La prima cosa che vedo di Matt Mullican, salito lo scalone che porta a Palazzo della Ragione a Bergamo Alta – un luogo da cui si gode una delle più belle viste sul Duomo – è la sua schiena ripiegata a terra: sta fotografando con il cellulare “That Person’s Heaven”, la monumentale installazione che ha pensato per questo spazio.
Da domani e fino al 18 di gennaio ci si può camminare sopra (basta togliersi le scarpe o mettere i sovrascarpe): è un enorme e soffice tappeto quadrato di 16 metri per 16. Poco prima del mio incontro con l’artista americano (1951, Santa Monica) sono passati i bambini di una scuola: «Erano entusiasti: loro la sentono questa mia arte. E sai perché? Perché parla la loro lingua, anche se io ho quasi 75 anni e questo stile ho cominciato a pensarlo negli anni Settanta», dice Mullican, una vita ora divisa tra Berlino e New York («Che bella notizia l’elezione del sindaco Mamdani: del resto della politica americana non voglio parlare. Trump è una disgrazia»).

Passeggiamo sulla sua opera tessile in questa mostra curata al solito con passione da Stefano Raimondi e prodotta da The Blank Contemporary Art che apre in grande stile il Festival d’Arte Contemporanea ArtDate (una quarantina di appuntamenti in città, fino a domenica). Mullican è affezionato all’Italia: ricorda «come un dono» la personale di qualche anno fa al Pirelli HangarBicocca e con grande affetto la storica dell’arte Ida Giannelli che tanti tanti anni addietro si interessò ai suoi lavori. Più recentemente, sempre restando all’Italia, Matt Mullican è stato tra gli artisti chiamati da Massimiliano Gioni nella sua Biennale d’Arte di Venezia, nel 2013. «In America non sono stato molto capito: sì, ho esposto al MoMa e al Whitney Museum di New York, ma mai con una vera e ampia personale e quasi nessun altro museo importante ha una mia opera in collezione. Ora ho donato i miei quaderni giovanili allo Smithsonian Institution che sta costruendo un archivio digitale sulla creatività americana: mi è parsa una bella idea. Trovo interessante che la mia arte sia invece molto apprezzata in Sudamerica, dove c’è tanta gente appassionata di filosofia, o in Portogallo. Essere qui, a Bergamo, in questo spazio così speciale è un altro grande dono della vita».

Matt Mullican ha sviluppato fin dai suoi esordi artistici un complesso sistema di simboli, pittogrammi e codici cromatici che, secondo lui, possono decodificare la nostra conoscenza. Nello specifico – semplificando all’essenziale – il verde indica il materiale, il giallo le idee, l’azzurro la quotidianità, il bianco e nero il linguaggio, il rosso il soggettivo. Ebbene, la sua installazione a Bergamo si concentra su questi ultimi due pattern: metà dell’opera è in bianco e nero, l’altra metà è rossa. In questo enorme tappeto a forma di griglia vediamo 32 lavori di uguali dimensioni. Tutti insieme formano un enorme quadrato. «Anche questa sala è un quadrato: una cosa rara», commenta Mullican alzando il volto verso il soffitto del Palazzo della Ragione.
Ci avviciniamo alla parte rossa: «Guarda i segni: potrebbero stare in un aeroporto. Chissà, magari i piloti li capiscono (ride). Sono sempre stato percepito come un outsider, come “the fool in the hill” come dice il titolo della canzone dei Beatles. Questo me l’hanno detto spesso i miei amici, anche alcuni critici a New York. Il punto è che da quando sono piccolo sono interessato ai segni che vedevo ovunque: mi piace dipingerli perché trovo che articolino direttamente tante informazioni. Mi sono interessato alla rappresentazione dei significati molto prima della rivoluzione grafica e informatica, molto prima dello stile di tanti videogames di oggi».

Ci soffermiamo a discutere del titolo di questo suo progetto a Bergamo, a metà tra ipnosi e consapevolezza. Matt Mullican da sempre definisce “That Person”, quella persona, il suo alter ego che dipinge e crea durante sessioni ipnotiche o in stato di trance: usa un linguaggio quasi fanciullesco nelle scritte dipinte, ama le ripetizioni e gli elenchi. Se osserviamo l’installazione troviamo infatti, scritti in nero, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, le azioni che si compiono durante la giornata, e così via.
«That Person sono io non solo quando sono sotto ipnosi: divento Quella Persona ogni volta che osservo qualcuno proiettando il mio su di lui. Tutto il mio lavoro artistico si concentra sui soggetti: la mia arte è soggettiva, non oggettiva e concettuale». Definisce “Cosmologia” la sezione rossa dell’installazione, punteggiata da sfere e da vuoti e pieni: gli chiediamo se tutto questo ha a che fare con la religione o con una forma di spiritualità.

Matt Mullican scuote con decisione la testa: «No, affatto. È solo un modello in cui tante persone possono rivedersi, ma non c’entra nulla con la fede: non sono una persona credente, ho mille dubbi, credo forse solo nella reincarnazione. Spesso questa parte del mio lavoro, questo fatto di colore rosso che è più simbolico, è stato frainteso. Solo adesso la gente comincia a capire che è un progetto post-moderno: è un modello di rappresentazione della nostra mente che pensa il mondo». Ultima curiosità: per un artista che ama occuparsi del soggettivo nelle sue opere non compare mai la parola love, amore: perché? «Troppo soggettiva. Io mi occupo di soggettività, del punto di vista del soggetto e del suo modo di decodificare il mondo, ma in un modo oggettivo». Lo dice sorridendo, poi torna a camminare sul tappeto di Quella Persona.





