Sara Stardust era la mia tag da adolescente. Quella con cui imbrattavo i banchi di scuola e i muri della città, mentre la mia identità andava delineandosi. Poca consapevolezza, ma avevo inconsciamente scelto quell’universo immenso chiamato Bowie come stella polare da seguire alla ricerca della mia identità personale. Sapevo che lì c’era qualcosa di profondamente mio.
Con questo bagaglio individuale, mi sono seduta sulla poltrona del cinema per guardare Bowie: The Final Act. Seppure con maggior consapevolezza, resto alla ricerca di nuove parti di me, attraverso ciò che amo. Trovo sullo schermo molti Bowie, come al solito, ma soprattutto viene raccontato quello un po’ più grande di me, il quarantaquattrenne in crisi di mezza età, che ha fondato i Tin Machine nel tentativo di mimetizzarsi all’interno di una band qualsiasi. Un atto di dissoluzione dell’ego che deriva da una lunga catarsi, come a strapparsi di dosso il successo planetario ottenuto con il “Serious Moonlight Tour”, nel 1983.
Tra il 1983 e i Tin Machine, nella vita di Bowie sono successe moltissime cose segnanti, tra cui il suicidio del fratello schizofrenico Terry, colui che lo ha iniziato alla passione per la musica. Questo, come tanto altro, il documentario non ce lo racconta. Ma glielo perdoniamo. Ci racconta comunque un Bowie fragile che piange, oltre alla solita solfa dell’alieno caduto sulla Terra, il poliedrico camaleonte del rock e tutte quelle definizioni oggettivamente calzanti ma che inevitabilmente si trasformano in etichette inadeguate a rinchiudere un artista così vasto.

“Se ti senti al sicuro nella zona in cui stai lavorando, non sei nella zona giusta. Spingiti sempre un po’ più in profondità di quanto pensi di poter fare” con questa frase, Bowie non solo descriveva il suo processo creativo, ma ci insegnava come vivere per evolvere, e come imparare a fare Arte. Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante che riesce a restituirci questa pellicola: oltre alla superstar iconica, in Bowie: the Final Act emerge un artista inquieto e irrequieto, una persona che affronta la performance sul palco sentendosi a disagio, un uomo che ha necessità di maschere per dire la verità, come profetizzato da Oscar Wilde.
Instancabilmente curioso, un “collezionista di personalità”, come si è autodefinito in un’intervista a Russell Harty negli anni Settanta, Bowie si è immerso in diversi generi musicali, persone, città, non consumandoli, ma introiettandoli dentro di sé e diventandone parte. Maniacalmente attratto dall’idea della mutazione, Bowie ne risulta così ossessionato da rendere tangibile il peso di una delle paure umane più radicate: quella del cambiamento. Ed è inevitabile che questo processo, per quanto apparisse per lui aggraziato, fosse in realtà profondamente scomodo.

Una missione eroica da samurai, ma necessaria per portare al mondo qualcosa di inedito e di valore. Ziggy Stardust, il Thin White Duke, l’uomo che cadde sulla Terra: quante etichette abbiamo sfoderato nel tentativo vano di ingabbiare in definizioni un artista volutamente inafferrabile? Bowie è stato un talentuoso equilibrista capace di farsi apprezzare senza dover compiacere: ha flirtato spesso con concetti che mettono a disagio; il disco Blackstar altro non è che il confezionamento della propria imminente dipartita, dal packaging alla musica, passando per i testi ed i video.
Ma oltre al talento, è stato l’uomo giusto al momento giusto: provate ad immaginare un artista come Bowie in questo tempo, come si sarebbe potuto esprimere, assoggettato alla logica dell’algoritmo, che ci vuole sempre fedeli ai nostri stessi gusti?Enorme sollievo risiede dunque nella consapevolezza che sia riuscito, pur con fatica, a oltrepassare quel senso di distacco e alienazione magistralmente espresso nel suo capolavoro Space Oddity, facendo esattamente ciò che un artista ha il dovere di fare: donare al mondo parti di sé e permettendo, allo stesso tempo, a noi spettatori di ritrovare le nostre.




