un medium prima abbandonato in favore di materiali più moderni, come resine e plastiche, che torna a conquistare un ruolo nella contemporaneità. L’interesse per la modellazione ceramica, che all’inizio del Novecento vide giganti come Joan Mirò o lo stesso Fausto Melotti misurarsi con la duttilità dell’argilla, riemerge oggi non come un nostalgico revival artigianale, ma come una precisa urgenza concettuale. C’è, nella scultura ceramica contemporanea, la ricerca radicale di un contatto profondo con il “terreno” inteso nel senso più stretto, ancestrale e letterale di terrestre.

Lo si nota chiaramente nei lavori di Alessandro Roma, dove opere come Mask (2024) o Dressing Landscape (2025) stratificano pittura, tessuto e argilla in creazioni “indossabili”, abiti cerimoniali dove l’antropomorfo e il vegetale si fondono senza soluzioni di continuità. Anche la manualità istintiva di Marta Pierobon, creatrice di figure ibride come Lucio (2025) e Faccetta bianca (2025), sfrutta la plasticità della materia per dare corpo a presenze imperfette, domestiche e fiabesche al contempo, capaci di evocare immaginari molto lontani: dalle ceramiche di Pablo Picasso alle creature che animano la mitologia nipponica e le animazioni di Hayao Miyazaki. In dialogo con le teche di David Casini, sculture dinamiche in ottone, specchi ed elementi vegetali che richiamano le storiche Wunderkammern europee, con la volontà di rendere eterne le forme organiche racchiuse sottovetro. In quella buccia ruvida, irregolare, segnata dal processo di essiccazione, scorgiamo proprio la trasformazione della materia organica che, solidificandosi, assume un aspetto scultoreo.
“La componente organica è centrale nella mia ricerca scultorea, in dialogo con la storia dell’arte e con il paesaggio. La considero come un frammento di natura morta, dove organico e inorganico si intrecciano. Indago la sospensione del tempo e la possibilità di trattenere ciò che è destinato a trasformarsi. Alcuni elementi vengono cristalizzati con processi quasi alchemici, altri riprodotti in resina, matenendo la forma ma traslandola in una condizione artificiale”. (David Casini)
Analogamente, i rigorosi “reperti archeologici” parte della serie Making Special (2022) di Caterina Morigi — che incide marmi e onici con forme ispirate ai motivi decorativi delle antichità — sembrano volerci proporre manufatti mai ritrovati e appartenenti a civiltà scomparse. È un’operazione che evoca la stessa urgenza narrativa delle incisioni rupestri della Val Camonica, dove il segno scavato nella roccia diventa un mezzo tramite cui tramandare le proprie conoscenze ai postumi; qui, l’opera dell’artista si fa parte di un archivio sensibile, sottoposto alla stratificazione del tempo.
Organico fantastico si rivela così un’operazione critica di rilievo, sapientemente accompagnata da un catalogo edito da CUBO con i saggi dei curatori e le interviste dirette agli artisti. La selezione riesce nel difficile compito di dimostrare come la reinvenzione fantastica dell’organico non sia legata a una specifica cronologia, ma sia una condizione intrinseca dello spirito umano che riemerge epoca dopo epoca. Rappresenta la nostra inesauribile curiosità nei confronti della natura i cui meccanismi, in grande parte ancora sconosciuti, lasciano spazio alla meraviglia sollecitando la fantasia.


