David Bacter & Co, a Vigevano va in scena il fascino discreto del Supereroe

Tutta colpa dei supereroi. È questo il titolo, ma anche la provocazione che David Bacter – alias Davide Avogadro – porta con sé nella Seconda Scuderia del Castello di Vigevano, per soli due giorni, il 20 e 21 settembre. Una mostra-evento che, più che una semplice personale, somiglia a un grande laboratorio collettivo dove la cultura pop incontra la tradizione pittorica, il fumetto underground scivola nei codici della storia dell’arte, e le icone del nostro immaginario supereroico si travestono di abiti inattesi, tra citazioni fiamminghe e mise ottocentesche.

L’operazione ha origini precise. Nel 2022, Bacter aveva pubblicato per In Your Face Comix un volume intitolato allo stesso modo, Tutta colpa dei supereroi, dove il mondo Marvel e DC si trovava catapultato dentro ambientazioni da tableaux vivants ottocenteschi. Da lì è nata la prima serie di quadri: piccoli dipinti in cui Superman, Batman o l’Uomo Ragno smettono i loro costumi aderenti e si ritrovano impacciati dentro gilet, crinoline e divise militari di metà Ottocento. Una sorta di gioco visivo che è anche una riflessione sul potere trasversale dell’icona, capace di sopravvivere a ogni mutazione di stile.

Ma la mostra di Vigevano rilancia e allarga il tiro. Accanto a questi lavori ci sono le dieci grandi tele in cui Bacter riscrive la lezione dei maestri fiamminghi: Batgirl, la Donna Invisibile, Vampirella, la Donna Ragno e altre supereroine vengono dipinte con la densità cromatica e la drammaticità della pittura del Nord, come se Jan van Eyck o Pieter de Hooch si fossero improvvisamente messi a illustrare Marvel Comics. È qui che il cortocircuito diventa più evidente: non parodia, non semplice mash-up, ma un’operazione di reinvenzione iconografica, dove la supereroina assume il rango di un’icona sacra, un altare laico per le mitologie del nostro tempo.

Dario Arcidiacono, Il Doctor Lizard al World Economic Forum, 2025.

Ma, questa volta, “Tutta colpa dei supereroi” non resta confinata alla sola firma di Bacter. La rassegna vigevanese si apre al contributo di oltre venti artisti ospiti – pittori, illustratori, fotografi, fumettisti, persino un bravissimo ceramista – che sono stati invitati a misurarsi con lo stesso tema. Tra i nomi: Massimo Caccia, che riduce, con il suo classico e celebre stile, l’immaginario supereroico a segni essenziali e immediati, con opere dove l’eroe è solo evocato da un dettaglio grafico; Dario Arcidiacono, col suo inconfondibile stile ultrapop e corrosivo, che per l’occasione ritrae un rettiliano, rappresentante del nuovo Ordine mondiale, supereroe fin troppo contemporaneo, a ricordarci che ogni mito porta con sé le ombre di un presente sempre più inquietante e sempre più distopico; Jimmy D. Lanza, cedramista raffinatissimo, espone il volto modellato di Black Cat, lucido, misterioso e vagamente minaccioso, a metà fra totem e maschera pop; Stefano Zattera ripropone il suo ormai classico Superburocrate, completo da impiegato e valigetta, incarnazione di quella casta grigia di funzionari anonimi che sorregge l’apparato delle corporations globali; Felipe Cardeña con le sue classiche esplosioni floreali e psichedeliche, che trasformano i supereroi in idoli pop; Massimo Giacon, col suo stile inconfondibile, rende invece i supereroi giocosi e un po’ goffi, caricature affettuose e dissacranti al tempo stesso; e ancora – solo per citare alcuni di un’ampia scelta di ottimi artisti presenti in mostra –, Dast (al secolo Danilo Strulato) li mimetizza in una natura lussureggiante e psichedelica, attraversata da dettagli inquietanti, che trasforma l’eroe in una creatura fragile dentro un habitat visionario.

Dast, Swamp thing” acrilico su tela 40×30

Il risultato è quello di un paesaggio visivo complesso, in cui convivono ironia e devozione, parodia e culto, frivolezza e spessore critico. Perché i supereroi, ci ricorda Bacter, non sono soltanto personaggi da fumetto o da cinema: sono i nuovi miti collettivi, le divinità pop di un mondo che ha smesso di credere nei santi ma non ha smesso di aver bisogno di figure salvifiche. E proprio come accadeva nell’arte antica, ogni epoca rilegge e ridipinge le proprie icone: così oggi Batman o Wonder Woman possono abitare le stesse cornici di un dipinto fiammingo o di un ritratto borghese ottocentesco.

David Bacter, Namor 1800, 30×20 olio su tela, 2024

C’è un’ironia evidente in tutto questo, ma anche una sottotraccia più seria: la riflessione sul rapporto fra “alto” e “basso”, fra cultura erudita e cultura di massa, e insieme lo specchio di una distopia sempre più reale, dove i miti della cultura pop finiscono per confondersi con le inquietudini del presente. Bacter lavora per smontare le vecchie categorie, dimostrando come non abbiano più senso nel mondo contemporaneo. È l’arte stessa a chiedere contaminazione, a farsi ibrido. E i supereroi, con la loro universalità, diventano un veicolo perfetto: ci parlano della nostra infanzia e della nostra mitologia adulta, si muovono con naturalezza fra cinema, fumetto, gadget, pittura, street art, merchandising. Ma diventano anche una metafora latamente politica del presente, specchio di un mondo che ha bisogno di figure salvifiche per mascherare paure e fragilità collettive, e che finisce per proiettare nei supereroi le contraddizioni e le derive del proprio tempo. Figure globali e immediatamente riconoscibili, Bacter li mette alla prova della storia e della pittura, ma anche della contemporaneità e della politica, trasformandoli in un racconto corale e collettivo, denso di doppi e tripli sensi.

Massimo Caccia, Senza titolo” acrilico su tavola 50×50

Il supereroe, sembra dirci Bacter con il suo collettivo di amici e compagni di strada, non è più ormai soltanto un prodotto dell’industria culturale: è un archetipo moderno, una figura che si è definitivamente guadagnata un posto accanto ai santi, agli eroi, ai condottieri o ai nobiluomini della pittura antica. E se oggi continuiamo a chiamarli in causa – se diciamo che è “tutta colpa dei supereroi” – è perché nessun altro personaggio, nel bene e nel male, ci rappresenta con la stessa persistenza e ostinazione.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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