Nel cuore del centro antico di Napoli, in via dell’Anticaglia, una piccola porta si apre su una cappella cinquecentesca dove l’odore dell’inchiostro convive con torchi in ghisa, caratteri mobili in piombo e risme di carta di Amalfi. È qui che ha sede la Tipografia Museo, la prima realtà museale della Campania interamente dedicata alla storia della stampa tipografica. A dare forma a questo luogo, nel senso più concreto del termine, è stato Carmine Cervone, tipografo napoletano di terza generazione. Nel 2021 Cervone ha ottenuto dalla Curia diocesana la concessione della chiesa di Santa Maria della Vittoria e SS. Trinità all’Anticaglia, chiusa da oltre settant’anni, trasformandola nella sede di un progetto che, almeno inizialmente, sembrava quasi impossibile da realizzare.

Una chiesa ritrovata
La storia dell’edificio è stratificata quanto la topografia della città che lo ospita. La cappella risale almeno al Cinquecento ed era la sede della confraternita dei “Casadduogli”, i pizzicagnoli che commerciavano olio e formaggi in questa parte di città. L’edificio sorge in uno dei punti più significativi della Napoli antica: sotto le sue fondamenta si trovano i resti dell’Odeon, il piccolo teatro coperto di età augustea appartenente al complesso dei teatri dell’Anticaglia. Quando Cervone entra per la prima volta nella navata, però, il luogo appare irriconoscibile. La chiesa era stata trasformata prima in falegnameria, poi in garage per motorini. I varchi originari erano stati murati e nascosti sotto strati di calce e abbandono. “Abbiamo dimostrato alla Soprintendenza che quelle aperture esistevano”, racconta Cervone ad “Artuu Magazine”. Riaprirle, grazie a un restauro finanziato in parte attraverso una campagna di crowdfunding che ha coinvolto oltre trecento donatori e in parte con il sostegno del Pio Monte della Misericordia e del Dipartimento di Architettura della “Federico II” di Napoli, è stato il primo gesto di restituzione alla città. “Riaprire una porta del genere – sottolinea – significa illuminare un po’ la strada e restituire uno spazio alla città”. La Tipografia Museo è stata inaugurata ufficialmente a maggio 2025.
Tre generazioni di tipografi
“In famiglia siamo tipografi da tre generazioni”, spiega Cervone. Oggi, in un’epoca in cui molte professionalità legate alla stampa tradizionale sono quasi scomparse, Cervone riunisce competenze che un tempo appartenevano a mestieri distinti: dalla composizione del testo alla rilegatura finale del libro. Da oltre venticinque anni raccoglie inoltre macchine, attrezzi e materiali tipografici provenienti da tutto il mondo. L’idea di trasformare questa collezione in un museo nasce dalla consapevolezza di una mancanza: la Campania era tra le poche regioni italiane prive di un luogo dedicato alla storia della stampa. Una lacuna significativa se si considera che, in epoca borbonica, Napoli contava oltre 113 tipografie, contendendo a Parigi e Londra il primato europeo per densità di stamperie.
Dal torchio di Gutenberg alla Linotype
Il percorso espositivo della Tipografia Museo si sviluppa come un attraversamento insieme cronologico e materiale della storia della stampa. Il visitatore entra in una tipografia di fine Quattrocento, al tempo di Gutenberg, e procede fino alle tecnologie offset del Novecento. Il racconto prende avvio proprio dalla figura di Johannes Gutenberg, artefice di quella rivoluzione tecnologica che, secondo Cervone, “non a caso chiude il Medioevo e apre il Rinascimento”. Nel giro di pochi decenni dall’invenzione della stampa, l’Europa si riempie di tipografie e vengono gettate le basi di una nuova circolazione del sapere. “Si mettevano le fondamenta di quella che oggi chiamiamo democrazia”, osserva Cervone. All’interno del Museo, accanto al torchio trova posto anche la ricostruzione del tavolo del copista, figura destinata a essere progressivamente sostituita dai processi standardizzati della stampa. Un accostamento che restituisce la complessità di ogni trasformazione tecnologica, fatta non solo di innovazione ma anche di resistenze, traumi e successivi adattamenti. Nel percorso compare poi l’evocazione della figura di Aldo Manuzio, editore veneziano cui si deve l’invenzione della moderna forma-libro. Cervone non esita a paragonarlo a Steve Jobs: “Manuzio ha contribuito alla diffusione capillare del libro così come Jobs ha reso popolare il telefono cellulare. Per l’impatto sulla comunicazione hanno avuto un’importanza simile”. La navata ospita inoltre numerose macchine ottocentesche ancora funzionanti, tra cui una Heidelberg Pedalina del 1905, definita da Cervone “una delle macchine più produttive di tutte le epoche”. Una Linotype del 1890 è invece conservata nella vicina tipografia di famiglia di via Anticaglia. Ogni sezione del museo è accompagnata da testi e fonti storiche che documentano e verificano quanto raccontato dagli oggetti esposti. La dotazione del museo è talmente completa da consentire la realizzazione di un libro seguendo tutte le fasi della lavorazione tradizionale: dalla composizione dei caratteri alla stampa, fino alla rilegatura finale. “Paradossalmente – spiega Cervone – il processo potrebbe essere portato a termine anche in assenza di energia elettrica, utilizzando esclusivamente i torchi e i macchinari storici conservati negli spazi del museo”.

Oggetti, memorie e nuove donazioni
Tra i manufatti conservati nel museo c’è anche un messale ritrovato all’interno della chiesa in condizioni precarie, danneggiato dall’umidità e ormai inutilizzabile. Restaurato e ricomposto, oggi è esposto come testimonianza della storia stessa del luogo. Il 7 maggio scorso la Tipografia Museo ha accolto anche la sua prima donazione artistica: l’artista Annie Pempinello ha donato un dipinto raffigurante San Gennaro, realizzato a Marsiglia, città in cui l’autrice dell’opera vive attualmente, in memoria dei genitori. Per Cervone, la donazione inaugura un nuovo capitolo del progetto: fare della Tipografia Museo anche uno spazio capace di accogliere interventi artistici contemporanei e contribuire a riportare l’attenzione sui luoghi meno conosciuti della città.
Il digitale visto dalla tipografia
Il rapporto tra analogico e digitale attraversa silenziosamente ogni visita al Museo. Tra i visitatori ci sono studenti di grafica, turisti, ragazzi che entrano con lo smartphone in mano e scoprono, spesso per la prima volta, il funzionamento materiale della stampa. Più che opporre passato e presente, la Tipografia Museo invita a riflettere sui cambiamenti tecnologici e sui saperi che rischiano di scomparire. “Io non sono in contrasto con il mondo che viene”, precisa Cervone. “Ogni passaggio generazionale comporta dei traumi che la generazione precedente tende a non accettare. La bellezza dell’analogico sta nel fatto che possiamo vedere ciò che accade, seguire il processo. Oggi utilizziamo tecnologie che non sappiamo spiegare e che ormai diamo per scontate”. Più che opporre passato e presente, la Tipografia Museo prova così a restituire visibilità a un sapere materiale che rischia di scomparire. Tra i torchi e i caratteri mobili della cappella di via Anticaglia, la stampa torna a mostrarsi non soltanto come tecnica, ma come gesto e forma concreta di trasmissione del sapere e della conoscenza.


