Artista, teorica e ricercatrice, Primavera De Filippi incarna una figura ibrida che sfugge alle definizioni canoniche. Tra il CNRS di Parigi e il Berkman-Klein Center di Harvard, la sua ricerca attraversa diritto, tecnologia e governance delle infrastrutture digitali, mentre la pratica artistica diventa il luogo in cui questi temi si trasformano in esperienze concrete: organismi digitali, ecosistemi economici sperimentali, forme di vita sintetiche che abitano la blockchain.
Primavera era da tempo nella mia wishlist per queste interviste e avevo già potuto ammirare il suo Plantoid nella mostra Ipotesi Metaverso, curata da Serena Tabacchi e Gabriele Simongini. L’occasione di confrontarmi con lei è arrivata grazie a Domenico Fragata, che mi ha raccontato la sua esperienza alla Glitch Residency, la residenza artistica in Francia ideata da Primavera dove artisti, informatici e curatori si ritrovano per lavorare e sperimentare insieme.
Con i Plantoids – sculture-enti semi-autonomi che vivono sulla blockchain e si riproducono grazie all’interazione umana – De Filippi ha inaugurato un lessico radicale per pensare l’arte nell’era post-digitale: non più oggetto da possedere, ma specie da coltivare, da cui emergono nuove economie della partecipazione e della co-creazione. Progetti come Arborithms e Aminals spingono ancora oltre questa prospettiva, immaginando un futuro in cui entità artificiali e comunità umane condividono responsabilità, cura e potere decisionale.
In questa intervista, Primavera De Filippi ci accompagna dentro il suo ecosistema concettuale: dalla critica alle derive speculative della crypto-art alla visione di una vita sintetica autonoma, dove blockchain e intelligenza artificiale non sono solo tecnologie, ma ambienti di esistenza.
Artista, figura di riferimento per il mondo Blockchain, ricercatrice al Centre National de Recherches Scientifiques (CNRS) e Faculty Associate presso Harvard’s Berkman-Klein Center – giusto per citare una piccola parte della tua vita professionale. Nel tuo percorso hai unito diritto, ricerca, tecnologia e produzione artistica. Come si intersecano questi 4 ambiti nella tua vita?
Per me, questi quattro ambiti non sono separati, sono diverse prospettive che puntano allo stesso oggetto di ricerca e che si alimentano a vicenda in un ciclo continuo. Ho iniziato ad interessarmi alla tecnologia molto giovane. Prima con Internet, e poi con la blockchain, ho scoperto nuovi strumenti per esplorare e costruire nuove architetture digitali.
La ricerca mi permette di analizzare in modo critico l’impatto di queste tecnologie sulla società, specialmente dal punto di vista del diritto e della governance. In particolare, il diritto mi permette di comprendere, ma anche potenzialmente di influenzare le strutture di potere che emergono da queste nuove architetture digitali. L’arte è il mio laboratorio di sperimentazione, il modo in cui traduco le idee della mia ricerca in qualcosa di tangibile. Quando le mie ricerche sulle problematiche legali dei smart contracts e delle organizzazioni decentralizzate sulla blockchain DAO sembravano fantascienza, ho creato i Plantoid, per illustrare queste problematiche in maniera più poetica.
L’arte mi dà la libertà di spingere le tecnologie oltre la loro funzione standard, esplorando le implicazioni filosofiche e politiche di queste tecnologie senza essere vincolata da un bisogno di dimostrare una viabilità tecnologica o commerciale.
Con i tuoi Plantoids hai creato un ecosistema collaborativo dinamico. Ci racconti questo progetto artistico e come è nata questa idea di “vita digitale (semi) autonoma”?
Il progetto Plantoid è nato nel 2014, quando ho deciso di dedicare tutta la mia ricerca alle implicazioni legali di Ethereum e degli smart contract. Quando ne parlavo in ambito accademico, la reazione era quasi sempre di scetticismo —o perché la gente non capiva di che cosa stessi parlando, o perché sembrava che stessi descrivendo pura fantascienza. Ho pensato che per rendere questi concetti più comprensibili e reali, dovevo dargli una forma fisica, e l’arte è stata il mio strumento per farlo. L’idea di creare il Plantoid come rappresentazione di una nuova forma di vita digitale deriva da quella che considero essere la caratteristica più affascinante della blockchain: la capacità di creare entità che operano in modo autonomo, senza un operatore centrale. Volevo illustrare il concetto di “organizzazione autonoma decentralizzata” (Decentralized Autonomous Organisation, o DAO in inglese) usando la metafora della vita digitale, creando un essere autonomo, autosufficiente e capace di riprodursi. Così è nato il Plantoid: la prima forma di vita basata sulla blockchain.
Il Plantoid è un essere ibrido composto da due componenti principali che interagiscono per dare vita al Plantoid: il corpo del Plantoid è una scultura meccanica, fatta di catene metalliche per simboleggiare la blockchain; lo spirito —o l’anima— del Plantoid è uno smart contract sulla blockchain di Ethereum. Come le piante che hanno bisogno degli insetti per l’impollinazione, i Plantoid hanno bisogno degli esseri umani per la loro riproduzione. Chiunque può “nutrire” il Plantoid inviandoli delle criptomonete. La Plantoid si attiva, invitando la gente ad interagire con i vari sensori e emettitori posizionati sul suo corpo di metallo. Queste interazioni daranno vita ad un’opera d’arte generata dal Plantoid, che sarà poi consegnata (nella forma di un NFT) all’umano polinizzatore—”collettore” di un seme digitale del Plantoid.
Quando questi NFT sono venduti sul mercato secondario, le royalties sono redistribuite al Plantoid. Si crea così una relazione simbiotica: più gli umani sono incentivati a speculare sul valore di questi semi digitali, più aiutano il Plantoid a raggiungere il suo obiettivo di riproduzione. Una volta che il Plantoid ha accumulato fondi sufficienti per riprodursi, viene aperta una “call for tender” dove artisti dal mondo intero possono sottomettere delle proposizioni su come creare la prossima Plantoid. I detentori dei semi digitali (o NFT) possono votare per scegliere collettivamente la proposizione vincente, che influenzerà quindi l’evoluzione del Plantoid. Scelto il vincitore, il Plantoid trasferisce automaticamente —tramite uno smart contract— i fondi all’artista selezionato, che sarà “commissionato” direttamente dal Plantoid per creare un nuovo esemplare di se stesso. Il Plantoid è quindi un’entità (semi) autonoma, con la capacità di riprodursi attraverso una rete di collaborazioni uomo-macchina. Io ho creato il protocollo, che permette a questa nuova forma di vita digitale di evolvere, dimostrando che un’organizzazione autonoma decentralizzata non è fantascienza, ma una realtà possibile—almeno nel campo artistico.

Nei tuoi lavori l’uomo resta sempre necessario, anche quando l’opera si auto-riproduce. Che ruolo immagini per l’umano in questo futuro di organismi digitali?
Il punto non è di eliminare l’umano, ma di ridefinire la sua centralità. L’artista non è più al centro del valore, ma diventa un partecipante, un collaboratore al servizio di un progetto artistico più vasto e complesso. Nel caso dei Plantoid, l’umano è necessario per molteplici funzioni, che svelano il suo ruolo nell’ecosistema. Come gli insetti che contribuiscono alla impollinazione delle piante, l’umano, con il suo atto di “nutrimento”, fornisce l’energia iniziale (in questo caso, il capitale) che permette la nascita di un nuovo seme.
Una volta che il Plantoid ha acquisito il capitale necessario per riprodursi, si affida alla saggezza collettiva degli umani che diventano i guardiani della visione estetica e concettuale della specie. Infine, il Plantoid commissiona un artista umano, approfittando della sua sensibilità e delle sue capacità per dare forma a una nuova generazione di Plantoid, trasmettendo il “codice genetico” tramite una nuova interpretazione dell’artista. In questo senso, l’umano non viene eliminato; al contrario, viene apprezzato per le sue qualità più intrinseche: la sua intenzionalità, il suo giudizio estetico, la sua sensibilità artistica e le sue abilità manuali. In un futuro popolato da organismi digitali, gli umani sono invitati a collaborare in quegli ambiti dove la loro umanità rimane insostituibile.

Si è appena conclusa la sua quarta edizione della Glitch Residency. Ci racconti di cosa si tratta?
Sono la fondatrice e organizzatrice di Glitch, un progetto nato quasi per una necessità personale che si è poi trasformato in un collettivo artistico. Il progetto è nato da una frustrazione che sentivo riguardo al mondo del “crypto-art”. Da un lato, percepivo un enorme potenziale per creare nuove forme d’arte, nuovi modelli economici e nuove strutture di governance. Dall’altro, osservavo la ripetizione di una logica puramente speculativa, ripetendo i pattern del mondo dell’arte tradizionale con poco spirito critico.
Sentivo quindi il bisogno di creare uno spazio dove poter avere conversazioni più profonde, dove poter sperimentare e innovare in modo più radicale, al di là delle pressioni del mercato. Così è nata la Glitch, una residenza artistica di due settimane che riunisce artisti, ingegneri, galleristi, curatori, ricercatori e filosofi in un castello in Borgogna. Non è una residenza tradizionale, ma piuttosto un laboratorio di ideazione per la co-creazione di future collaborazioni. Glitch è un tentativo di creare un “glitch” nel sistema: una scappatoia temporanea dalle logiche dominanti per poter immaginare e iniziare a costruire le infrastrutture (tecniche, artistiche, legali) di un mondo digitale più innovativo e collaborativo.
La residenza non ha un programma fisso, il programma emerge dai desideri e dalle competenze dei partecipanti. All’inizio, ci ritroviamo tutti in cerchio e chiunque può proporre un’attività, una discussione, un workshop, o un esperimento. Questo crea un ambiente di forte partecipazione: la residenza è ciò che tutti, collettivamente, decidiamo che sia. L’obiettivo non è solo discutere in teoria, ma anche sperimentare nella pratica. Lo spazio è pieno di computer, proiettori e materiale elettronico. Le persone non solo discutono di blockchain e organizzazioni decentralizzate, ma li costruiscono; non teorizzano solo su nuove forme di vita digitale, ma le programmano.
La pratica ci permette di identificare nuove domande teoriche, e la teoria ispira nuove pratiche in un ciclo continuo. Il segreto di Glitch sono le persone: mettiamo insieme artisti che lavorano con la pittura, la performance, la scultura, la poesia, l’IA o la blockchain, con ingegneri che sviluppano protocolli di IA, blockchain o realtà aumentata, avvocati che pensano a nuovi modelli legali e regolamentari, e galleristi o curatori che cercano di dare un senso a queste nuove pratiche. Per due settimane, viviamo e mangiamo insieme, discutiamo e lavoriamo giorno e notte. Si crea un senso di comunità molto forte, un ambiente dove tutti si permettono di osare e sperimentare senza paura di fallire. Questi legami, basati su una profonda affinità intellettuale ed emozionale, spesso durano oltre la residenza, dando vita a collaborazioni e progetti collettivi a lungo termine.

Dall’ascesa della tecnologia Blockchain oggi siamo passati ad una primavera dell’IA – quali sono le tue riflessioni a riguardo – in ambito artistico?
Vedo l’IA e la blockchain come due tecnologie che permettono di esplorare forme diverse ma complementari di autonomia.
La blockchain è alla base dell’autonomia operativa: una volta che uno smart contract è stato messo in moto sulla blockchain, opera secondo le sue regole in modo inarrestabile e indipendente da qualsiasi intervento esterno. È un esecutore perfetto, ma le sue decisioni sono pre-programmate. Manca di una vera capacità di giudizio.
L’intelligenza artificiale, d’altra parte, sta sviluppando una sempre più sofisticata autonomia decisionale. È in grado di fare scelte complesse, di generare soluzioni inaspettate e di adattarsi a nuovi input in modi che non erano stati esplicitamente codificati. Tuttavia, le manca l’autonomia operativa: un modello di IA dipende da un’infrastruttura centralizzata (server, API) che può essere spenta o modificata in qualsiasi momento.
La vera frontiera, per me, risiede nell’unione di queste due forme di autonomia. Immaginiamo un’entità artistica che non solo possieda l’autonomia decisionale di un’IA per generare opere in modo imprevedibile, ma che viva anche sulla blockchain, garantendole un’autonomia operativa che la rende autosufficiente e non censurabile.
Questo è il passo successivo: creare non solo macchine che decidono o macchine che eseguono, ma veri e propri organismi digitali che esistono in modo indipendente, unendo la capacità di scegliere alla capacità di agire senza permesso.
Parlando dei tuoi progetti futuri: dai Plantoids alla vita sintetica: il tuo lavoro si sta ora focalizzando su questo tema – ce ne puoi parlare?
I Plantoid sono stati il mio primo tentativo di creare nuove “forme di vita” sintetiche, basate sulla blockchain. Erano un ponte tra il mondo fisico della scultura e quello digitale della blockchain.
I miei altri progetti, come “Arborithms” o “Aminals” esplorano la creazione di vita sintetica in una forma puramente digitale. Il mio obiettivo è creare organismi che vivono sulla blockchain, con dinamiche vitali ed evolutive complesse, senza la necessità di un corpo fisico.
Mentre i Plantoid si “riproducono” impiegando nuovi artisti per creare nuovi esemplari, le altre forme di vita digitali che ho creato usano diversi sistemi per incentivare l’economia.
Un Arborithm è un NFT che incorpora un codice genetico che viene visualizzato via javascript per dare vita ad un albero digitale in 3D. Ogni albero ha delle particolarità estetiche diverse, a seconda del suo codice genetico (forma, colore, taglia, tipo e quantità di foglie, etc.). Chiunque può comprare un Arborithm come qualsiasi NFT. Ma è anche possibile creare un nuovo NFT—e quindi dare vita ad un nuovo albero digitale—incrociando due Arborithms assieme. Il risultato dell’incrocio sarà un nuovo albero il cui codice genetico è un misto dei suoi due parenti. Come fanno già da anni con le piante più tradizionali, gli umani possono quindi contribuire all’evoluzione della specie degli Arborithms, incrociandoli in modo da generare nuove tipologie di alberi con caratteristiche più desiderabili. Ogni volta che un Arborithm è usato come parente per la creazione di un nuovo albero, il detentore dell’NFT associato con questo Arborithm ottiene una royalty, il valore dipende dal numero di volte che questo Arborithm è già stato riprodotto: più l’Arborithm è popolare, più alta sarà la royalty da pagare.
Questo crea un incentivo economico per gli umani interessati a massimizzare i loro ritorni economici di creare degli Arborithms sempre più interessanti, in modo che questi siano scelti come parenti per la creazione di nuovi Arborithms. S’instaura quindi una relazione simbiotica tra gli Arborithms che dipendono dagli umani per la loro evoluzione e riproduzione, e gli umani che guadagnano quando contribuiscono positivamente all’evoluzione della specie.
Un Aminal è un NFT che non può essere posseduto: nessuno lo può comprare o vendere. Invece, la gente può prendersene cura, “nutrendolo” con criptomonete. In cambio, l’Aminal offre un riconoscimento affettivo: più viene nutrito da una persona, più si affeziona a questa persona. Questo legame affettivo è importante, perché più un Aminal si affeziona ad una persona, più potere ha questa persona per influenzare la sua evoluzione.
A differenza dei Plantoids, gli Aminals hanno un sistema di riproduzione sessuata, nel senso che due Aminals si devono “accoppiare” per generare un nuovo Aminal. Gli umani che hanno nutrito questi due Aminals (e che sono quindi apprezzati da loro) possono scegliere i “geni” (i.e. i tratti visivi o comportamentali) che saranno trasferiti al nuovo Aminal. Durante il periodo di gestazione, chiunque può modificare il codice genetico del nascituro, proponendo nuovi “geni” che—se votati—entreranno a fare parte del genoma della specie. Quando nasce il nuovo Aminals, ottiene un’eredità che viene ridistribuita in modo equo ai detentori degli NFT associati con i suoi geni. Come con Plantoid, questo sistema crea una relazione simbiotica tra gli umani, interessati a massimizzare il ritorno economico, e gli Aminals, che forniscono incentivi economici agli umani per aiutarli ad evolvere e a riprodursi.

Infine, una domanda più personale: in un ecosistema di opere che vivono, si riproducono e mutano autonomamente, cosa significa per te essere un artista nell’era digitale?
In quanto artista interessata alla creazione di nuove forme di vita digitali, il mio ruolo è molto diverso da quello degli artisti tradizionali. Non mi considero essere la creatrice di queste forme di vita—il cui obbiettivo è di evolvere al di là di quello che avrei potuto immaginare—ma piuttosto la catalizzatrice, la curatrice, a volte semplicemente la “giardiniera” di questi ecosistemi digitali. Nell’era digitale, l’artista non deve essere né il padrone né lo schiavo degli algoritmi, ma il loro partner evolutivo. La mia ricerca artistica consiste nella creazione di ecosistemi generativi, dove l’uomo e la macchina collaborano per dare vita a nuove forme di vita, che integrano gli incentivi necessari per la loro evoluzione e riproduzione. Di conseguenza, mentre la maggiorità degli artisti hanno paura che le loro opere siano riprodotte senza il loro permesso, per me, la “riproduzione” fa parte integrale dell’opera: più le mie opere sono capaci di riprodursi, più opportunità hanno di evolvere in qualcosa di nuovo e sorprendente.


