È morta Valie Export, l’artista che trasformò il corpo femminile in un campo di battaglia contro lo sguardo maschile

È morta a Vienna, a 85 anni, Valie Export, una delle figure più radicali e decisive dell’arte femminista europea del secondo Novecento. Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, aveva scelto nel 1967 un nome nuovo, scritto in maiuscolo, come un marchio, come una dichiarazione di indipendenza, come un rifiuto delle identità ereditate attraverso il padre o il marito. Non era soltanto uno pseudonimo: era già un’opera.

La sua morte chiude una delle traiettorie più lucide e disturbanti dell’arte contemporanea, ma la sua opera resta difficilmente consegnabile alla formula comoda della “pioniera”. VALIE EXPORT non ha semplicemente anticipato temi oggi centrali, dal corpo femminile alla critica dello sguardo maschile, dal rapporto tra immagine e potere alla possibilità politica dei media. Li ha attraversati quando erano ancora materia incandescente, quando portarli nello spazio pubblico significava esporsi a violenza, scandalo, incomprensione.

Il suo lavoro nasce dentro un’Europa del dopoguerra ancora attraversata da moralismi, rimozioni e strutture patriarcali profondissime. In quel contesto, Export sceglie il corpo non come superficie da rappresentare, ma come dispositivo di collisione. Non chiede allo spettatore di guardare meglio: lo costringe a riconoscere la posizione da cui guarda. In Tapp- und Tastkino, del 1968, il corpo dell’artista diventa un “cinema tattile”: una scatola indossata sul busto permette ai passanti di toccare il suo seno, sottraendo l’immagine erotizzata alla distanza rassicurante dello schermo e trasformando il desiderio in un gesto pubblico, scomodo, responsabile.

Da lì in avanti, la sua ricerca si muove tra performance, fotografia, video, cinema sperimentale, installazione e teoria, sempre con una coerenza feroce: smontare i linguaggi che costruiscono il corpo femminile come oggetto disponibile. In Aktionshose: Genitalpanik, del 1969, l’immagine dell’artista con i pantaloni aperti all’altezza del sesso diventa una delle icone più potenti della body art e del femminismo radicale. Non un gesto provocatorio fine a sé stesso, ma una frattura nell’ordine visivo: il corpo non si offre, agisce; non si lascia consumare, restituisce lo sguardo.

La sua grandezza sta anche qui: EXPORT ha capito prestissimo che il problema non era soltanto cosa viene rappresentato, ma quale sistema produce le immagini, chi controlla i mezzi, chi decide la posizione del soggetto e dell’oggetto. Per questo la sua pratica non può essere ridotta alla performance scandalosa. Il suo lavoro sul cinema espanso, sul video e sulla media art è parte dello stesso discorso politico. Negli anni in cui le nuove tecnologie stavano ridisegnando il rapporto tra corpo, identità e percezione, EXPORT ne ha intuito il potenziale critico, chiedendo alle donne di occupare quei linguaggi prima che diventassero nuove forme di controllo.

Nel 1980 rappresentò l’Austria alla Biennale di Venezia insieme a Maria Lassnig, segnando un passaggio fondamentale nella visibilità internazionale dell’arte femminista austriaca. La sua presenza in mostre, retrospettive e istituzioni internazionali non ha mai addomesticato la natura del suo lavoro. Anche quando l’arte contemporanea ha iniziato ad assorbire il linguaggio della trasgressione, EXPORT è rimasta qualcosa di più raro: un’artista capace di trasformare la radicalità in metodo, la frizione in pensiero, l’immagine in responsabilità.

Oggi, mentre molte delle sue intuizioni sembrano entrate nel lessico comune, la sua opera continua a essere meno pacificata di quanto si vorrebbe. Parla ancora a un presente saturo di immagini, corpi esposti, identità performate, femminismi spesso trasformati in estetica. VALIE EXPORT ricordava, con una durezza ancora necessaria, che il corpo non è mai neutro, che ogni immagine porta con sé una politica, che guardare significa sempre prendere posizione.

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