Dolce & Gabbana, ritorno al futuro. Anzi, al passato. Che ci sia voglia di nuove epoche imperiali? Ma anche Cattelan, intanto…

È già stata ribattezzata “la borsa dell’anno”, e non da qualche esperto di accessori minimalisti, ma, si potrebbe dire, a furor di social. Parliamo della borsa Fontana di Trevi firmata Dolce & Gabbana, protagonista assoluta dell’ultima sfilata di Alta Moda nella capitale. In effetti, chiamarla “borsa” suona quasi riduttivo: è un oggetto che si avvicina più a un frammento di monumento barocco da portare a mano, una scultura votiva da red carpet, una miniatura di Roma da indossare con la stessa leggerezza con cui si porterebbe un obelisco da passeggio. Kitsch? Senz’altro: a prima vista, sembrerebbe la riproduzione, fatta quasi per uno scherzo di dubbio gusto, di quei modellini di monumenti di cui pullulano le bancarelle, legali o abusive che siano, che da tempo intasano il centro della Capitale. Eppure, non c’è che dire, ha funzionato: l’ha guardata mezzo mondo e, per qualche strano miracolo dell’immaginario, ci si è rispecchiato, facendola diventare un magico oggetto del desiderio. I commenti sui social si sprecano: chi dice che è geniale, chi vorrebbe averla anche se sa che non potrà mai essere alla sua portata, chi la consacra come la nuova Birkin. Esagerazioni? Può anche darsi, ma sono esagerazioni che dicono qualcosa di noi tutti, di ciò che siamo diventati o che stiamo diventando.

La recente operazione di Dolce & Gabbana nella Capitale, infatti, non è soltanto un omaggio alla Città Eterna. È un esercizio di evocazione estetica ad alto tasso teatrale. Con il loro Grand Tour romano, la maison ha trasformato i Fori Imperiali in una passerella da kolossal, il Ponte degli Angeli in un palcoscenico celestiale, Via Veneto in set fotografico neobarocco. Il tutto per raccontare una Roma che è insieme imperiale e cinematografica, vestale e diva, Anita Ekberg e Ottaviano Augusto. Le modelle non sfilano: altere e regali come redivive principesse, si concedono ai flash dei fotografi con la stessa condiscendenza di antiche divinità ctonie, indossando tuniche da imperatrici, mantelli papali, armature dorate, busti scolpiti, croci bizantine e tiare degne di una saga Netflix. Più che moda, è mitopoiesi prêt-à-porter.

Accanto all’Alta Moda femminile, anche l’Alta Sartoria Uomo si è spinta in territori liturgici, con una collezione ispirata alla sartoria ecclesiastica — e realizzata in collaborazione con la Sartoria Tirelli — tra cappe, tuniche, manti cardinalizi e dettagli da parata vaticana. Non è provocazione: è iconografia pura, sfoggiata con la serietà teatrale che solo la moda sa ancora permettersi.

Colpisce, in tutto questo, la coerenza e la potenza del messaggio. Dolce & Gabbana mettono in scena un desiderio collettivo che torna a parlare il linguaggio dei fasti, dei simboli, della memoria. La nostalgia diventa estetica, e l’estetica diventa narrazione identitaria, o visionaria. È come se, dopo decenni di destrutturazione e ironia, qualcuno avesse deciso che è tempo di tornare a costruire. Con colonne scanalate, busti marmorei, mantelli sontuosi. Non come parodia, ma con la dedizione di chi sogna nuovi immaginari e nuovi imperi.

La moda, forse, ha capito, come accade spesso, qualcosa prima degli altri, guardando avanti: e per farlo, paradossalmente, è tornata a guardare indietro, molto indietro: e precisamente ai fasti della Roma imperiale e della Roma papalina. Insomma, torna, come si dice, al classico. Ma questo suo ritorno al classico, all’epico, al monumentale, pur condito da una patina marcatamente kitsch che fa molto contemporaneo avanzato (ma dopotutto, anche gli antichi romani e i Papi amavano sfoggiare addobbi, decorazioni e ornamenti decisamente kitsch, a modo loro), non è solo un vezzo estetico, ma una spia culturale. Un segno di quello che un tempo si sarebbe detto lo Zeitgeist, lo “spirito dei tempi”.

Che in giro ci sia una gran voglia di Nuovi Imperi, infatti, non è una teoria azzardata o campata in aria, ma un dato più che mai palpabile, evidente. Per capirlo, basterebbe guardarsi un po’ in giro, dall’America trumpiana alla Russia putiniana, e da lì a pioggia un po’ ovunque nelle periferie del mondo: non sarà un caso, che il famoso “popolo Maga”, ovvero i fans di Trump – nel frattempo immortalato, negli stessi canali social della Casa Bianca, in meme a dir poco surreali, vestito vuoi da Papa vuoi da Superman, in un ritorno pop-trash dell’antica megalomania imperiale di quelle che un tempo erano le dittature novecentesche – chiedono a gran voce che il suo volto venga scolpito sul Monte Rushmore, tra Jefferson e Lincoln. E se da un lato Putin, che aveva fiutato l’aria già da tempo, non è nuovo a pose da zar di tutte le Russie (le sue foto a torso nudo a dorso di cavalli bianchi risalgono già a qualche anno fa, prima ancora della sua famigerata “operazione speciale” che ha svelato al mondo intero le sue mire imperiali), dall’altro anche il democratico Occidente appare sempre più preda di un’acutissima sindrome di Stoccolma, che ci vorrebbe tutti novelli sudditi di inedite figure autocratiche, incuranti e infastidite dei noiosi legacci delle buone vecchie regole delle democrazie liberali, in favore di nuovi/vecchi, e ben più semplici, slogan di ritorno all’ordine.

E l’arte? Se a prima vista sembrerebbe impigliata in vecchie logiche che poco o pochissimo ci dicono del nuovo mondo, da una parte baloccandosi a inseguire una facilissima visibilità social commentando, come facevano i vignettisti d’altri tempi, le notizie dal mondo in tempo reale (come fa quasi universalmente quella che un tempo chiamavamo col nome di Street art), sbertucciando magari questo o quel leader mondiale per darsi una tanto inutile quanto scontata patente di “arte impegnata”, e dall’altra rimanendo a giocherellare con i fasti di un concettuale ormai quasi avvizzito, è pur vero che, a guardar bene, qualche traccia di questa voglia di nuovi-vecchi fasti imperiali qua e là effettivamente emerge.

Pensiamo ad esempio a Francesco Vezzoli, virtuosissimo solleticatore dei vezzi e dei desideri della nuova borghesia frou frou trasformata in nuova aristocrazia della finanza e del denaro, che da anni ci propina le sue sofisticate, a volte un po’ pacchiane, ma in fondo eleganti e quanto in linea coi nuovi tempi!, statue greche con tanto di lacrime in paillettes, in perfetto stile neo-imperiale; o allo stesso Damien Hirst, che anni fa sorprese il mondo intero, dal palazzo veneziano del novello Cosimo de’ Medici, monsieur Pinault, con la dimostrazione di potenza muscolare, assai imperiale, del suo Treasures from the wreck of the Unbelievable, tutto oro zecchino, pietre, malachite, marmo rosa, cristalli di rocca e giade degni di novelli imperatori o faraoni.

Francesco Vezzoli

A prima vista, sembrerebbe sfuggire a questa logica neoimperiale il nostro Maurizio nazionale. Che c’azzecca, direbbe quel tale, una banana smangiucchiata (o meglio mangiata e rimangiata), seppur milionaria, con queste nuove voglie di grandeur di cui il mondo intero sembra preda? C’entra pure lui, a guardar bene: come Caligola che faceva Senatore il suo cavallo, segno della totale arbitrarietà del potere imperiale, oggi i nuovi signorotti dell’arte (di cui Cattelan è indubbiamente il simbolo) possono fare davvero ciò che vogliono – anche attaccare al muro una banana con lo scotch – e far passare questo come un gesto artistico, anzi, “il” gesto artistico più estremo (e forse ultimo). Siamo ancora a Duchamp?, chiederebbe qualcuno. Ma no, non scherziamo: siamo davvero ai fasti dell’ultimo, ultimo, ultimissimo impero.

Maurizio Cattelan

Una notizia fresca di questi giorni non ne è che la conferma. Una nuovissima mostra, sempre del nostro Maurizio nazionale, in quel di Capri, a quanto pare ha avuto luogo nientemeno che nella splendida Villa Malaparte. Peccato che nessuno, a parte un’ultra élite di fortunatissimi, abbia potuto vederla. La mostra, ci informano (a noi, poveri sudditi senza pedrigreedané) i mezzi di informazione, è durata un solo giorno, era rigorosamente a inviti, e prevedeva il divieto di scattare fotografie. Se un tempo Gino De Domincis, genio vero e assoluto di un’epoca in rapido decadimento (il famoso Kali Yuga), aveva intuito la deriva iconofila del contemporaneo, decidendo di sottrarre le proprie opere alla banalizzazione della riproduzione fotografica, per amplificare quel rimasuglio di potere magico e rituale che l’arte malgrado tutto ancora possedeva, oggi Cattelan trasforma questa intuizione straordinaria in un’operazione di puro status sociale ed amicale, di elitarismo portato al limite del parossistico: chi è “dentro”, chi ha agganci, soldi, potere, ha tutti i privilegi; chi è fuori, è massa informe, e non ha più neanche il diritto non diciamo di partecipare e di vedere, ma neppure quello di essere informato. Sì, facciamocene una ragione: altroché democrazia, diritti, classe media, massificazione, livellamento culturale: siamo in piena fase neoimperiale. E allora, godiamoci pure le nuove vestali dell’Impero che sfilano a Ponte Sant’Angelo, le nuove, in fondo belle a modo loro, borse e gonne neokitsch che riproducono i fasti di un’epoca lontana, mentre i nuovi miliardari prendono in affitto mezza Venezia per il loro matrimonio, i furbetti ì prendono in ostaggio il centro di Milano per costruire grattacieli che non serviranno a nessuno o quartieri buoni solo per le tasche di influencer e calciatori, e i nuovi padroni del mondo, in summit a due o a tre nei centri del potere mondiale, decidono se sia lecito o meno deportare o sterminare intere popolazioni di poveracci, arrivando intanto, e senza alcuna vergogna, a immaginare nuovi progetti immobiliari con cui far soldi, loro e i loro accoliti, da costruire dove un tempo sorgevano le case e i palazzi dei reietti (Gaza Riviera docet)… è la contemporaneità, bellezza. O forse è solo la triste deriva neoimperiale, e neocapitalista, del contemporaneo più avanzato e più distopico che mai ci saremmo sognati di vedere con i nostri occhi…

1 commento

  1. CHE AMAREZZA! credo sia un’analisi corretta della contemporaneità. Del resto già diversi anni fa l’ottimo Franco scriveva: “alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena, potete stare a galla ha …
    Mauro Castellani, apprendista artista.
    Grazie!

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