Electric Dreams alle OGR Torino: artisti e sperimentazioni tecnologiche prima dell’era digitale

Da Londra a Torino, dalla Tate Modern alle OGR, la mostra Electric Dreams. Art & Technology Before the Internet mette in luce le opere di artiste e artisti visionari che, a partire dagli anni ’50, hanno sperimentato media all’avanguardia, tra algoritmi, nuovi materiali e tecnologie ibride. La mostra è visitabile fino al 10 maggio 2026 al Binario 2.

Realizzata in collaborazione con la Tate Modern e curata da Val Ravaglia e Samuele Piazza, Electric Dreams accompagna il pubblico in un percorso attraverso le sperimentazioni artistiche che hanno preceduto l’avvento di Internet. Riunendo opere realizzate tra gli anni ’50 e i primi anni ’90, l’esposizione esplora una produzione che ha contribuito a ripensare il ruolo dell’arte e del pubblico, anticipando molte delle questioni centrali della contemporaneità.

Prima che Tim Berners-Lee introducesse il World Wide Web nel 1989, e prima che — come diceva Bill Gates — ci fosse “un computer su ogni scrivania”, queste artiste e artisti stavano già trasformando radicalmente le modalità della creazione, in dialogo con la scienza, l’elettronica e la cibernetica. Troviamo in esposizione le opere di alcuni tra i pionieri della Computer Art come Frieder Nake, Georg Nees, Michael Noll e Desmond Paul Henry. Questi artisti hanno posto le basi per l’incontro tra creatività artistica e tecnologie computazionali, e le loro opere rappresentano un tassello fondamentale per comprendere le radici storiche di questo ambito. 

E anche di pionieri di quella che possiamo definire arte elettronica, come Ben Laposky con le sue Electronic Abstractions. Laposky, con l’uso di oscilloscopi e forme d’onda elettroniche, ha aperto la strada a una riflessione sulle possibilità espressive del mezzo tecnologico, anticipando molti dei temi che sarebbero diventati centrali nell’arte cibernetica e nell’AI Art odierna.

La mostra dedica attenzione anche alla Generative Art di Vera Molnár, artista fondamentale nel passaggio da una pratica algoritmica manuale all’impiego del computer come strumento generativo. Molnár sviluppò, insieme al marito François Molnár, il software Molnart nel 1976. Le sue celebri “Transformations 1-21” del 1976 ci raccontano proprio la trasformazione di un quadrato da uno stato di ordine a uno stato di disordine. Con queste opere, Molnár ci offre uno sguardo sulle possibilità creative dell’algoritmo, esplorando come un semplice elemento geometrico possa evolversi in una complessità visiva attraverso regole generative.

Dalla rivoluzione algoritmica si passa all’arte co-creata con la macchina di Harold Cohen: in mostra troviamo infatti i lavori realizzati dall’artista insieme al suo celebre AARON. Cohen è stato un pioniere nell’uso dell’intelligenza artificiale come partner creativo, esplorando come una macchina potesse contribuire alla realizzazione di opere d’arte. I suoi lavori esposti ci mostrano il dialogo tra l’artista e l’algoritmo, un esempio significativo di come la collaborazione uomo-macchina abbia aperto nuovi orizzonti nella produzione artistica. E ancora: il “Chromo Interferent Environment” di Carlos Cruz-Diez, che ci parla già di immersività. In quest’opera l’artista esplora la percezione del colore e dello spazio in modo immersivo, anticipando quelle esperienze sensoriali che diventeranno centrali nelle installazioni contemporanee.

Opera centrale in questa esposizione è  The Bride (1988) di Liliane Lijn, una figura femminile, una sposa appunto, racchiusa in una struttura metallica. Incontriamo l’artista all’inaugurazione, la quale ci racconta personalmente la sua visione di questa “bride” fatta di nuovi materiali e riflessioni sull’identità. L’opera intreccia piume, cristalli di mica e forme organiche a materiali industriali e luminosi, esplorando una visione del femminile in cambiamento.

Proseguiamo con la musica: le sperimentazioni musicali di quegli anni sono davvero innovative, e i visitatori sono invitati ad ascoltare le composizioni di John Cage e di altri importanti sperimentatori musicali in una delle sale della mostra. E ancora Vladimir Bonačić, Mohsen Vaziri Moghaddam, François Morellet. Dai cronotopi luminosi di Nanda Vigo alle nuove estetiche di Samia Halaby, la mostra attraversa territori ancora poco esplorati nel contesto italiano, restituendo un panorama ricco di connessioni tra arte e nuovi medium, luce e materia, algoritmi e tecnologie, che anticipano molte delle questioni oggi centrali nella produzione artistica contemporanea.

Una mostra necessaria per dare visibilità a un pool di artisti e artiste pionieri e pioniere nell’aver sperimentato, in anticipo sui tempi, tecnologie non ancora assorbite nel sistema dell’arte e nell’aver aperto traiettorie verso quei futuri possibili che oggi definiamo Arte 3.0.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi, storica e critica d’arte con focus sull’AI Art, curatrice e autrice del libro "Futuri possibili. Scenari d'Arte e Intelligenza Artificiale”. É giornalista e direttrice di notiziarte.com e sul tema AI & Arte tiene docenze, conferenze e webinar dedicati. Ha collaborato con diverse realtà, quali CINECA per il progetto GRIN S+T+ARTS, VAR Digital Art, il Dipartimento Neuromarketing e Metaverso AINEM, il progetto europeo PERCEIVE, e l’Istituto Europeo di Design, dove attualmente insegna “Fenomenologia delle Arti Contemporanee”. Membro della Gallery Climate Coalition, unisce ricerca e curatela a impegni per la sostenibilità e la riflessione critica sui futuri dell’arte.

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