Il nuovo spettacolo teatrale di James Franco, in tournée per l’Italia dopo il debutto dal teatro Bellini a Napoli, apre uno squarcio tra il quotidiano e il tessuto lynchiano. Nonché sulla nostra necessità di essere visti. Lo spettatore si addentra nello spettacolo attraverso Dream Lover di Bobby Darin, interpretata da Elli Papadiamanti, a cui segue immediatamente Blue Velvet, che catapulta nell’atmosfera “alla David Lynch” in modo ancora più esplicito.
Infatti qui James Franco entra in scena truccato come il terrificante Mystery Man di Strade perdute, il personaggio interpretato da Robert Blake. Per chi non lo ricordasse, Mystery Man è una delle incarnazioni più perturbanti dell’universo cinematografico di David Lynch. Durante una festa, il protagonista di Strade Perdute incontra una figura inquietante dal volto truccato di bianco: Mystery Man. Questi sostiene di trovarsi contemporaneamente lì e a casa sua. Quando il protagonista, incredulo, gli chiede come sia possibile, Mystery Man lo invita a telefonare a casa. Dall’altra parte della cornetta risponde proprio lui. Il tutto si intreccerà poi con una storia di delitto passionale.
È una scena ovviamente retta sul surreale e il paradosso, ma questo è solo il primo livello. Pochi sanno che nella realtà, l’attore che interpreta Mystery Man, Robert Blake, è stato accusato dell’omicidio della moglie, Bonnie Lee Bakley, una donna con alle spalle ben 9 matrimoni, quasi tutti con persone facoltose.
Tutti questi elementi sono tasselli importanti per provare a interpretare lo stratificato e seducente Desert Films. Telecamera dell’iPhone alla mano, Franco/Mystery Man riprende la cantante sul palco in modo insistente e disturbante. Nell’ombra si cela un uomo legato a una sedia, che scopriremo essere la sua vittima.
Quando la cantante esce di scena, rimangono i due uomini: rapito e rapitore, convinto di essere Robert Blake. O forse è un’incarnazione di Mystery Man?

Da quel momento lo spettacolo diventa un dialogo tra i due uomini che ruota attorno alla fame di attenzione, la necessità di essere riconosciuti e apprezzati. Una bramosia di attenzioni che riguarda gli esseri umani, e che negli attori sembra assumere una forma ancora più esasperata. Al contempo, si prova a ricostruire cosa è successo la notte della morte di Bonnie Lee Bakley.
Oltre a recitare, Franco riprende ogni scena con il cellulare – compreso se stesso – mentre in diretta, le immagini sul palco vengono proiettate sullo sfondo della scena. Nasce così un’interessante performance dentro la performance, una scena che viene contemporaneamente vissuta e proiettata. Franco è dentro la scena e contemporaneamente quasi esterno. È attore, ma anche spettatore di ciò che sta accadendo e ancora, il regista e l’autore. E considerati i dialoghi, non sembra casuale che tutto cominci proprio con Dream Lover. La canzone del 1959 parla del desiderio di trovare un amore capace di riempire la solitudine e dare forma a un sogno. Non è l’amore concreto a essere ricercato, quanto una fantasia infantile proprio perché ancora incontaminata dalla complessità del reale. E per questo destinata, prima o poi, a infrangersi: quando ciò che desideriamo è qualcosa di cui abbiamo bisogno per sentirci completi, il sogno muta in dipendenza. E la dipendenza, a sua volta, rivela l’incapacità di sentirsi liberi e completi anche senza l’altro.

La fama può funzionare in modo sorprendentemente simile a una relazione tossica: alimenta la bramosia di essere desiderati, e può trasformare il bisogno di riconoscimento in una vera e propria dipendenza. In queste crepe si infila Mystery Man, come personificazione fisica di certe emozioni distruttive. Lo spettacolo è interpretato da un attore che interpreta un attore che, a sua volta, interpreta un personaggio, o forse è il personaggio ad aver preso il sopravvento sull’attore? I piani si confondono e si sovrappongono, fino a rendere sempre più labili i confini, coinvolgendo inevitabilmente anche chi guarda nelle riflessioni sulla fame di attenzioni, così diffusa nel tempo dei social media. Ed emerge anche il lato più ambiguo della visibilità: il giudizio con l’inevitabile zona d’ombra, sospesa tra ciò che è accaduto e ciò che viene percepito.
Senza voler trasformare Desert Films in un’opera autobiografica, conoscendo certe vicende controverse della vita di Franco, è difficile non cogliere alcune note comuni tra la vita di Robert Blake e quella di Franco: entrambi sono stati travolti da degli scandali che, a prescindere dalla loro veridicità, hanno impattato sulla loro carriera; James Franco fu accusato di condotta inappropriata nei confronti di alcune donne e la sua presenza a Hollywood si è drasticamente ridotta.

Ma la sua ricerca artistica si è addirittura ampliata nei nuovi spazi in cui si è espressa: scrivendo, dipingendo, dirigendo, come se una sola forma espressiva non fosse mai sufficiente e sfociasse in una sorta di bulimia artistica inesauribile.
Un’irrequietezza che sembra trovare espressione anche quando Franco parla della Hollywood machine, un mondo che conosce dall’interno: “Sono molto interessato alle storie che riguardano Hollywood come una sorta di dipendenza, storie in cui le persone amano Hollywood così tanto che qualcuno finisce addirittura per morire a causa della sua vicinanza al calore di Hollywood“.
Tutti questi spunti confluiscono nello spettacolo lasciando lo spettatore appagato seppure pieno di interrogativi: Desert Films è un coacervo complesso ma avvincente, una matassa da dipanare che riguarda quello che può succedere quando si comincia ad avere un bisogno eccessivo di essere apprezzati per sentire di esistere davvero.



