Dalle battaglie radicali all’archivio di Radio Radicale, Emma Bonino ha costruito una forma di comunicazione pubblica nella quale la parola diventava azione. Il suo lascito appartiene anche alla cultura visiva e civile dell’Italia contemporanea.
Emma Bonino è morta l’11 settembre 2026 a Roma, all’età di 78 anni. A dare l’annuncio è stato il partito che aveva contribuito a fondare, +Europa. Ex ministra degli Esteri, commissaria europea, deputata ed europarlamentare, Bonino è stata soprattutto una delle figure che hanno modificato più profondamente il linguaggio dei diritti civili in Italia. La sua storia appartiene alla politica, ma non soltanto: appartiene anche alla cultura delle immagini, della voce e del corpo trasformati in strumenti di testimonianza.
Ridurre la sua eredità all’elenco degli incarichi istituzionali significherebbe perdere il tratto più riconoscibile del suo percorso. Bonino contribuì a fare della politica radicale una pratica pubblica capace di utilizzare manifesti, fotografie, slogan, radio, processi e atti di disobbedienza come parti di un’unica narrazione. Prima che i social network rendessero permanente l’esposizione del corpo politico, aveva già compreso che una battaglia esiste nello spazio pubblico anche attraverso la forma con cui viene rappresentata.
Le fotografie degli anni Settanta restituiscono una donna giovanissima immersa nelle campagne per la legalizzazione dell’aborto, circondata da cartelli e scritte essenziali. Nel 1975 si consegnò alle autorità dopo aver praticato aborti clandestini attraverso il CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto. Quel gesto possedeva una dimensione giuridica, ma anche una forza visiva precisa: il corpo non era un’immagine accessoria della protesta, bensì il luogo nel quale la legge mostrava concretamente le proprie conseguenze.

È questo uno dei collegamenti più forti con la cultura contemporanea. Molto prima che la parola “performance” entrasse stabilmente nel lessico della comunicazione politica, l’esperienza radicale aveva trasformato digiuni, autodenunce, arresti e presenze silenziose in azioni pubbliche, affidando alla ripetizione e all’esposizione personale il compito di rendere visibile un conflitto. In Bonino, tuttavia, non c’era compiacimento spettacolare: l’immagine serviva ad aprire uno spazio nel quale un tema rimosso potesse finalmente essere discusso.
Anche la sua formazione racconta un rapporto non marginale con la cultura. Laureata alla Bocconi in Lingue e letterature moderne, dedicò la tesi all’autobiografia di Malcolm X, uno dei testi che hanno trasformato una vicenda individuale in una forma universale di racconto politico. In seguito avrebbe trasferito questa attenzione verso linguaggi e contesti differenti nel proprio lavoro internazionale: dall’Afghanistan alle campagne contro le mutilazioni genitali femminili, dalla lotta alla fame alla costruzione della Corte penale internazionale.
Nel 2001 iniziò a trascorrere parte del proprio tempo al Cairo, studiò l’arabo e dal 2003 curò per Radio Radicale una rassegna quotidiana della stampa araba. Tradurre, per Bonino, significava sottrarre mondi interi all’invisibilità. Non si limitava a parlare di società lontane, ma cercava di comprenderne parole, giornali e codici culturali.
Proprio Radio Radicale costituisce oggi uno dei legami più concreti fra la sua esperienza e il patrimonio culturale italiano. La voce di Bonino attraversa migliaia di registrazioni conservate dall’emittente: interventi parlamentari, congressi, interviste, campagne e conversazioni. Nel 1993 la Soprintendenza archivistica del Lazio dichiarò l’archivio della radio di notevole interesse storico, riconoscendolo come fonte per la storia politica, culturale e sociale contemporanea. In un Paese che ha spesso affidato la memoria pubblica a brevi frammenti televisivi, quel patrimonio conserva invece gli eventi nella loro durata, comprese esitazioni, ripetizioni e contraddizioni.
Fu ancora Radio Radicale il luogo scelto da Bonino, nel gennaio 2015, per annunciare di avere un tumore al polmone. Anche allora rifiutò che la malattia divorasse l’identità della persona. La comunicazione non fu confessione privata né costruzione eroica: diventò un modo per sottrarre il cancro al tabù e riportarlo dentro una lingua condivisa. Era la stessa disciplina applicata alle campagne politiche: nominare ciò che viene nascosto, rendere pubblico ciò che produce paura, restituire libertà attraverso le parole.
La storia di Emma Bonino può dunque essere letta anche come una storia dei media italiani. Dal ciclostile alla radio, dal manifesto elettorale agli studi televisivi, fino ai social network, la sua immagine è rimasta riconoscibile senza trasformarsi in un’icona levigata. Persino lo slogan “Amatemi di meno, votatemi di più” ribaltava il meccanismo contemporaneo della popolarità, separando il consenso emotivo dalla responsabilità della scelta.
Ora la sua figura entrerà inevitabilmente nell’archivio, nelle fotografie commemorative e nei montaggi televisivi. La sfida sarà non ridurla a un volto rassicurante né a un simbolo privo di conflitto. Il lascito culturale di Emma Bonino risiede precisamente nella capacità di disturbare l’immagine, obbligandola a contenere una domanda politica.
Ha mostrato che una voce, un corpo e una radio possono diventare istituzioni della memoria anche senza essere musei. E che la libertà, prima di trasformarsi in legge, deve riuscire a diventare visibile.



