Kane Parsons aveva sedici anni quando, il 7 gennaio 2022, caricò su YouTube, con lo pseudonimo Kane Pixels, un video di nove minuti intitolato “The Backrooms (Found Footage)”. Una clip realizzata nel suo appartamento con Blender, un software di grafica 3D gratuito, e dall’estetica volutamente scadente: found footage, colori spenti, luce al neon, corridoi anonimi senza fine. In poche settimane il video aveva raccolto decine di milioni di visualizzazioni. Quattro anni dopo, il film che ne è derivato (prodotto da A24 con un budget di dieci milioni di dollari e un cast che include Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve) ha incassato oltre 360 milioni di dollari in tutto il mondo, diventando il maggior successo nella storia dello studio. Parsons, oggi ventenne, è il regista più giovane ad aver debuttato al primo posto al botteghino americano. “Backrooms”, al di là del successo al botteghino, racconta come internet sia diventato uno dei principali laboratori estetici dell’horror contemporaneo, tra video autoprodotti, forum e piattaforme social.
Creepypasta, analog horror, spazi liminali: la genealogia di un caso come “Backrooms”
Da dove nasce l’immaginario che ha influenzato le scelte narrative ed estetiche di Parsons? Le backrooms, infatti, non sono un’invenzione dello youtuber diventato regista: fanno parte della grande famiglia delle “creepypasta”, una delle tante leggende metropolitane digitali che circolano su forum e community online (4chan, Reddit, TikTok) sotto forma di screenshot, immagini inquietanti e post anonimi. Il nome viene dall’unione di creepy e copypasta, il testo copiato e incollato da una piattaforma all’altra, in un processo che ricorda il gioco del “telefono senza fili”. È un formato di racconto che esiste almeno dalla metà degli anni Duemila: “Slender Man”, “Candle Cove”, “Jeff the Killer” sono i precedenti più noti. La creepypasta delle backrooms nasce nel 2019 da un’immagine apparsa su 4chan: una stanza con pareti giallastre, moquette sporca, luce al neon. La didascalia diceva: “Se sbagli strada nella realtà, potresti finire qui”. Un’idea semplicissima, quasi primitiva, ma potentissima. Parsons ci ha costruito sopra una mitologia: laboratori segreti, creature, livelli nascosti, una lore espansa episodio dopo episodio, scegliendo come linguaggio l’analog horror, sottogenere che simula l’estetica consumata e nostalgica dei vecchi media analogici. VHS, programmi televisivi degli anni Ottanta, registrazioni disturbate. L’effetto nasce dal contrasto tra familiare e perturbante: ciò che dovrebbe apparire normale diventa minaccioso proprio perché riconoscibile, ma allo stesso tempo estraneo e inquietante, perché privo di elementi che rimandano alla presenza di vita. “L’horror tra tutti i generi più tradizionali è quello naturalmente esposto alla novità, perché è spesso generazionale”, spiega ad “Artuu Magazine” Rocco Moccagatta, docente di storia del cinema alla IULM di Milano e critico per il settimanale “FilmTV”. “Ha a che fare spesso con la trasformazione del corpo, con le ansie adolescenziali, ha per protagonisti quasi sempre adolescenti. Internet e le piattaforme sono luoghi dove si permette una certa creatività alle generazioni giovani che sono le più interessate all’horror, perché per loro è un linguaggio, un modo di esprimersi”.

Il perturbante del quotidiano
Gli spazi e la loro rappresentazione sono un altro elemento caratterizzante di questa nuova era dell’horror generato da fenomeni online. Gli spazi liminali, scenario perfetto di incubi che si manifestano nella quotidianità, sono luoghi di transito: corridoi di alberghi, centri commerciali chiusi, aeroporti deserti, uffici senza persone, piscine abbandonate. Ambienti che normalmente sono pieni di vita vengono mostrati vuoti e minacciosi. Una forma di inquietudine preverbale, legata al modo in cui il cervello riconosce un luogo ma percepisce che qualcosa non torna.
“Nel caso delle backrooms, tra tutte le creepypasta digitali, abbiamo un elemento di interesse in più – osserva Moccagatta – , cioè questo suo partecipare, non so quanto consapevolmente, a un senso di ansia contemporanea che ci viene dai non luoghi. Il nostro vivere tanta parte della vita nei luoghi di transito, come aeroporti, stazioni, alberghi. Le Backrooms sono la massima espressione di questo disagio che prende corpo in questa infinita teoria di stanze dai colori improbabili”. E aggiunge: “I meno giovani ricorderanno che si tratta di riferimenti già utilizzati da grandi registi come Lynch, Cronenberg. Le generazioni più giovani se ne sono appropriate trasformandoli in fenomeni perfetti per la viralizzazione”.
L’orrore delle Backrooms non è infatti un mostro che sbuca da un armadio ma il vuoto, il dislocamento, la sensazione di essere in un posto conosciuto ma sbagliato. Parsons lo ha detto in un’intervista a “Interview Magazine”: “La direzione creativa viene dal sogno di trovarsi nella propria casa d’infanzia, ma svegliarsi e registrare che il posto in cui eri era completamente diverso dalla versione reale. Tutte le informazioni semantiche di quel luogo si sono mescolate e applicate in modo sbagliato, ma tu ci credevi e lo sentivi ugualmente”.

La scena del crimine: 4chan, Reddit, YouTube
Il percorso delle Backrooms verso Hollywood segue una traiettoria unica: un’immagine anonima su 4chan, la community di Reddit che la trasforma in leggenda, alimentandone la mitologia, un creator di YouTube che ci costruisce sopra un racconto seriale. Infine, un importante studio che annuncia l’adattamento cinematografico in pompa magna su “Deadline”. Tutto questo in meno di quattro anni.
“Backrooms era proprio questo fenomeno nato online, una fotografia apparsa su 4chan aveva affascinato molti utenti della piattaforma”, racconta Moccagatta. “Poi c’è Kane Parsons che aveva creato piccoli video, aveva costruito una lore, una mitologia, dietro una suggestione. Piano piano la visibilità è cresciuta, grazie a quel pubblico di giovanissimi che se poi si ritrova Backrooms al cinema, e ha senz’altro una ragione in più per andare a vedere il film. Sei stato parte di quella mitologia, magari hai contribuito a diffonderla, l’hai vista nascere in diretta, ne hai seguito le varie fasi. Penso sia una ragione ulteriore per la declinazione horror e per spiegare la connessione con il pubblico”. Un meccanismo che spiega anche l’anomalia produttiva: un film costato circa dieci milioni di dollari ha fatto registrare numeri degni di un blockbuster. L’88% del pubblico dell’opening weekend aveva meno di 35 anni. Il 43% rientrava nella fascia 18-24. Non erano spettatori arrivati al cinema per caso, ma la community che aspettava il proprio film.

Hollywood alla caccia delle creepypasta
Il successo di “Backrooms” ha aperto una nuova “corsa all’oro”. Dopo l’annuncio degli incassi, è partita quella che Moccagatta definisce «una gara tra studios per impadronirsi delle creepypasta in rete» e trasferirne suggestioni e scenari sul grande schermo. Steven Spielberg, attraverso Amblin Entertainment, produrrà “The Mandela Catalogue”, adattamento dell’omonima serie analog horror creata da Alex Kister. “Iron Lung” del creator Markiplier, prodotto con un budget di 3 milioni di dollari, ne ha incassati 50. “Obsession” di Curry Barker, altro filmmaker internet-native, ha superato persino Backrooms con oltre 370 milioni di dollari, a fronte di un budget di appena 750 mila dollari.
Una tendenza in crescita, quindi, che Hollywood legge con la propria logica. “I personaggi di questi film sono dei tropi rielaborano ansie precedenti ma guardando a una sensibilità contemporanea”, osserva Moccagatta. “Però questa corsa potrebbe anche essere un tentativo di porre rimedio, da parte degli studios, a incassi in flessione, anche dei cinecomic, con film che costano poco, senza divi e alimentati dal passaparola”. Resta però una tensione di fondo: l’innesto delle logiche dei creator negli ingranaggi hollywoodiani è tutt’altro che immediato. Hollywood ragiona con metriche diverse rispetto a quelle di un creator e l’integrazione tra i due mondi non è né automatico né indolore. Il caso di “Slender Man” nel 2018, primo adattamento cinematografico diretto di una creepypasta, accolto tiepidamente da critica e pubblico, dimostra che il materiale grezzo non si trasforma automaticamente in un buon film. “Backrooms funziona perché è stato affidato al suo creatore”, puntualizza Moccagatta. “Questo è stato vincente. È una garanzia per il pubblico che in questo caso ha un legame ancora più forte con l’opera, ha visto nascere il progetto, ha contribuito a diffondere e condividere. Non penso però sia replicabile su scala industriale”. “Ci muoviamo – continua – in un territorio non preventivabile come vorrebbero gli algoritmi hollywoodiani. È una terra piena di incognite. Non sono affatto certo che il sequel di Backrooms, che si farà, otterrà necessariamente gli stessi risultati”. Il vero banco di prova arriva ora: capire se l’incontro tra la libertà creativa e un po’ caotica dei creator e le logiche dell’industria cinematografica potrà produrre altri casi come “Backrooms” o se il successo del film di Kane Parsons resterà un’eccezione difficilmente replicabile.




