Un progetto raro e originale. Mostrare sulle pareti, accanto ai dipinti degli artisti, una porzione di critica letteraria. Non si era mai visto prima. È questa, l’inedita quanto interessante idea cardine della mostra allestita al Museo d’arte di Mendrisio, visitabile fino al 6 luglio: Una storia di arte e di poesia. Ne è curatore e ideatore a Simone Soldini, già direttore del Museo per oltre 20 anni (oggi guidato da Barbara Paltenghi Malacrida). Un percorso espositivo negli spazi di quello scrigno di bellezza che è il Museo d’Arte di Mendrisio (nel passato è stato un convento), distinto in otto sezioni, costruito attorno a otto figure centrali di critici d’arte, letterati, scrittori e poeti italiani della seconda metà del Novecento, i nomi di alto livello: Arcangeli, Bertolucci, Biamonti, Isella, Orelli, Sereni, Tassi, Testori, in dialogo con opere (oltre un centinaio) dei loro artisti prediletti: Francis Bacon, Afro Basaldella, Alberto Burri, Filippo de Pisis, Alberto Giacometti, Renato Guttuso, Fausto Melotti, Giorgio Morandi, Willy Varlin, Edmondo Dobrzanski, solo per citarne alcuni. L’esposizione è arricchita da carteggi e preziose fotografie che ci restituiscono, le atmosfere di quel periodo e le storie dei legami di amicizia che i grandi nomi della critica e della letteratura citati con gli artisti.

In un modo o nell’altro tutti gli otto autori scelti, con stilli differenti, sono tutti alla ricerca di quella “equivalenza” tra scrittura e immagine, di un “parallelo” o di un rispecchiamento tra poesia e arte, sull’esempio di quanto affermava Roberto Longhi di “riconsegnare la critica nel cuore di un’attività letterari (un vero e proprio manifesto sul modo di fare critica pubblicato, per la prima volta, sul primo numero della rivista “Paragone” nel 1950). Figura straordinaria, per le eccezionali qualità di storico dell’arte, e per la scrittura ricercata, preziosa, assolutamente colta, ricca di suggestioni visive che lo ha reso uno dei critici dell’arte dallo stile più ammirato. Una scrittura (e una lettura) non solo descrittiva dell’opera d’arte (l’ antichissima arte dell’ekphrasis) ma interpretativa, cercando di cogliere il suo significato più profondo. Un rapporto con l’immagine non più meramente contemplativo, statico, e non solo come comprensione ma come partecpiazione attiva al mondo dell arte, a fianco degli artisti. “Abbiamo vissuto con gli artisti”, dichiarerà Francesco Arcangeli.

Lo stesso curatore Soldini avverte che si tratta di una mostra da guardare con pazienza, che può prendere ore. Il tempo è necessario per apprezzare come merita la scrittura ad alta densità poetica degli autori selezionati. È infatti una mostra da leggere, non soltanto da guardare. Appesi ai muri, dunque, accanto alle opere d’arte, i brani tratti da loro scritti (le fonti da cui sono prese le citazioni sono esplicitate nel bel catalogo edito da Casagrande edizioni) fanno da didascalia parlante e poetica. Un gioco di specchi e di risonanze tra parola e immagine , e di ri-creazione attraverso la scrittura del gesto artistico. Come scrive Simone Soldini, citando Paul Valery, “tout les art vivent de paroles“. Parole che arricchiscono un mondo pittorico che sollecita la parola, oltre lo sguardo. Una scrittura che tende a instaurare una relazione di intimità con l’opera , avvertita da ciascuno come cassa di risonanza del proprio sentimento della realtà. Tessitrice di immagini, capace di produrre visioni;di ri-pensare l’arte, e che de-compone e ri-compone l’immagine. E’ un chiedere ancora e ancora all’opera , in cui si trova una risposta ulteriore, che è voce nuova, immaginosa, stupefatta, capace di innescare cortocircuiti e generare nuove aperture di senso
Qualche esempio di dialogo tra opera d’arte e critica d’artista? Scrive Francesco Biamonti commentando Rocce, olio su tela di Ennio Morlotti (catalogo alla mostra di Palazzo Reale Milano 1964): “Anche nel respiro in piena luce, in pieno sole, le immagini affondano e non si frammentano: non richiami dell’esistere, ma esistenza stessa, chiudono, nel loro essere e far corpo, la sessualità dell’umano”.
L’uscita delle valchirie di Fausto Melotti è abbinato a un brano di Roberto Tassi, da un articolo pubblicato su repubblica nel 1979, Così cantano i fili di luce. Ne traggo solo due righe: “È come se dal blu e dal nero della volta notturna uscisse il canto filiforme e dorato di una musica; come se la sfera del gelo invernale venisse a frantumarsi nei lacerti candidi della stoffa-neve vibranti ad ogni ventata”.

Racchiude tutta la visceralità della critica emozionale (così lui stesso la definiva) il testo di Giovanni Testori (il giovane Testùr, come lo chiamava Longhi), scrittore, critico, drammaturgo, scelto per dialogare con una delle opere più belle tra quelle in mostra: il piccolo ma abissale ritratto-maschera di William Blake, opera del 1955 di Francis Bacon Study for Portrait III (After the Life Mask of William Blake), uno degli artisti che più amava: “Così anche Bacon questo svergognato, supremo abitatore rimestatore e cantore dell ‘umano disastro è entrato nel regno muto delle ombre, le ombre intendo che si muovono all’ interno e che, insieme, avvolgono la nostra carne offesa, umiliata e demente” (Disperata umanità dell’ultimo maledetto, in Corriere della sera, 29 aprile 1992, alla morte dell’artista). Nei saggi sul Gran teatro montano, Testori dichiara di esercitare una critica “emozionale”, non come immediatezza sensibile, ma come sentimento dell’irripetibilità di ciò che accade nel momento in cui si è di fronte all’opera d’arte. È ciò che accade, quando Giovanni Testori scrive del proprio ritratto fattogli – a olio, carboncino e acrilico su tela – dall’amico pittore svizzero Willy Varlin, nel 1973: “Da qualche tempo Varlin mi ‘tampina’ perché vada su (a Bondo, paese in val Bregalia, nel cantone svizzero, ndr) a posare davanti a lui, quanto più mi è possibile. Per convincermi, ogni tanto mormora; “Avec une tête comme la vôtre, on ne s’arreterait jamais…”. La mia testa? E va bene: la mia testa. Ma io mi son visti crivellare gli occhi due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte, così, d’un colpo, come in un affondo di spada; me li son visti crivellare e trasportare, tac, tac, nel mezzo della “facciazza” fregiata più che dipinta o dipinta più che sfregiata, ovvero tutte e due le cose nello stesso precisissimo istante”.

È un modo di parlare d’arte passionale, poetico, lirico, oggi inimmaginabile o perlomeno non a quel grado alto di consuetudine intellettuale ed umana che c’era allora. E allora oltre la straordinaria qualità del progetto e del suo allestimento, la mostra ha il merito di sollecitare anche una domanda: a che punto è la critica d’arte in Italia? O forse oggi esistono solo i curatori? E non è detto sia un male, forse. Parliamone.


