Se c’è un cineasta capace di immaginare e realizzare un incontro ravvicinato con un’entità aliena, di creare connessioni, amicizie, di restituire l’incanto di una prossimità con l’altro, quello è Spielberg. Con Disclosure Day però l’oggetto, anzi, il soggetto filmico non è semplicemente l’incontro con l’alterità, non è la capacità di empatizzare con qualcosa di diverso da sé, è come si racconta, e come si cela, un evento di questo tipo. Tutto è immaginato come un lungo momento di transizione, un momento in cui Spielberg ci porta nelle pieghe di una vita, quella umana, trascorsa nella sottrazione della verità, un piccolo e fugace attimo di conoscenza coperto da narrazioni, depistaggi, distrazioni, tutto pur di non concepire che la realtà ha un sapore ben diverso da quello che sino ad ora è stato riferito.

Allora di cosa parliamo quando parliamo di verità? Parliamo di qualcosa che non tutti possono accogliere bonariamente, parliamo di qualcosa che può sconvolgere l’ordine costituito, parliamo di tutti coloro che spiritualmente possono essere turbati, perché il punto non è la notizia in sé, il punto è cosa succede dopo ogni rivoluzione, dopo ogni ribaltamento di un sistema. Allora laicamente o spiritualmente, la verità è come una soglia, e una volta attraversata ci si espone a un rischio che altrimenti non si sarebbe affrontato, ma oltre la quale c’è una sconfinata libertà. Ecco perché in Disclosure Day quella porta, quel confine, è vitale, è necessario, e lo diventa per tutti coloro che ancora non l’hanno attraversato. È un ponte, un portale luminoso da attraversare come genere umano, non solo come individualità, perché è qualcosa che ci interessa, che ci circonda e che ci determina. Praticare la soglia per Spielberg è una questione politica, sociale, ed è un progresso per tutti, e quindi è qualcosa di fondamentale, un principio da applicare per smantellare ogni recinto.
Per questo Disclosure Day può essere senz’altro considerato uno dei film più spirituali di Spielberg, neppure troppo celatamente, in cui c’è tanto di America, di frontiera, e per questo è quasi un’opera western, nel senso più visivo del termine, nel senso che c’è qualcosa di profondamente emarginato ed escluso dalla società, e quell’emarginazione viene applicata alla realtà delle cose. Non c’è più l’eroe solitario che si volta, come in Sentieri selvaggi, destinato a vivere lontano dalla comunità: l’alienazione stessa nasce da un sistema corrotto che costringe in un recinto soffocante coloro che si fanno veicolo di qualcosa di impronunciabile.
Ed è per questo che la verità diventa un verbo indicibile, al punto da essere impronunciabile, o intelligibile, e che diventa una sintassi geometrica, un metalinguaggio matematico, che per essere tradotta, e compresa, deve passare attraverso la carne, e l’immagine. Perché per Spielberg in principio c’è l’immagine, sempre, e lo si capisce da come il film comincia, con un’immagine centrale di distrazione di massa, mentre nell’angolo si sta consumando qualcosa di imperativo, che però nessuno sta osservando, perché mai come oggi siamo subissati da immagini precarie, veloci, indistinguibili, dimenticabili, veicoli perfettamente contemporanei che possono ipnotizzare, illudere, ingannare.
Cambia il punto di vista, cambia la forma, cambia la moltitudine, la riproducibilità, ma non cambia la sostanza. In principio c’è il verbo, e c’è l’immagine, ed entrambe possono condurre alla verità, ma solo se diventano parte di un processo detonante per l’uomo. Ecco che l’incontro con l’alieno diventa l’innesco perfetto per Spielberg per parlare di umanità, di connessione, di amicizia, di conflitto, e di come uscirne al meglio come società civile. Ammesso che questo sia ancora possibile.


