Yiannis Kranidiotis è un artista greco la cui pratica collega i mondi della scienza e dell’arte contemporanea. Con una formazione accademica in fisica e un master in ottica e laser, realizza installazioni immersive che fondono luce, movimento e suono in esperienze multisensoriali.
Il suo lavoro si basa spesso su dati scientifici – dal comportamento delle onde gravitazionali e del vento solare ai segnali provenienti dagli esopianeti – trasformandoli in ambienti visivi e sonori dinamici. Accanto alle sue esplorazioni artistiche, Kranidiotis si occupa di problemi ambientali urgenti, come la crisi climatica e l’inquinamento da plastica, inserendo questi temi nella sua pratica. Il suo approccio interdisciplinare ha portato a collaborazioni con coreografi e registi teatrali, che hanno dato vita a opere digitali, esperienze VR e installazioni di luce cinetica.

Yianni, è stata una sorpresa inaspettata incontrarti l’ultimo giorno dell’ADAF (Athens Digital Arts Festival). A dire il vero ho dovuto “studiare” molto, davvero molto, per prepararmi a questa intervista. Quindi, come artista crei opere d’arte di grande impatto visivo, concettualmente coinvolgenti e piene di energia e, come fisico, riesci a creare un ponte tra scienza e arte attraverso creazioni innovative e interdisciplinari. Inoltre, come musicista, crei e aggiungi il suono. Quando e come hai capito di non essere solo una persona di scienza?
L’arte mi ha sempre affascinato tanto quanto la scienza. Da bambino, ricordo che mi piaceva leggere di fisica e matematica tanto quanto disegnare o suonare. All’epoca sembravano due strade completamente separate: si poteva diventare scienziati o artisti. Anche se c’erano esempi di persone che gettavano un ponte tra i due mondi, come Xenakis e Takis, mi sembravano rare eccezioni.
Ci sono voluti molti anni, forse addirittura decenni, prima che iniziassi a combinare il mio amore per la scienza e l’arte. Ciò è stato possibile grazie allo sviluppo dell’informatica e della tecnologia. Strumenti come i microcontrollori (come Arduino) e la nascita di comunità di codifica creativa online mi hanno aperto un mondo completamente nuovo, in cui arte e scienza potevano coesistere e alimentarsi a vicenda. Anche quando ho creato le mie prime opere, non avevo ancora capito che stavo usando la scienza come mezzo di comunicazione. È stato solo grazie ai commenti e ai feedback degli altri che ne ho preso coscienza.
Cominciamo con la mia opera preferita, assolutamente mozzafiato, la ‘Medusa Valley’. Guardando e interrogando questa magnifica installazione ho potuto “sentirla” interagire con me…. Di cosa è fatta e cosa ti ha spinto a crearla? Quanto tempo hai impiegato per completarla?
La Medusa Valley è nata come un’unica scultura chiamata PETE Medusa, che ho creato circa sette anni fa. Racconta la storia di una medusa mutante immaginaria, una creatura nata dall’inquinamento da plastica dei nostri oceani. Il suo corpo è fatto di qualcosa di dolorosamente familiare: una bottiglia di plastica usata. L’ho combinata con fibre ottiche, LED, un altoparlante e un microcontrollore Arduino. La scultura reagisce alla presenza umana con luci e suoni allarmanti, identificandoci simbolicamente come la più grande minaccia per il nostro ecosistema. Originariamente, PETE Medusa è stata presentata come scultura interattiva indipendente all’Athens Digital Arts Festival (ADAF).
L’idea di trasformarla in un’installazione immersiva su larga scala – la Medusa Valley – è stata ispirata da Ilias Chatzichristodoulou, fondatore e direttore dell’ADAF. Lui immaginava una valle piena di queste creature inquietanti e questa visione mi è rimasta impressa. Questa visione è diventata realtà grazie al programma Covision, che ci ha dato anche la possibilità di coinvolgere la comunità. Abbiamo organizzato dei workshop in cui i partecipanti hanno realizzato le loro meduse, che sono state poi incluse nell’installazione finale. Questo aspetto – il coinvolgimento della comunità – ha dato un nuovo livello di significato all’opera. La Medusa Valley è diventata non solo un’espressione artistica personale, ma un atto condiviso di riflessione ecologica e di co-creazione. In termini di tempo, il viaggio dal primo PETE Medusa all’installazione completa di Medusa Valley è durato diversi anni. Ma in un certo senso è ancora in evoluzione. Ogni nuova medusa creata in laboratorio, ogni persona che interagisce con l’opera, aggiunge qualcosa alla sua storia. È un ecosistema vivente fatto di plastica, luce, suono e presenza umana: una contraddizione poetica che ci invita a riflettere sul fragile equilibrio che stiamo alterando.

Scorrendo il tuo sito, ciò che ha attirato la mia attenzione è stata la seguente frase: “Sono interessato a creare metodi di sonificazione per dati scientifici provenienti da fonti come esopianeti, onde gravitazionali o vento solare”. Correggetemi se sbaglio, gli esopianeti sono i pianeti al di là del sistema solare e finora ne sono stati confermati 5867. Le onde gravitazionali (increspature nel tessuto dello spazio-tempo, causate da eventi cosmici massicci) e il vento solare (flusso di particelle cariche soffiate dal Sole ad alta velocità) sono entrambi invisibili all’occhio ma incredibilmente potenti e pieni di mistero. Puoi spiegarmi come tutto questo “si unisce” e farmi un esempio di una delle tue opere?
Sì, hai assolutamente ragione nelle tue definizioni ed è proprio questa natura invisibile e misteriosa di questi fenomeni che mi affascina come artista. La mia pratica è profondamente radicata nell’uso dei dati come materiale artistico. Sono particolarmente interessato alla sonificazione, il processo di trasformazione dei dati in suono, e anche all’uso di questi dati per guidare la luce e il movimento nelle mie installazioni. Per me i dati scientifici – che si tratti di esopianeti lontani, delle increspature cosmiche delle onde gravitazionali o del vento solare che scorre dal nostro sole – non sono solo numeri. Sono tracce di fenomeni naturali, pieni di ritmo, scala e struttura. Traducendoli in suono e luce, cerco di rivelare relazioni nascoste e di rendere percepibile l’invisibile.
Prendiamo, ad esempio, la mia opera Pharos. Ispirandomi ai fari e alle comunicazioni luminose, ho utilizzato le proprietà degli esopianeti scoperti – come la loro distanza, le dimensioni e la velocità orbitale – per modulare il fascio di luce rotante, il suo colore e il paesaggio sonoro in evoluzione. Ogni esopianeta ha modellato il comportamento dell’installazione in modo unico, trasformando i freddi dati astronomici in qualcosa di tangibile ed esperienziale. In Black Hole ho lavorato con dati reali provenienti da rilevamenti di onde gravitazionali. Queste onde, causate da eventi come la fusione di buchi neri, sono state convertite in suoni a bassa frequenza che possono essere ascoltati dal nucleo dell’installazione. In questo modo i visitatori possono sperimentare fisicamente ed emotivamente un fenomeno normalmente astratto e insondabile. In Cyma{Fos}, una scultura cinetica, il movimento e la luce sono guidati in tempo reale dai dati del vento solare. Diventa un organismo vivente che pulsa e risponde alle condizioni meteorologiche spaziali che si verificano in questo momento. Quindi, in un certo senso, non sto solo visualizzando o interpretando i dati: sto lasciando che i dati si esibiscano. Diventano la partitura e il mio ruolo è quello di progettare lo strumento attraverso il quale possono cantare.

Il “Black Hole”, 2019. Una scultura luminosa e sonora data-driven ispirata alla teoria e alla geometria dei buchi neri. Raccontami tutto, dall’ideazione alla realizzazione di questa opera d’arte.
Black Hole è nato dal fascino non solo dell’astrofisica, ma anche della profondità filosofica e del mistero poetico che circonda i buchi neri. L’idea ha iniziato a formarsi mentre leggevo della prima immagine in assoluto di un buco nero rilasciata dal telescopio Event Horizon nel 2019. Quell’immagine non era solo un’immagine: era un dato, stratificato con sforzi, tempo e collaborazione internazionale. Era l’invisibile reso visibile. Ho iniziato a chiedermi: come si fa a scolpire qualcosa che è, per definizione, invisibile? L’ho affrontato come la creazione di un ritratto dell’uomo invisibile. Non lo si può vedere, ma si può vedere la forma del suo cappotto, il cappello, l’increspatura della sua presenza nello spazio. Così ho progettato una forma che riflettesse la geometria distorta di un buco nero. La scultura presenta una serie di dischi acrilici piegati e illuminati da LED, che rappresentano il disco di accrescimento, la materia che vortica intorno a un buco nero.
Questi dischi si curvano in modo da illustrare come lo spazio si piega sotto un’intensa forza di gravità, permettendoci, in teoria, di vedere contemporaneamente sia la parte anteriore che quella posteriore del disco. Al centro c’è un diffusore subwoofer che funge da orizzonte degli eventi, mentre sul fondo un singolo punto di luce rappresenta la singolarità, un momento intangibile in cui spazio e tempo collassano. Ma la scultura non è solo forma. È anche suono. Ho utilizzato dati reali sulle onde gravitazionali provenienti dall’esperimento LIGO, in particolare dalla prima rilevazione diretta di due buchi neri in collisione. Ho estratto oltre 66 milioni di punti di dati, li ho sonorizzati convertendoli in frequenze udibili e ho usato questi dati per guidare il comportamento della scultura, sia nel paesaggio sonoro che nella modulazione della luce. Anche lo sfarfallio della luce della singolarità è guidato da questo evento cosmico avvenuto un miliardo di anni fa. Alla fine, Black Hole non è solo una rappresentazione dei fenomeni cosmici: è un invito a contemplare i confini della percezione, ad ascoltare gli echi dell’universo e a stare ai confini dell’ignoto.

Ciò che mi colpisce del tuo lavoro è il tuo notevole equilibrio profondamente radicato nella scienza e nella tecnologia, ma visivamente fluido, quasi etereo. Come riesci a raggiungere questa armonia?
La tecnologia è come le sirene dell’Odissea. Seduce con possibilità attraenti e impressionanti vetrine tecniche che possono facilmente portare gli artisti fuori dalla loro visione originale. Questo fascino tecnologico rappresenta una tentazione costante: usare una tecnica solo perché esiste, piuttosto che perché serve all’opera. Per questo motivo, all’inizio cerco di chiudere gli occhi e le orecchie di fronte a ciò che la tecnologia può offrire, concentrandomi invece sulla comprensione di ciò che voglio veramente esprimere. Come uno scultore che rimuove con cura i pezzi da un grande blocco di marmo per rivelare gradualmente la forma nascosta all’interno, inizio con tutte le possibilità tecnologiche a mia disposizione, poi le sottraggo e le perfeziono selettivamente. Elimino gli elementi tecnologici che non servono alla visione principale, eliminando gli elementi estranei finché non rimane solo l’essenziale. Questo processo di riduzione tecnologica permette di far emergere l’idea autentica, non oscurata o messa in ombra da fronzoli tecnici, ma potenziata e vivificata da mezzi tecnologici scelti con cura.
Cerco di raggiungere l’armonia nel mio lavoro mantenendo questo equilibrio. La tecnologia funge da scalpello piuttosto che da musa. Gli elementi scientifici e tecnici che rimangono sono lì proprio perché sono parte integrante dell’espressione del concetto di fondo, creando un lavoro che sia tecnologicamente sofisticato e allo stesso tempo emotivamente risonante. Un altro elemento importante nel mio lavoro è una cosa che chiamo “nostalgia digitale”. Spesso associamo certi odori o melodie a ricordi d’infanzia, ma per me, cresciuto con i computer negli anni Ottanta, ho capito che anche l’estetica digitale può evocare ricordi potenti. Vedere uno sprite a 8 bit o un colore magenta brillante può riportare alla mente sensazioni altrettanto vivide di una vecchia canzone. Questo senso di nostalgia digitale, insieme alla scienza, è una forza dominante nella mia pratica artistica.


