Nell’orangerie della Fondazione Luigi Rovati, all’interno di uno dei bei palazzi del fronte neoclassico di corso Venezia, a Milano (civico 52 della numerazione post teresiana), si scorge in questi giorni, di spalle all’interno delle vetrate, una vecchina adagiata su una sedia a dondolo, rivolta alla parete su cui sono affisse varie versioni – tutte originali – di una delle immagini icona del Novecento: l’ensemble surreal-psichedelico della copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’ottavo disco dei Beatles, nell’intero portfolio fotografico realizzato da Michael Cooper per documentare il diorama di Peter Blake e Jann Haworth.
Pare uno spettro dimenticato dal tempo. In uno spazio anacronistico. Ma tempo e spazio, durante la primavera milanese 2025, e fino ad autunno compiuto, saranno elementi di supporto miscelati con lisergica, filologia cura per la prima mostra che scandaglia un genere inedito sulle scene espositive milanesi: l’Art Rock.

Nel giardino nascosto fin dal Settecento, e oggi rimesso a lustro, del Padiglione d’arte della Fondazione (benemerita per gli studi e l’ampia repertazione sugli Etruschi) è in corso, fino al prossimo 5 Ottobre, la mostra Echoes. Origini e rimandi dell’art rock britannico.
Percorso a tappe in tre mostre tematiche
Il curatore, Francesco Spampinato, docente all’università di Bologna ed esperto della contaminazione tra arte contemporanea e musica Pop, che si è manifestata soprattutto nella Swinging London degli anni Sessanta e Settanta, poi estendendosi oltre oceano fino a Mati Klarwein e Andy Wahrol, ha impostato per il visitatore appassionato un progetto espositivo frammentato per sezioni, tematiche e temporali: tre mostre distinte, ma coordinate in un percepibile e ben congegnato nesso argomentativo, che riaccendono i riflettori sulla convergenza tra le arti visive e il Rock.

Dai Beatles ai Pink Floyd, dagli Yes ai Genesis fino a Peter Gabriel, le mostre presentano dipinti, illustrazioni, fotografie, installazioni, video e memorabilia, testimoni di una stagione in cui le avanguardie artistiche si mischiano all’industria culturale.
Artisti, fotografi e illustratori si incontrano di nuovo, come in un festoso revival di incroci ormai storici, per recuperare le visioni e le sensazioni di quel mondo immaginifico che era stata la cultura Pop del secondo segmento del secolo scorso. Copertine indimenticabili, servizi fotografici fantasmagorici, performance multimediali pionieristiche, innovative strategie di comunicazione che sono ancora oggi modelli di comunicazione e frammenti imprescindibili di storia dell’arte contemporanea. Il tutto, rigorosamente articolato in un percorso espositivo – a tappe differite – che indaga e rivela le connessioni tra le avanguardie storiche, la controcultura degli anni ribelli e il postmodernismo che arriva fino a lambire, e nutrire, le esperienze più recenti del legame tra la Rock music e la Pop Art, in sintesi l’Art Rock.
Perché, c’è da chiedersi, una mostra del genere – un genere molto peculiare – in una sede che pare così distante da esso? Ebbene, le opere esposte – dipinti, illustrazioni, fotografie, installazioni, video e memorabilia – provengono proprio, in buona misura, dalla collezione della Fondazione Luigi Rovati, oltre che da prestiti di importanti collezioni pubbliche e private. E per la voce del presidente onorario della fondazione, Lucio Rovati, si spiega l’origine della commozione per lo speciale momento: “È bellissimo rivedere le immagini che a quel tempo erano solo un complemento della musica e metterle in relazione con alcuni tratti del pensiero e delle arti contemporanee: un bel viaggio in uno dei periodi più fecondi della musica rock e dei musicisti che spesso ancora oggi caratterizzano una parte colta del panorama musicale”.
Per parte sua, il curatore Spampinato chiarisce: ”Si ricercano qui le origini delle contaminazioni tra arte visiva e musica pop, di quel territorio di confine che prende forma tra i bastioni della cultura alta e le regioni più illuminate di quella bassa, e che oggi sembra essersi esteso a tutte le aree dell’arte, della comunicazione e del commercio”.
Prima tappa, gli anni d’oro dei Beatles

Si comincia dunque con i Beatles, fino a giugno, di cui, oltre alla riproduzione filologica della copertina del celebre album che inaugura la stagione psichedelica dei ragazzi di Liverpool, nella rassegna dedicata da titolo: The Beatles. Il mito oltre la celebrità, vi è in mostra, come detto, anche un’opera originale della serie Old Lady (1962-63) di Jann Haworth, la bambola che compare tra i personaggi a grandezza naturale della copertina. E poi i ritratti di Richard Avedon e le distorte visioni di Charles Manson a cui allude Raymond Pettibon. Infine, il video Smile (1968) di Yoko Ono, che presenta un ritratto intimo di John Lennon, e per chiudere con un’eco femminista I‘m Not The Girl Who Misses Much (1986) di Pipilotti Rist.
Seconda tappa, Pink Floyd, Yes, Genesis

Dal 14 giugno: Pink Floyd, Yes, Genesis. Nuove percezioni della realtà, seconda sezione cronologica della mostra, apre, nientemeno, con un dipinto di Alberto Savinio, che introdurrà le opere di Roger Dean, per le cover degli Yes e le fotografie di Hipgnosis e Storm Thorgerson per i Pink Floyd, tra cui il famoso prisma esoterico di The Dark Side of the Moon, l’uomo che va a fuoco di Wish You Were Here e il maiale gonfiabile di Jeffrey Shaw per la copertina di Animals. Sui Genesis, in mostra i dipinti di Paul Whitehead per Trespass, Nursery Cryme e Foxtrot con l’immagine della volpe in abito rosso e gli acquarelli originali di Colin Elgie per le cover di A Trick of the Tail e Wind and Wuthering. A chiudere una installazione dell’artista svedese Nathalie Djurberg che mostra un mondo fiabesco fatto di pillole multicolore.
Terza tappa con Peter Gabriel

Alla cangiante personalità artistica di Peter Gabriel, anima dei Genesis e poi conclamato solista, è dedicata la terza mostra, fino ai primi giorni di Ottobre: Peter Gabriel. Frammentazione dell’identità, che comprende copie firmate dall’artista degli artwork di Hipgnosis per le copertine dei suoi primi tre album, Car, Scratch e Melt, le fotografie e i videoclip degli iconici travestimenti dell’artista, dalla donna-volpe di Foxtrot al celebre trucco creato per Shock the Monkey nell’omonimo videoclip e nelle esibizioni dal vivo, fino ai progetti multimediali e interattivi in CD-ROM degli anni Novanta. Un percorso che esplora il tema della frammentazione dell’Io nella ricerca dell’artista e che nella mostra prende avvio dalla celebre rappresentazione di Rrose Sélavy (1921), alter ego di Marcel Duchamp, documentato nelle fotografie di Man Ray, e prosegue con opere originali di Keith Haring e Kiki Smith che trattano della crisi dell’identità in epoca postmoderna.
Naturalmente, il ciclo espositivo è accompagnato da una selezione di brani che davvero compongono la colonna sonora planetaria di un’epoca: dal sound inconfondibile dei Beatles al prog rock di Pink Floyd, Yes, Genesis, alla ricerca sull’integrazione tra rock, elettronica e world music che hanno caratterizzato la carriera solista di Peter Gabriel.
Chi entra nell’Orangerie della fondazione Rovati, insomma, si immerge in un sottomarino giallo, tra i suoni e le visioni dell’arte Rock.


