Due Spicci, Zerocalcare e la paura del terzo atto: quando l’anti-epopea non basta più

Aristotele pretendeva dalla tragedia che la paura e la pietà accumulate lungo il racconto trovassero una catarsi. Čechov chiedeva che il fucile appeso al muro nel primo atto sparasse nel terzo. L’ultima serie Netflix di Zerocalcare, Due Spicci, appende fucili a ogni parete: un amico nelle mani degli strozzini, un quartiere percorso da due cosche, una minaccia continua che incombe, e poi, giunta al momento di premere il grilletto, distoglie lo sguardo e cambia discorso. È la firma dell’autore, la si potrebbe chiamare anti-epopea. Un nome più esatto sarebbe un altro, la paura di concludere. 

Conviene dunque partire dalla fine perché è lì che il giocattolo si rompe. La tensione che la serie costruisce con indubbio mestiere, e che la spinge in territori tetri, in una Rebibbia notturna e tenebrosa che resta il centro amorosamente rivendicato di questo universo, si dissolve in una pacificazione di una facilità sconcertante. Tutto si sistema, nessuno cambia. Per il protagonista, e si sospetta per l’autore, la catastrofe, la tragedia drammaturgica appartengono all’epica, alla retorica, che sono il nemico. Solo che senza queste non c’è svolta, senza svolta non c’è racconto, e ciò che viene tessuto nella trama finisce per somigliare a un’astuzia per non crescere. L’inquietudine, l’apprensione sono evocate di continuo, il vero turbamento, il parossismo mai. È una drammaturgia senza redenzione, il purgatorio perpetuo come forma narrativa. 

A cartoon man stands on a sofa armrest talking to a plump woman chicken on a couch in a cozy living room.

C’è una scena, in apparenza minore, che contiene l’intera questione: rimproverato di essere rimasto identico a se stesso, stesso fisico da ramoscello, stessa maglietta nera d’ordinanza, stessa ideologia straight edge, il protagonista rivendica con orgoglio l’unico mutamento che il tempo gli ha concesso, una calvizie incipiente. La esibisce una volta, trionfante. Poi il disegno la dimentica per sempre, in nessuna inquadratura successiva quella tonsura riapparirà. Il corpo del nerd non può invecchiare nel disegno, perché il nerd è una figura super conservatrice. Conserva le magliette, conserva i miti, conserva i rancori e soprattutto conserva se stesso, intatto, sottovuoto. Conserva anche le distanze. Dal femminile, anzitutto, che in questo mondo arriva sempre come perturbazione, voci nasali e sgradevoli, interiorità imperscrutabili, funzioni narrative più che persone. La nuova coinquilina entra in scena con un cane al seguito e di lei non si saprà mai che cosa pensi o desideri: è una donna, e tanto pare bastare. La linea sentimentale dell’amica Sara, parallelamente, è così sfocata che la sua stessa presenza nel racconto resta un mistero. E l’eros, quando proprio deve manifestarsi, lo fa nella forma più disinnescata che si possa concepire, due calzini di spugna che si sfiorano su un divano. 

Sarebbe però disonesto fermarsi qui, perché dentro questo impianto discutibile pulsano cose magnifiche. Mai l’animazione è stata così libera, proprio nella qualità delle visioni, dove il terrore e il sollievo abitano la stessa inquadratura. I deliri della memoria toccano un orrore autentico, e in un caso toccano quasi il capolavoro, in una scena forse che passa inosservata, ovvero il flashback in cui il protagonista bambino rischia di soffocare e la madre, ripresa di spalle, continua metodicamente a lavare i piatti. È un’immagine di crudeltà domestica disegnata in stato di grazia, una sublimazione del trauma senza alcuna rete protettiva, e in quei minuti l’autore finalmente smette di proteggersi. Lì si capisce di che cosa sarebbe capace se solo si concedesse il permesso.

Cartoon man driving a car with a large friendly orange pumpkin in the passenger seat. The pumpkin smiles at the driver.

Poi c’è l’armadillo. La coscienza ignava del protagonista, il grillo parlante al contrario che predica il vangelo dell'(in)quieto vivere, resta il personaggio scritto meglio dell’intero universo, e la voce di Valerio Mastandrea lo declina con tempi comici incredibili. Il talento comico non è in discussione; in discussione è l’uso che se ne fa, diluito in una durata eccessiva, in episodi che, a metà percorso, cominciano a ripetersi come un disco inceppato, riproponendo gli stessi nodi, le stesse ossessioni: i debiti dell’amico, i figli come un’inesorabile apocalisse, l’amico paterfamilias trattato dal gruppo come un appestato. Zerocalcare è uno dei fumettisti più seguiti, letti, e brillanti, dei nostri tempi. Sarebbe bello vederlo altrove, trovarlo in altri contesti e forme narrative. Perché l’attitudine c’è, manca solo il coraggio del terzo atto. 

Newsletter

Follow us

Scelti per te

BPER apre il suo museo a Ferrara: 135 opere trasformano una banca storica in polo culturale

Dal caveau alla città, dalla sede bancaria al museo. Palazzo Barbantini-Koch, costruito all’inizio del Novecento per ospitare la Cassa di Risparmio di Ferrara, inaugura l’8 ottobre una nuova stagione come polo culturale de La Galleria BPER. Il progetto restituisce al pubblico un edificio profondamente legato alla storia economica ferrarese e lo riempie di dipinti, sculture, documenti e nuovi programmi espositivi

Matera 2026, la cultura ridisegna la città: da Pistoletto al mare invisibile dell’arte digitale

Matera non ha bisogno di un affaccio sul mare per definirsi mediterranea. C’è un’idrografia segreta che ne attraversa l’ossatura di calcare: è l’acqua che scorre sotterranea lungo la gravina, guidata da un antico e ingegnoso sistema di cisterne ipogee, che poi confluiva in quelli che qui chiamano i “vicinati” attorno ai quali più famiglie vivevano

Carsten Höller a Pechino: una mostra in cui il dubbio diventa opera

Una grande stanza dai colori accesi accoglie, dopo il corridoio di ingresso, il visitatore della mostra Carsten Höller – Two, all’UCCA Center for Contemporary Art di Pechino. Luci abbaglianti, sfumature di rosa che si riflettono ovunque, un’atmosfera sospesa tra il sogno e il gioco: il primo impatto è uno sbalordimento visivo. Al centro della sala, una gigantesca giostra illuminata gira lentamente su se stessa, invitando a salire su uno dei suoi seggiolini
Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

3 Commenti

  1. Io l’ho trovata molto bella, molto più matura dell’ultima e con un ritmo più serrato, si percepisce che Michele si è divertito a farla, si è sentito libero di esprimersi e si percepisce. Chiunque sto sentendo è rimasto colpito positivamente, non sarà la serie che ci cambia la vita ma sicuramente ci aiuta e ci dà un filo di respiro in questi tempi oscuri.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui