Il percorso di MACERIE. Ciò che resta, ciò che nasce si snoda lungo gli spazi della sede di Largo Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano fino al 10 aprile, diramandosi anche nelle sedi di Brescia, Cremona, Piacenza e Roma. In questa ventunesima edizione del progetto espositivo Itinerari d’Arte e Spiritualità, promosso dal Centro Pastorale d’Ateneo, quattordici artisti, insieme agli studenti curatori e con il supporto del Dipartimento di Storia dell’Arte, intrecciano una riflessione sulla valenza delle macerie, interrogandosi sull’eco di ciò che segue la fine di una guerra.
La parola macerie, in italiano, indica i brandelli di un edificio distrutto. La sua derivazione etimologica allarga questo significato: proviene dallo stesso ceppo di macerare, che in senso figurato significa anche “angustiarsi”. Entrambe le parole hanno origine dalla radice indoeuropea comune all’aggettivo latino macer, il cui significato è “scarno, afflitto, esile”. Quando pronunciamo “macerie”, evochiamo quindi la doppia natura del crollo: quello materiale degli edifici e quello interno delle persone, consumate dalla sofferenza. In un conflitto, non sono solo le città, le strade o i paesi ad essere distrutti, ma anche gli uomini e le donne che quei luoghi li abitano. Cosa ne facciamo della distruzione e della materia che rimane? È possibile ricostruire da capo?

Fabrizio Dusi, tra gli artisti coinvolti nell’esposizione, ci suggerisce una risposta con Babel reborn (2025), raccontandoci di una ricostruzione che si fonda sulla fragilità. Collocata all’inizio dello Scalone d’Onore della sede milanese dell’Università Cattolica, l’opera propone una rilettura del racconto biblico della Torre di Babele (Gn, 11, 1-9), indicandoci una possibilità di rinascita.
Il crollo della torre babelica è la distruzione dell’unità del linguaggio, e conseguentemente anche dei rapporti e della certezza di un ordine. L’uomo, agevolato da un’unica lingua esistente, costruisce una torre tanto alta da raggiungere il cielo, per sfidare e sostituirsi al divino, spinto da un desiderio di potenza che supera il limite umano. Ad ogni atto di tracotanza segue una punizione, e sul cantiere di Babele si abbatte la molteplicità delle lingue: l’incomprensione dilaga e la torre crolla. Non serve una piaga nefasta a causare distruzione, basta non capirsi.

Dusi dipinge la sua versione del racconto su un parallelepipedo in legno alto più di due metri, avvolto da una coperta isotermica: un materiale insolito, in quanto la lucentezza e la doratura distraggono dal suo scopo originario di primo soccorso nelle situazioni di emergenza. Su questa superficie, simbolo di cura e di precarietà allo stesso tempo, una folla di donne e uomini appare come un cumulo di detriti: ammassati, confusi, vulnerabili. I profili spalancano la bocca, emettono voci disorientate, voci che cercano nuovamente quella comprensione e quel riconoscimento ora perduti.
Dopo la distruzione si avverte la necessità di ricostruire, si sente il bisogno di ritornare a comunicare, a capirsi. L’incomprensione è causa di conflitto, ma Babel reborn ci mostra un’alternativa, in cui l’urto con il diverso diventa materia per rinascere. Le figure di Dusi, varianti di un autoritratto, ci ricordano infatti che l’ascolto è uno specchio che ci mostra noi stessi nell’immagine dell’altro.
Salendo lo Scalone d’Onore e osservando l’opera dall’alto, si scopre un dettaglio che sfugge allo sguardo frontale: sul lato superiore appare la parola hope, un cenno di speranza che compare inaspettatamente alle centinaia di studenti e docenti che percorrono la scalinata dell’Università, muovendosi fra le aule. La difficoltà di articolare il progetto espositivo all’interno di uno spazio che non nasce per questo scopo diventa quindi la forza del progetto stesso: gli ambienti intensamente vissuti e frequentati dell’Ateneo dialogano con l’arte. Le opere si introducono nella quotidianità di una giornata di lezioni ed esami ed esplicitano il vero scopo di questo luogo di studio: stimolare un pensiero critico, suscitare riflessioni e scambi, conversazioni e relazioni.
A sua volta, il senso della mostra risuona e si amplifica grazie allo spazio che la ospita. La Babele di Dusi, distrutta dall’arroganza umana, è infatti ricostruita nell’orizzontalità del dialogo e del confronto. L’empatia è il frutto dell’ascolto e della cultura, ed è ciò che permette di ricreare una società coesa ed unita, partendo proprio da frammenti che altrimenti rimarrebbero isolati, in contrasto l’uno con l’altro.
La volontà di MACERIE è mostrare che anche nella sofferenza l’arte è riscatto, è segno di resistenza di un’umanità che persiste, e la promessa che una rinascita è sempre possibile.



