Daniele Galliano: “Le montagne, il mare, l’umanità… che spettacolo, sembra di guardare Dio!”

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, la scena artistica italiana fu scossa da una ventata di grande energia e novità, proveniente soprattutto da una nuova generazione di pittori che, in una manciata d’anni, si ritrovarono a stravolgere, a volte senza quasi neppure rendersi conto della portata storica del loro ruolo, i canoni non scritti che avevano regnato fino a pochi anni prima nella definizione dei linguaggi e nel rapporto con la realtà e con gli altri media.

Se infatti, fino a pochi anni prima, la scena artistica era stata dominata da quel concettualismo imperante – fenomeno che a Torino aveva trovato nell’Arte Povera la sua declinazione più radicale, e che, pur nato come autentico segno di rinnovamento linguistico, col tempo aveva finito per trasformarsi in una plumbea pietra tombale su ogni reale aspettativa di novità e di lettura del contemporaneo – l’unica risposta davvero plausibile era sembrata, fino ad allora, quella di una pittura selvaggia e istintiva, di matrice neoespressionista, che aveva avuto nella Transavanguardia la sua massima espressione. Poi, d’un tratto, come accade nei momenti in cui la storia dell’arte imbocca una svolta inattesa, tutto mutò.

Daniele Galliano, I’m Eva Kant, oil on canvas, 2021, cm 24×30

Nuovi venti e nuove correnti di energia creativa soffiavano, non solo sulle arti visive, ma anche in letteratura, nel cinema, nella musica, nel design, nella moda. Era la coda lunga di quel lungo “week end postmoderno” – definizione di Pier Vittorio Tondelli in un celebre volume uscito allora per Bompiani – così ben raccontato dallo scrittore con i suoi romanzi generazionali, capaci di formare e risvegliare un’intera leva di giovani autori. Un “week end” in cui le nuove istanze giovanili, coi suoi riti di esperienze di vita vissuta, di sessualità libera, di amore per la creatività diffusa, per la nuova musica, per le istanze politiche, generazionali, identitarie, per la riscoperta del privato e di una forma di libertà non contrattualizzabile con il mondo per così dire “adulto”, erano pane quotidiano anche per le nuove generazioni di artisti visivi che in quegli anni stavano crescendo e venendo alla luce. L’arte, sembravano dire questi nuovi artisti, non era più un “mondo a parte”, leggibile e interpretabile solo dagli addetti ai lavori, ma una finestra sul mondo, e quel mondo era popolato di giovani, coi suoi riti, i suoi miti, le sue nuove promesse di libertà e di visione.

Daniele Galliano, 2025, Come sono buoni i bianchi

Torino fu, in quegli anni (come, in altro modo, lo fu anche Milano) un centro propulsivo vitale, contenitore di fermenti e di nuove idee e di nuove pratiche pittoriche in grado di raccontare questo nuovo mondo e queste nuove istanze. E, tra i pittori che allora stavano emergendo, c’era senza dubbio, tra i più innovativi e i più vitali, un appena poco più che trentenne Daniele Galliano, proveniente da un paesino della provincia torinese, con un passato “proletario” di operaio in fabbrica, un’intelligenza viva, uno sguardo acutissimo e attento sulle realtà giovanili, dai rave alle scene di intimità e di sessualità senza rete e senza schermi, e uno stile già fortemente caratterizzato, che guardava alla letteratura pulp, al cinema d’avanguardia e a certi esperimenti di fotografia di reportage alla Larry Clark o alla Nan Goldin, rimodulando il tutto in una pittura veloce, colta e sapiente, già matura e fortemente riconoscibile.

Se i suoi primi quadri raccontavano ragazzi e ragazze colti nei loro riti notturni, nelle derive urbane, nei corpi accesi dalla musica, era già chiaro che quella pittura non cercava la cronaca, ma la rivelazione. Più avanti, col passare degli anni, lo sguardo si allargò: dalle visioni frontali passò alle vedute dall’alto, fino a trasformare la folla in un insieme di individui in movimento, punti di colore che da vicino sembravano macchie dense e da lontano si ricomponevano in strane, misteriose costellazioni. Non erano più soltanto le notti torinesi, ma spiagge, processioni, raduni, escursioni: l’umanità intera osservata nel suo ritmo corale.

È qui che si consuma, passo dopo passo, la metamorfosi di Galliano: partito dal racconto generazionale di un’epoca, ha saputo trasformare quella materia viva in una pittura capace di toccare insieme l’intimo e il collettivo, il gesto privato e il rito condiviso, fino a far emergere, dietro la superficie delle cose, una dimensione ambigua e folgorante, sospesa tra l’empatia e il mistero, tra la ritualità del quotidiano e la dimensione sacrale dell’esistenza e del mondo.

Ed è da questa traiettoria, dal rumore assordante dei rave fino al silenzio sospeso delle montagne sopra Torino e al brulicare luminoso delle spiagge, che prende avvio questa conversazione con l’artista. Un dialogo che si apre da ciò che è più vicino e insieme più sfuggente: i luoghi dell’infanzia e della giovinezza, la natura che li custodisce, la memoria che continua a sedimentare nel tempo. È lì che si forma il materiale invisibile dell’ispirazione, quel deposito che riaffiora nelle tele trasformandosi in visione.

Daniele Galliano

Daniele, dove stai passando queste vacanze? Che rapporto hai con l’idea stessa di vacanza: riesci a staccare o continui comunque a lavorare, prendere appunti, disegnare, dipingere?

Quando racconto a qualcuno quello che faccio per vivere mi sento rispondere: praticamente sei sempre in vacanza! E in effetti la vacanza, o meglio il viaggio più bello è quello che vado a fare quando inizio un lavoro, davanti alla tela bianca… Quest’anno ho provato la bella esperienza di non organizzare niente vedendo il tempo scorrere lentamente senza aspettative; brevi viaggi al mare ed in montagna e il resto del tempo vivendo lentamente. Per me che sono frenetico è stato un bell’esercizio di centratura, sono anche stato in studio, dove in pochi giorni, con una lucidità mai provata ho dipinto una grande tela.

Daniele Galliano, ” Come eravamo”, 2023, oil on canvas, cm 40×50

Sei nato a Pinerolo, alle porte della Val Chisone. In un’intervista hai detto che ci torni “poco ma sempre volentieri” e che ti piace “scorrazzare per la Val Chisone, è per me una via dei canti, è come recitare il Rosario”. Ci racconti meglio il rapporto che hai con questi luoghi, con la natura e con il paesaggio?

Negli anni Novanta, all’inizio della mia carriera, un’importante gallerista di Milano mi confessò di essersi sempre chiesta, transitando in quelle lande, chi vivesse in un posto così orribile… In effetti lungo la statale si trova un’infilata di fabbriche e offici vari. Il resto sono case e condomini, sorte per alloggiare gli operai che, ipnotizzati dal progresso, scesero a valle lasciandosi alle spalle una vita grama alla ricerca di un futuro in sintonia con la vita moderna. A distanza di sessant’anni, le fabbriche hanno chiuso e l’economia è tracollata. Ma non tutti conoscono la bellezza di quei luoghi una volta che si sale e si lascia il bacino del Chisone. Sentieri nei boschi, cascate, laghetti e pianori mozzafiato, con inclusi i funghi più buoni del Piemonte.  Lì ho vissuto trent’anni; abbiamo creato un festival con i ragazzi di Salza, abbiamo accolto in tempi non sospetti (anni Ottanta) famiglie arabe in fuga da una vita più grama della nostra. Negli anni Novanta potevi incontrare punk di Londra e belle ragazze di Parigi, passeggiando per questo paese, Dubbione, dove le case sono da sempre tutte colorate. Ora ci torno raramente, ma sempre con grande emozione, perché ad ogni crocicchio c’è un ricordo.

Sempre a proposito dei tuoi inizi: hai spesso ricordato lo studio di via Assietta, una ex stalla di cavalli trasformata in un, luogo un po’ bohémien, frequentata da amici, artisti, musicisti, e che ha segnato i tuoi esordi (e dove ti venne a trovare anche Luca Beatrice, critico con cui ti hai poi fatto un pezzo importante di strada). Quello rimane un “luogo del cuore” per te? Che cosa ti è rimasto di quell’atmosfera e di quel tempo?

Sulla fine degli anni Ottanta Giancarlo Gentile, un architetto e maestro accordatore di chitarra, mi segnalò un locale al pianterreno sotto il suo studio che sarebbe stato uno studio ideale per me. Lo presi e lo sistemai, cominciando a lavorare come non ci fosse un domani e divenne presto un luogo di ritrovo di aspiranti artisti e studenti dell’accademia. Luisa Perlo (critica, curatrice, storica dell’arte, tra le fondatrici del collettivo curatoriale a.titolo, scomparsa nel 2022, ndr) veniva spesso a trovarmi e diventammo amici, mi spronava a far vedere i miei lavori a Torino. Luca Beatrice, invece, aveva visto un mio lavoro nello studio di un giovane artista torinese, volle sapere chi ero e dove lavoravo, così dopo pochi giorni venne a trovarmi. Io ero molto cattivo con i miei lavori, se non erano perfetti, ci dipingevo sopra, finché non usciva un lavoro vibrante, che facesse anche emozionare lo spettatore, volevo fare il botto e mi sarei preparato adeguatamente. Di lì a tre anni, avrei presentato i miei lavori all’unione Culturale Franco Antonicelli, passando in una notte dalle stalle alle stelle.

Daniele Galliano Gojadalpis 2021 cm 120×80

E con la gente dei tuoi luoghi d’infanzia che rapporto hai mantenuto? Instauri ancora dialoghi, relazioni, li rendi partecipi della tua osservazione che poi diventa pittura?

Gli amici di infanzia e della giovinezza sono difficili da dimenticare, anche per la mole enorme di cazzate fatte insieme nel corso degli anni, per cui trovarsi e ricordarle è sempre molto divertente. Mi sono trovato catapultato nella serie A del mondo dell’arte dalla sera alla mattina e quello che feci fu di lavorare assiduamente, calandomi in questa nuova realtà, dove di certo non mancavano persone fantastiche da conoscere e frequentare a Torino dove, nel frattempo, mi ero trasferito. Mi alternavo tra la città e la val Chisone, dove avevo lasciato mia mamma e la mia cagnetta Yaba. Con i miei amici è stato fisiologico vederci di meno, ma è sempre rimasta intatta l’amicizia e l’affetto.  Certamente, tutto è entrato nel mio lavoro: i miei amici e ovviamente gli operai conosciuti nella mia stagione all’inferno come operaio alla SKF, soprattutto mi è rimasta la capacità di vedere le cose dall’alto, con un po’ di distacco e diffidenza.

Quando ti ho conosciuto, più di venticinque anni fa, eri l’artista che raccontava i riti e i miti giovanili: discoteche, centri sociali, serate piene di ragazzi che pogavano o facevano l’amore… come Tondelli, Welsh o Easton Ellis in letteratura. Oggi la tua pittura sembra raccontare un’umanità più ampia e variegata: bagnanti, escursionisti, interni, montagne, raduni… cos’è cambiato nel tuo sguardo?

Riesco ancora a vederci bene nonostante l’età; ho sempre guardato il sole dritto negli occhi forse è per quello che non ho mai perso l’ispirazione. Al tempo ho raccontato l’umanità con cui avevo a che fare la notte. Non dimentichiamo che Torino in quegli anni era la città più trendy d’Italia e anche in Europa ci tenevano d’occhio. Ora anche questa città è tracollata, forse per cercare di essere in sintonia con la moda che ci viene imposta dalla comunità europea e i suoi tirapiedi. Racconto la realtà ora come allora. Ora la storia si è messa a correre e non mancano certo gli argomenti da raccontare. Quello che mi interessa è essere testimone del mio tempo.

Daniele Galliano nel suo studio, 2014, Foto Willem Achalekamp

In un’intervista hai detto che hai “imparato a dipingere guardando i grandi artisti che mi hanno insegnato a ritrarre i volti, le nuvole, le montagne e il mare”, e che ti hanno insegnato “a dipingere la realtà, ma anche a superarla e sublimarla”. Quali artisti ti hanno influenzato davvero in questo senso?

Quelli bravi!! Sono tanti. Come dice Cattelan, sono lì per essere derubati. Ho preso da loro quello che mi serviva a secondo dei soggetti e degli oggetti che andavo a raffigurare. Non ho ancora imparato a dipingere bene i boschi e il mare, forse sono soggetti troppo importanti e bisogna solo ammirarli, anche perché li ha fatti Dio, non so se mi spiego, mica puoi competere! Mi riescono bene i jeans ed altre amenità.

Daniele Galliano, 2019, olio su tavola, cm 20×30

Vai spesso in montagna? Ti piace camminare, scoprire luoghi remoti o poco conosciuti? E questo entra in qualche modo nella tua pittura?

Mi piace molto camminare, in montagna la cosa diventa un’esperienza spirituale. Non si spiega perché sei bollito dopo 15 minuti e poi dopo 4 ore di marcia arrivi in cima, senza capire come sia stato possibile. Sulle montagne ho camminato parecchio, e sempre con grande umiltà, la stessa umiltà che indosso quando vado a raffigurarne una, forse è per questo che mi vengono bene.

Hai sempre avuto l’abitudine di disegnare, prendere appunti visivi, schizzi… lo fai ancora? Anche quando sei in montagna o al mare?

Sì, sempre e sempre facendo anche foto, usando la camera o lo smart phone come sketch book.

Daniele Galliano, Come eravamo, 2024, olio su tela, cm 40×50

In un’intervista recente hai detto che la montagna “è uno di quei temi che mi piacciono tanto” perché ti “dà pace”. Ci spieghi meglio cosa intendi, e come affronti la pittura di montagna?

È un trip, mi prende e mi porta dentro i suoi anfratti pieni colore, anche se all’apparenza sembrano monocrome, sono un universo da scoprire.

Per molti la montagna è sinonimo di pace e solitudine. Nei tuoi quadri, invece, ci sono spesso folle: escursionisti, turisti, villeggianti. Perché ci sono sempre personaggi?

Io mi sono sempre perso a guardare lo spettacolo dell’umanità. Sembrano macchine per cagare alimentate dal sole, ma anche loro come le montagne nascondono segreti e sono il riflesso di Dio. Ecco, quello che vorrei dire con le mie opere è: ma quanto è bello il genere umano, sembra Dio!

Daniele Galliano, Constellations, 2009, cm 200×300

Le tue folle di oggi – viste spesso da lontano, macchie di colore immerse in un paesaggio più grande – sembrano molto diverse da quelle di ieri, riprese nei loro riti e nella loro intimità. Cosa ti spinge a dipingere questa umanità sempre in movimento?

Guardando attentamente l’umanità ho imparato a conoscerla ad amarla e raccontarla, anche anticipando scene che avremmo visto più avanti, come le primavere arabe…

Il tuo lavoro è stato letto spesso anche come uno sguardo “sociologico” o antropologico, seppure in senso lato. Ti riconosci in questa definizione, o la trovi superata? A me, infatti, la tua pittura di oggi sembra meno sociologica e più materica, carnale, immersa nel piacere stesso del dipingere, anche al di là del soggetto, e in qualche modo intrisa di una sorta di “mistica” della natura, dell’umanità e dei suoi riti millenari. È così?

Infatti, guardando attentamente, soprattutto i volti, vi trovi l’anima: i miei ritratti sono emotivi. Sono sempre cosciente, quando mi guardo attorno, di assistere ad un miracolo: quello della creazione. Riesco a raccontare cosa pensano, come vivono, per forza c’è una componente sociologica ed antropologica nei miei lavori. Certamente nel tempo la mia tecnica si è evoluta, ci mancherebbe, sono stimoli, intuizioni che avvengono all’interno di un percorso pittorico e avvengono in maniera involontaria ed incontrollata. C’è stata quindi un’evoluzione che non è dipesa da me ma dalla mia assoluta dedizione alla pittura.

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