È morta Gloria Steinem, la giornalista che trasformò il femminismo in una rivoluzione culturale

La fondatrice di Ms. Magazine e protagonista della seconda ondata femminista americana è morta a New York a 92 anni. Ha cambiato il linguaggio dei media, portando aborto, parità salariale, violenza domestica e discriminazioni fuori dalla sfera privata.

È morta Gloria Steinem, giornalista, scrittrice e attivista che per oltre sessant’anni ha dato voce al movimento femminista americano. Aveva 92 anni. Definire Steinem soltanto un’attivista significa però trascurare lo strumento principale attraverso il quale costruì la propria influenza: il giornalismo. Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili della seconda ondata femminista, fu una reporter capace di trasformare esperienze individuali e questioni considerate private in argomenti di interesse politico e collettivo.

Nata il 25 marzo 1934 a Toledo, in Ohio, crebbe viaggiando con il padre, commerciante di antiquariato, e occupandosi ancora giovanissima della madre, segnata dalla depressione. Dopo gli studi allo Smith College cominciò a lavorare come freelance in un ambiente editoriale nel quale alle donne venivano affidati soprattutto moda, costume e rubriche di servizio.

La notorietà arrivò nel 1963 con “A Bunny’s Tale”, l’inchiesta realizzata infiltrandosi per undici giorni come cameriera in un Playboy Club di New York. Steinem documentò salari bassi, molestie, controlli sul corpo e condizioni di lavoro nascoste dietro l’immagine patinata delle “conigliette”. Quel reportage mostrò quanto l’emancipazione sessuale venduta dall’industria dell’intrattenimento potesse convivere con nuove forme di sfruttamento.

Nel 1968 partecipò alla nascita di New York Magazine, dove pubblicò l’anno successivo “After Black Power, Women’s Liberation”, uno dei testi che contribuirono a trasformarla in una figura pubblica del movimento. Ma fu la partecipazione a un incontro nel quale alcune donne raccontavano i propri aborti clandestini a convincerla che quelle esperienze dovevano conquistare uno spazio aperto nei media. Anche lei aveva interrotto una gravidanza illegalmente a Londra, a 22 anni.

La vera rivoluzione editoriale arrivò con Ms. Magazine, nato nel 1971 come inserto di New York e diventato una pubblicazione autonoma nel gennaio 1972. Il titolo rivendicava per le donne un appellativo che, come “Mr.” per gli uomini, non ne rivelasse lo stato civile. Ma soprattutto il giornale demoliva l’idea che una rivista femminile dovesse limitarsi a bellezza, cucina, casa e relazioni sentimentali.

Nelle sue pagine trovarono spazio aborto, stupro, disparità salariale, molestie, divisione del lavoro domestico e violenza di genere. Un primo numero pubblicò i nomi di decine di donne che dichiaravano di avere abortito e chiedevano la legalizzazione della procedura, prima della storica sentenza Roe v. Wade del 1973. Le testimonianze personali diventavano così documenti politici.

La portata di Ms. non consisteva soltanto nei temi affrontati. La rivista dimostrò che un prodotto editoriale apertamente femminista poteva rivolgersi a un pubblico nazionale, attrarre investimenti e competere nel mercato dei periodici. Steinem comprese che per cambiare la società non bastava contestare i media: occorreva costruirne di nuovi.

Parallelamente fondò e sostenne organizzazioni capaci di tradurre le idee in azione politica. Nel 1971 partecipò alla nascita del National Women’s Political Caucus insieme, fra le altre, a Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. Contribuì inoltre alla creazione della Ms. Foundation for Women, della Women’s Action Alliance e, molti anni dopo, del Women’s Media Center.

La sua immagine — i capelli lunghi con ciocche chiare, gli occhiali da aviatore e un’eleganza distante dagli stereotipi dell’attivista — diventò parte della cultura popolare americana. Quella visibilità fu una risorsa, ma anche una contraddizione: Steinem venne spesso trasformata dai media nell’unico volto di un movimento costruito da migliaia di donne. Lei stessa cercò di riconoscere il debito del femminismo nei confronti delle attiviste afroamericane e delle donne appartenenti alle minoranze, opponendosi all’idea di un’emancipazione riservata alle bianche della classe media.

Il suo pensiero attraversò saggi, conferenze e libri come Outrageous Acts and Everyday Rebellions, Revolution from Within e My Life on the Road. Quest’ultimo, pubblicato nel 2015, raccontava l’attivismo come pratica di ascolto e movimento: non una carriera costruita da un centro di comando, ma una rete formata incontrando persone, raccogliendo storie e creando connessioni.

Anche cinema e televisione hanno contribuito a trasformarla in un personaggio culturale. Nel 2020 Julie Taymor ha diretto The Glorias, nel quale Steinem è interpretata in diverse fasi della vita da Julianne Moore e Alicia Vikander. La serie Mrs. America ha invece ricostruito lo scontro intorno all’Equal Rights Amendment, mostrando il conflitto fra il movimento femminista e la mobilitazione conservatrice guidata da Phyllis Schlafly.

Nel 2013 Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile statunitense. Steinem continuò tuttavia a lavorare ben oltre la stagione nella quale era diventata un’icona. Nel febbraio 2026 aveva pubblicato con la Nobel per la pace Leymah Gbowee il libro illustrato Rise, Girl, Rise, destinato alle nuove generazioni. Il 22 settembre è prevista l’uscita di An Unexpected Life, il nuovo memoir annunciato da Random House nel giorno del suo novantaduesimo compleanno. Il libro ripercorre un’esistenza trascorsa fra giornalismo e organizzazione politica, interrogando anche i progressi e le sconfitte di oltre sessant’anni di battaglie per l’uguaglianza. Arriverà ora nelle librerie come un’opera postuma.

Gloria Steinem lascia soprattutto un modo di concepire la comunicazione: raccontare un’esperienza significa renderla visibile, darle un nome e trasformarla in una questione pubblica. Prima ancora di diventare un simbolo, aveva capito che il potere comincia anche da chi stabilisce quali storie meritino di essere pubblicate.

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