Diesel AI 2026-27: Glenn Martens trasforma l’heritage in un museo pop saturo

Lo spazio non si lascia attraversare con facilità. Prima ancora che la sfilata inizi, ciò che colpisce è la densità dell’ambiente: una distesa di oggetti accatastati, superfici occupate, immagini che si sovrappongono senza soluzione di continuità. Memorabilia, arredi, frammenti grafici, elementi d’archivio e segni riconoscibili del brand convivono in una scenografia che rifiuta ogni principio di ordine o di selezione. Non c’è un percorso suggerito, né un centro evidente: lo sguardo è costretto a muoversi per attrito, inciampando tra le cose.

In questo paesaggio visivo eccessivo prende forma la sfilata Autunno/Inverno 2026–27 di Diesel, presentata alla Milano Fashion Week sotto la direzione creativa di Glenn Martens: non come semplice cornice per i capi, ma come dispositivo narrativo autonomo, in cui l’accumulazione diventa linguaggio e l’oggetto materia primaria del racconto.

L’impressione iniziale è quella di trovarsi all’interno di un museo pop privo di una volontà classificatoria. Non emergono sequenze cronologiche, né ripartizioni tematiche o dispositivi esplicativi capaci di orientare la visione. Lo spazio risponde piuttosto a una logica di concentrazione e sovraccarico: gli oggetti si sovrappongono, si comprimono, saturano ogni piano disponibile. Anche l’archivio smette di funzionare come strumento ordinatore della memoria del brand e si presenta come un agglomerato eterogeneo di residui, una stratificazione visiva che resiste alla chiarezza e alla sintesi.

L’operazione si colloca a distanza dalla retorica celebrativa che accompagna spesso l’heritage nella moda contemporanea. Qui gli oggetti non assumono il ruolo di reliquie, né vengono trattati come feticci da preservare nella loro presunta integrità originaria. Si offrono piuttosto come materiali consumati, tracce di una storia già attraversata, rimaneggiata, rimessa in circolo più volte. Il passato di Diesel non viene isolato o protetto, ma reso esposto nella sua dimensione usurabile, aperto allo sguardo e a nuove possibilità di riattivazione simbolica.

L’identità del brand si articola così non come un racconto unitario e progressivo, ma come un ambiente visivo compatto, segnato da una certa opacità. Il legacy brand – marchio la cui identità è vincolata alla gestione e alla messa in scena del proprio passato – prende forma attraverso la moltiplicazione di immagini, forme e segni, più che tramite un’evoluzione stilistica lineare. Ciò che affiora non è un’eredità da trasmettere in modo ordinato, ma la pressione stessa del passato: un accumulo persistente che occupa spazio e rende problematica ogni lettura univoca.

Questa impostazione genera un effetto di saturazione che coinvolge direttamente lo spettatore. L’abbondanza di oggetti non sollecita una fruizione distaccata, ma impone una condizione immersiva. Il museo pop di Diesel espone la memoria come questione aperta, più che come sistema organizzato e l’archivio si trasforma così in un campo instabile, percorribile ma mai completamente decifrabile, in cui il significato nasce per contiguità e stratificazione, piuttosto che per ordine o gerarchia.

La stessa impostazione informa la collezione in passerella, in cui i capi appaiono come oggetti già attraversati, carichi di una temporalità non lineare. Il denim è sottoposto a trattamenti che ne irrigidiscono la struttura, fino a fissare pieghe e tensioni come se fossero il risultato di gesti reiterati nel tempo.

Le superfici sono lavorate per produrre un effetto di consumo controllato, mentre i volumi discontinui evocano presenze precedenti, corpi che sembrano aver lasciato un’impronta senza essere più visibili. L’abito non ambisce a una forma ideale né a una neutralità anatomica. Si configura, piuttosto, come supporto materiale di un’esperienza sedimentata: un oggetto che registra il passaggio, che trattiene segni, che rende visibile una storia d’uso.

Ciò che emerge è una concezione dell’oggetto come unità minima di racconto – non simbolo da interpretare, ma presenza concreta, carica di una memoria non pacificata. L’oggetto, nella sfilata di Diesel, non rimanda a un’origine pura o a un valore autentico da recuperare. Al contrario, esiste nella sua reiterazione, nella sua esposizione continua, nel suo essere già visto, già usato, già consumato.

Questa impostazione sembra rispondere a una condizione più ampia della cultura visiva contemporanea, in cui il passato non viene più percepito come distanza, ma come sovraccarico sempre più ingombrante.

L’archivio non è una risorsa da cui attingere selettivamente, ma una massa che invade il presente. Diesel traduce questa condizione in forma spaziale e materiale, trasformando il proprio patrimonio in un ambiente difficile da dominare. In questo scenario, la nostalgia perde la sua funzione consolatoria in quanto non c’è alcun tentativo di recuperare un’età dell’oro o di fissare un’immagine definitiva del brand. Il passato è reso disponibile, sì, ma anche esposto alla sua stessa instabilità; è un passato che non garantisce coerenza, che non offre un fondamento solido, ma che insiste come accumulo irrisolto.

La sfilata Autunno/Inverno 2026–27 costruisce così una narrazione inedita che rinuncia deliberatamente alla linearità. L’identità di Diesel non viene definita per continuità stilistica o per riconoscibilità iconica, ma per quantità e prossimità. Si tratta di un’identità che si forma per addensamento, per contatto, per eccesso. Un’identità che non si lascia riassumere, ma che si manifesta come spazio da attraversare.

Il museo pop messo in scena si configura come un dispositivo di esposizione permanente del troppo, più che come luogo di conservazione. Troppo passato, troppe immagini, troppi oggetti. L’archivio smette di essere un deposito rassicurante e diventa un campo di tensione, un ambiente vivo ma instabile. È in questa opacità, più che in una presunta coerenza narrativa, che il brand sembra oggi trovare la propria forma.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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