La Fondation Louis Vuitton, fino al 31 agosto 2025, presenta “David Hockney 25”, la più vasta retrospettiva mai dedicata all’artista britannico: oltre 400 opere che coprono un arco di 70 anni, dal 1955 al 2025. Si tratta della mostra più estesa ospitata in tutti i 4 piani del maestoso edificio progettato da Frank Gehry. Hockney ha personalmente curato ogni fase dell’allestimento, insieme al partner Jean‑Pierre Gonçalves de Lima e all’assistente Jonathan Wilkinson, offrendo uno sguardo intimo sul suo processo creativo.
L’artista ha sistemato le opere in modo da esaltare il dialogo tra arte pittorica tradizionale e forme di espressione contemporanea, come i disegni su iPad e iPhone. La sezione iniziale della mostra riunisce opere fondamentali della sua carriera: il ritratto del padre del 1955, Portrait of My Father, e capolavori come A Bigger Splash (1967) e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), del 1972. Tra le opere più significative, We Two Boys Together Clinging (1961) testimonia la sua anticonformista rappresentazione dell’amore gay negli anni Sessanta. La mostra prosegue con paesaggi monumentali come Bigger Trees near Warter (2007), una composizione su 50 tele che celebra la natura e si ispira alla pittura en plein air impressionista.
La sezione dedicata al lockdown 2020, intitolata The Arrival of Spring o “220 for 2020”, comprende 220 disegni digitali su iPad, incorniciati e presentati per la prima volta. Una parte della mostra è dedicata a The Great Wall (2000), un omaggio critico ai grandi maestri come Fra Angelico, Cézanne, Picasso e Van Gogh: non semplici citazioni, ma riferimenti assimilati nella tessitura narrativa delle opere di Hockney. A completare l’esperienza, un’installazione immersiva curata con lo Studio 59 permette di ammirare i suoi bozzetti scenografici per opere come The Rake’s Progress (1975), trasformando una sala in un teatro visivo.
Ma quale a opera associamo il nome di David Hockney? Quali quadri visualizziamo quando pensiamo all’artista? Sicuramente i quadri delle piscine. Questo per dire che a volte non importa quanto l’artista abbia lavorato. Il culmine, il punto dove la sua unicità viene consacrata, si manifesta in poche opere che diventano iconiche. Personalmente trovo invece abbastanza ripetitive alcune sue serie dedicate alla natura, parte delle quali esplorano lo stesso soggetto, in condizioni diverse e con minime variazioni. Il confine tra digitale e pittura è indistinguibile, ma resta il fatto che l’assenza di fisicità della pittura digitale, e il rischio di uniformità concorrano a favore della pittura. Certamente i mezzi digitali sono un ottimo strumento per ampliare i confini dei mezzi tradizionali. Inoltre, consentono un numero infinito di cancellazioni e ripensamenti. Poi entrano in gioco diversi fattori tra cui l’identità, la fotografia, la stampa, la
riproducibilità.

Tornando alle piscine, è difficile dimenticare quei blu vibranti, quelle superfici increspate, l’aria sospesa di calma californiana che si respira in opere come A Bigger Splash (1967) o Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), che sono diventati icone assolute della sua carriera e dell’arte del XX secolo. La piscina, in Hockney, è molto più di un soggetto: è luogo mentale e simbolico, una superficie su cui si rifrange il desiderio, la luce, la libertà, spesso connotata da un sottofondo erotico appena accennato, ma profondamente presente. Non a caso, molte di queste opere furono create nei suoi anni californiani, quando Hockney trovò nell’Ovest americano una nuova libertà personale ed espressiva. Dalle piscine, ha poi saputo espandersi in mille direzioni, ma quelle piscine restano comunque l’ingresso cristallino nel suo universo, la porta blu attraverso cui il pubblico ha cominciato a conoscerlo e ad amarlo. La mostra apre ad una ampia riflessione sul destino della pittura e sull’arte proiettata su futuri scenari in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale, avranno sempre più modo di sovvertire le categorie di percezione dell’immagine e dei processi mentali e creativi.



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