Domenico Grenci: “Ritrarre è un atto di attesa, di ascolto. E d’amore”

“Abbiamo iniziato ad occhi aperti. Sguardo di fronte, leggermente a destra, posato sul blu notte. Ho temuto, al principio, di essere molto brutta, nel senso che la sensazione di estraneità tra me in vita e il volto fisso era la questione in atto. Allora è stato cercare affluenti che combattessero, confondessero la separazione…”. A scrivere queste parole, in un lungo, appassionato e quasi sognante diario che si dipanerà per quasi un anno, tra l’inizio e la fine del 2025, è Eugenia Delbue, attrice e performer attiva tra cinema, teatro, arti visive (è apparsa in diversi film e spettacoli teatrali, tra le pellicole La discoteca di Jacopo Miliani e The First Omen di Arkasha Stevenson, produzione internazionale 20th Century Studios), affiancando, negli ultimi anni, al lavoro sul set una ricerca personale come modella vivente per artisti e progetti performativi legati al tema della presenza, del tempo e della parola.

Davanti a lei, a guardarla, studiarla, ritrarla dal vivo in centinaia di disegni, di schizzi, di quadri ogni volta di diversa dimensione e presi dalle angolature più svariate, c’è un artista, Domenico Grenci, calabrese di nascita ma da anni trapiantato a Bologna, pittore di grande sensibilità che si era già confrontato col tema del ritratto, soprattutto quello femminile, e della figura umana. Per quasi un anno, i due si incontreranno, o nello studio dell’artista, o all’aperto, nei parchi, in un prato, o in luoghi come l’ambiente chiuso, silenzioso e sacrale di una piccola cappella di un palazzo nobiliare del Settecento (“Era una piccola cappella sconsacrata in un palazzo bolognese”, ci racconta l’artista. “Entrando, si aveva la sensazione di lasciare il mondo fuori: persino l’odore dell’incenso era ancora presente. Era uno spazio raccolto, quasi immersivo”); attraverso le lunghe ore di posa, la modella e il pittore cercheranno la maniera di scoprirsi, di trovare un punto di coincidenza tra sguardo e presenza, una rimanendo immobile per ore, trovando e cambiando posizione, l’altro con la caparbietà e la tenacia paziente di un ritrattista d’altri tempi, che cerca nel volto dell’altro non una semplice somiglianza, ma una verità più lenta e nascosta, qualcosa che si lascia intravedere solo nella durata. Ne nascerà il progetto di una mostra (oggi allestita presso la Nuova Galleria Morone, in via Nerino 2 a Milano, aperta fino al 20 marzo), intitolata Questo silenzio intorno, che indaga, attraverso una trentina di quadri e decine di disegni, appunti e schizzi preparatori, la dimensione del ritratto come processo lento, di avvicinamento progressivo, di conoscenza reciproca, di costruzione del volto nel tempo.

Domenico Grenci, 20.09.2025, senza posa, 2025, bitume, olio e carboncini su tela cm 120×100

Precedentemente, Grenci aveva lavorato sempre sul ritratto, ma non dal vivo, prendendo invece spunto dalle riviste di moda. “Cerco le mie modelle tra i volti della moda, per esempio in riviste o nelle pubblicità, proprio perché la donna di moda non esprime sensazioni, è assolutamente neutra”, raccontava qualche tempo fa in un’intervista. “Il mio lavoro ricostruisce la complessità emozionali di questi ‘oggetti umani’, trasformandoli in soggetti con un proprio carattere”. E ancora: “Nel ritratto femminile, in particolare in quello legato alla moda, percepisco sempre un necessario, ostinato riscatto dal consumismo a cui è relegato”. Benché provenienti dalle foto delle riviste di moda, infatti, i suoi ritratti apparivano già allora come una costante fuga dalla superficialità, dalla velocità e dalla levigatezza dell’immaginario della moda, dei social e della pubblicità. Scavati, interiori, vissuti, a tratti evanescenti e fantasmatici, i ritratti di Grenci hanno sempre con sé le stimmate della fragilità emotiva e della sospensione psicologica.

Nel 2025, però, la svolta: “Avevo conosciuto Eugenia attraverso un’amica in comune”, racconta l’artista. “Venivo da anni di ritratti costruiti a partire da immagini fotografiche, soprattutto dal mondo della moda, e sentivo il bisogno di confrontarmi con qualcosa di più diretto. Abbiamo deciso quasi subito di provare a lavorare insieme dal vivo, senza fotografie né mediazioni digitali: solo due persone che si incontrano e costruiscono un’immagine nel tempo. All’inizio non c’era un progetto definito né una durata prestabilita. È stata una ricerca che si è sviluppata strada facendo. Ci vedevamo in studio per lunghe pose, altre volte in uno spazio molto raccolto, una piccola cappella privata nel centro di Bologna, che ci ha permesso di lavorare in una dimensione quasi sospesa. In quel momento ho capito che il ritratto poteva diventare anche una forma di autoritratto, un terreno comune in cui due percorsi diversi potevano incontrarsi e trasformarsi reciprocamente”. A volte, poi, la seduta di posa si sposterà anche fuori, all’aperto, tra i prati dei colli bolognesi: “A un certo punto”, racconta Grenci, “abbiamo sentito il bisogno di uscire dallo studio, di cambiare luce e suono. Portare la posa in natura serviva a capire che cosa succedeva allo sguardo in un contesto diverso.”

Domenico Grenci e Eugenia Delbue durante una seduta di posa sui colli bolognesi

Da questa esperienza nasce la mostra che l’artista presenta oggi, esito di una pratica volutamente lenta e ostinata: tornare a disegnare dal vero, a misurare la presenza dell’altro attraverso la durata. In un momento storico dominato dalla produzione incessante di immagini digitali e dall’automazione dello sguardo, il progetto assume quasi il valore di una dichiarazione di metodo; non una nostalgia accademica, ma una scelta precisa: restituire al ritratto il suo carattere di incontro, di scoperta, di scavo nella psicologia del soggetto che si mette in gioco di fronte allo sguardo del pittore, prima ancora che una semplice ripetizione accademica della fisionomia di un volto. La mostra restituisce questo processo come un campo stratificato di immagini: disegni di piccolo formato, dipinti più compiuti, studi che registrano variazioni minime di postura o di espressione. L’insieme non costruisce una narrazione lineare, ma una sorta di costellazione temporale. Guardando le opere una accanto all’altra si percepisce la durata del lavoro, la sua dimensione quasi meditativa. Ci sono volti colti frontalmente, altri appena inclinati o visti di tre quarti, profili che emergono da fondi neutri e superfici più dense, sguardi sospesi tra presenza e assenza. Alcuni dipinti sono costruiti per velature sottili, quasi tremanti, altri per segni più rapidi e nervosi; in molti, il colore sembra trattenuto, come se l’immagine nascesse per sottrazione.

Ma la mostra non è affidata solo alle immagini di Domenico Grenci, ma anche alle parole di Eugenia, che, in un piccolo e raffinato quadernetto allegato al catalogo, racconta, con pagine di diario intense e a tratti quasi commoventi, la sua esperienza di modella, le lente sedute di posa, le incertezze, le sensazioni, i piccoli scarti percettivi, le minime variazioni del respiro e dello sguardo che trasformano, impercettibilmente, la relazione tra chi osserva e chi è osservato. “Mi sono mossa sulla sedia e gli ho detto: ‘dimmi se c’è qualcosa che ti piace’. Cinque secondi dopo: ‘così’. Ho il volto rivolto verso il basso. Le pupille appena sopra il centro”. Poi: “Ho guardato l’angolo fra il pavimento e la parete per un’ora. Forse la posa più lunga mai fatta. Ci sono stata come potrebbe starci una figura dipinta se respirasse”. Oppure: “Sono seduta su una sedia di legno. Il corpo è di profilo, il volto verso il muro. Per quaranta minuti scorrono cerchi di luce. A un certo punto il corpo è lì, ma io non lo percepisco più”. A volte, sono piccoli dettagli, che diventano metafore di una condizione esistenziale altra, di sospensione del tempo e dello spazio: “Una goccia scende dalla narice sinistra. Il braccio e la gamba diventano assenti. Il presente convive con una sensazione fugace di eternità”. “Le pose”, spiega l’artista, “duravano dai venti minuti fino a un’ora. In quel tempo si costruiva tutto: lo schizzo, la memoria del volto, la struttura del lavoro successivo”.

Domenico Grenci, 05.10.2025, domenica, 2025, bitume, olio e carboncini su tela, cm 200×150

Per quasi un anno, la performer-modella Eugenia Delbue ha tenuto un diario delle sedute di posa per Domenico Grenci. Non un taccuino tecnico, ma una vera e propria cronaca sensoriale del ritratto: annotazioni scritte subito dopo ogni incontro, in cui il lavoro del pittore si intreccia con la percezione progressivamente alterata del proprio corpo, del tempo e dello sguardo. Le pagine del diario raccontano bene questa condizione. Eugenia descrive la posa come una forma di straniamento progressivo, un allontanamento dal mondo immediato che coinvolge tanto chi ritrae quanto chi è ritratto. La lentezza non è semplicemente una modalità operativa, ma una trasformazione percettiva. Il corpo diventa superficie di ascolto, il volto una soglia mobile tra interno ed esterno. Anche il lavoro di Grenci, d’altra parte, si costruisce per avvicinamenti successivi. Il suo gesto non cerca l’istantaneità, ma la verifica continua: un movimento pendolare tra il foglio e la modella che struttura l’intera seduta. In questo andare e venire lo sguardo si educa alla precisione, ma allo stesso tempo si apre a ciò che sfugge alla misura. È qui che il ritratto smette di essere descrizione e diventa relazione. “Durante la posa”, ci racconta ancora l’artista, “si costruiva tutto: lo schizzo, la memoria del volto, la struttura del lavoro successivo. Era un continuo tornare sull’immagine, verificarla, rimetterla in discussione”.

Domenico Grenci, occhi sempre più ricolmi, 2025, bitume, olio e carboncini su tela 200x150cm

Nel diario, Delbue insiste spesso sul tema del cercarsi. La posa è per lei un continuo tentativo di ritrovare i sensi nascosti dietro la forma, di attraversare la separazione tra il volto vissuto e il volto osservato. In questo senso il progetto di Grenci sembra voler interrogare una questione più ampia: che cosa significa oggi guardare davvero un volto? In un’epoca in cui le immagini vengono prodotte, condivise e dimenticate con una velocità senza precedenti, il ritratto torna a essere un esercizio di attenzione. Non è un caso che il lavoro si sviluppi nella durata e nel silenzio. Le sedute diventano uno spazio mentale condiviso, una zona sospesa in cui il tempo si addensa invece di scorrere. Qui il pittore e la modella non si limitano a occupare ruoli distinti, ma entrano in una dinamica reciproca che modifica entrambi. Il volto che appare nei disegni non è mai definitivo: è il risultato di un processo, di un lento negoziato tra presenza e distanza. In questo senso, la ricerca di Domenico Grenci si colloca in una linea appartata ma oggi sorprendentemente attuale della figurazione contemporanea. Lontano tanto dalla spettacolarizzazione dell’immagine quanto dalla sua smaterializzazione digitale, il suo lavoro riafferma la possibilità di una pittura fondata sull’incontro reale, sulla durata, sull’esperienza condivisa dello sguardo. Un processo di ricerca, di conoscenza, di trasformazione reciproca.

“Mi sono sdraiata per chiudere gli occhi”, scrive ancora Eugenia nel suo diario. “Quello che è avvenuto in tutta questa sessione di posa è stato l’essere un fiume, largo, pervaso dalla dolcezza. Una dolcezza straziante, ventinove anni di bambina che soffre sentendosi amata, perché proprio sentendosi amata scopre nell’amore ciò che non lo è stato. La sensazione di dolcezza forse arrivava proprio da qui, della prima consapevolezza di aver ardentemente desiderato di chiudere gli occhi e di averlo fatto per sé e per qualcuno e per qualcosa”. Perché, sì, ritrarre oggi, così come farsi ritrarre, con questi tempi, questa attenzione, questa dedizione, questa disponibilità all’ascolto e al riconoscimento reciproco, può essere innanzitutto, e sopra ogni cosa, un atto d’amore.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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