Dall’algoritmo ai listening parties: la riscoperta del valore dell’ascolto

Nel pieno dell’era caratterizzata dall’accesso illimitato allo streaming, l’ascolto si è fatto rapido, frammentato e spesso superficiale. L’album ha perso centralità, sostituito da tracce isolate e loop progettati per catturare i pochi secondi di attenzione che concediamo a un contenuto tra uno scroll e l’altro. I listening parties, momenti di incontro e condivisione incentrati esclusivamente sull’ascolto, nascono dentro questa frattura chiedendo concentrazione e presenza, anche fisica in questo caso. Non si tratta solo di ascoltare musica insieme ma di partecipare a un rito collettivo rispettandone religiosamente le prescrizioni.

I listening parties sono eventi collettivi incentrati sull’ascolto integrale di un album, spesso in anteprima, in uno spazio condiviso e privo di distrazioni. Un’esperienza emotiva nello stesso luogo e nello stesso momento. Artisti come Billie Eilish e Frank Ocean, insieme a numerosi collettivi indipendenti, hanno iniziato a privilegiare questo formato rispetto ai lanci tradizionali, che appaiono sempre più azioni di marketing un po’ fuori dal tempo e appesantiti da ridondanza e gigantismo. “I listening parties – spiega ad Artuu Simona Frasca, professore di Etnomusicologia all’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ –  rispondono a un bisogno costante dell’individuo di condividere la musica. Se da una parte l’abitudine all’ascolto domestico in solitudine ha permesso che fiorisse e poi esplodesse in maniera esponenziale il consumo di musica registrata, ora ci troviamo di fronte all’integrazione tra un aspetto decisamente tecnologico, cioè la musica registrata su supporto digitale, e le necessità sociali, cioè creare una comunità, anche temporanea, attorno alla musica. Siccome c’è sempre di mezzo l’industria discografica, come nei casi più famosi, da Rosalía a Taylor Swift o in Italia Marracash, questo fenomeno risponde a una funzione promozionale perché è strumento di lancio di un disco o di valorizzazione di un artista”.

Il caso Kanye West e la Gen Z

Il modello non è del tutto nuovo. Negli ultimi due anni, però, il formato si è diffuso in modo più capillare, radicandosi anche in contesti locali e indipendenti. Per chi partecipa ai listening parties, la dimensione collettiva è centrale. Le reazioni degli altri, il silenzio condiviso, il confronto immediato dopo l’ascolto costruiscono un senso di connessione artistica ed emotiva. La cura degli spazi – luce, suono, disposizione dei partecipanti – diventa parte integrante dell’esperienza. Come quando si va in scena, ma in un formato più intimo, silenzioso. C’è anche una componente generazionale nel successo dei listening parties. Per la Gen Z, queste pratiche intercettano un desiderio più ampio di ritorno all’analogico: vinile, pellicola, luoghi fisici in cui il tempo rallenta. I listening parties si collocano tra installazione e rituale, più vicine alla presenza che alla performance. Sul piano economico, rispondono a un’esigenza concreta.

Il touring è sempre più costoso, spesso insostenibile, mentre piccoli eventi di comunità permettono di presentare la musica in modo curato, senza la pressione produttiva dei live. Quando gratuiti, inoltre, diventano anche una forma di restituzione al pubblico. “La musica nell’atto dell’ascolto – prosegue Frasca – è soprattutto condivisione, questo aspetto si esprime nei giudizi che si formano collettivamente e determinano la densità di significato estetico e sociale che attribuiamo a un’opera discografica per cui nel caso della musica ‘di consumo’ non sono mai solo ‘canzonette’ come cantava Bennato. Un brano musicale racconta molto di più della semplice sovrapposizione di musica e testo. Pensiamo al punk inglese e alla posizione critica che esprimeva  rispetto alla politica inglese degli anni della Thatcher. Poi non dimentichiamo che la musica è soprattutto movimento e l’idea di ascoltare insieme un disco porta con sé il ballo in molti casi e lì si apre tutto il capitolo sul dato sensoriale e corporeo che non è assolutamente meno importante”.

In Italia, il fenomeno si muove su scale molto diverse. Da un lato, l’operazione di Kanye West e Ty Dolla Sign per “Vultures Volume 1” nei palazzetti di Milano e Bologna nel 2024: i biglietti dal costo proibitivo e un formato più vicino alla performance vera e propria hanno generato reazioni contrastanti. Dall’altro, realtà come il SEMM Music Store di Bologna, che da anni costruiscono comunità attorno all’ascolto ed eventi in cui il focus è sulla fruizione condivisa della musica. Dal 2009, il negozio ha organizzato oltre 150 eventi, ospitando artisti italiani e internazionali. Nel maggio 2025, SEMM è stato l’unico negozio italiano coinvolto nell’anteprima mondiale di “Mixes of a Lost World” dei The Cure. L’ascolto avveniva su acetato, un supporto destinato a deteriorarsi a ogni passaggio per evidenziare il valore di un’esperienza che si consuma, irripetibile per definizione. Su un piano più mainstream, invece, lo scorso febbraio, Milano è stata scelta da Harry Styles, insieme ad altre 40 città nel mondo, per ospitare un listening party per l’ascolto del suo nuovo album, “Kiss All The Time. Disco, Occasionally”.

Un modello che guarda alla comunità e alla condivisione

Il format dei listening parties, al tempo delle playlist promosse dall’algoritmo e delle band generate dall’intelligenza artificiale, probabilmente trova il suo senso più profondo proprio in questo aspetto: la comunità non è lo strumento di veicolazione di un intento pubblicitario, ma il fine stesso dell’iniziativa. In un sistema dominato dalla sovrapproduzione e dalla competizione per l’attenzione, queste pratiche indicano un’altra direzione. La musica torna a essere uno spazio da abitare e non l’ennesimo contenuto parte della pratica dello “scrolling” infinito. Nel buio di una sala, accanto a sconosciuti, resta solo l’ascolto. “La musica cambia velocemente insieme alla tecnologia, e non solo. Ritengo che tra i linguaggi espressivi quello musicale sia quello più plastico, disposto a trasformarsi continuamente, forse perché la sfera sonora è molto più sfuggente rispetto a quella visiva, della scrittura o delle immagini. Da quando esiste il digitale, la struttura e i format discografici sono radicalmente cambiati, quella è stata secondo me l’ultima grande rivoluzione dei supporti se proprio vogliamo individuarne una. I listening parties certamente sono utili, creano l’evento, l’unicità di un’occasione, e riconducono così in maniera surrogata la musica alla sua qualità specifica originaria”, conclude Frasca.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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