Emilia Perez, tra l’essere e il sentirsi donna. La recensione

Il film diretto da Jacques Audiard Emilia Perez ha debuttato il 9 gennaio nelle sale italiane come co produzione internazionale che vede partecipi France 2 Cinéma, LPI Media, Page 114, Pathé, Pimienta Films, Saint Laurent, The Veterans, Why Not Productions.

Aggiudicatosi il Best Motion Picture nella categoria Musical or Comedy, il Best Motion Picture – nell’ambito delle produzioni in lingua straniera, il Best Original Song e infine il Best Performance per il personaggio secondario femminile agli ultimi Golden Globes, sin dalla prima proiettata a Cannes a maggio, questa pellicola ha suscitato la curiosità del pubblico di tutto il mondo. 

Un cast che vede sul podio Karla Sofía Gascón, Selena Gomez e Zoe Saldana in una formazione che non è semplice mettere a classifica viste le sfaccettature che caratterizzano ognuna di queste donne. L’interpretazione magistrale delle attrici è incorniciata dal montaggio di Juliette Welfling e dalla fotografia di Paul Guilhaume, variabili estremamente intense e determinanti di questo film. 

L’ambientazione permette di fotografare la realtà messicana alternando scene con un sapore di improvvisazione e quotidianità, a vicende in cui il lusso e la ricchezza del denaro sporco fanno da contraltare, con ville da sogno a pochi passi dalle vie sterrate del centro o esclusive residenze in Svizzera. La palette dei colori segue l’andamento delle vicende con toni sbiaditi e cupi che vengono soppiantati da rosa shocking, luci psichedeliche e vivacissimi abiti tradizionali: l’occhio viene accompagnato in tutti i 130 minuti della pellicola intervallando situazioni di insieme, dove prevale la narrazione a inquadrature piú contenute e dettagliate che colpiscono per valore emotivo e emozionale.

Un genere che viene definito poliziesco, ma che si interfaccia e dialoga con una moltitudine di ambiti, da quello socio-politico a quello di genere, dal thriller-psicologico al musical. Le scelte che stanno alla base di questa produzione offrono al pubblico diversi livelli interpretativi che a loro modo convivono pur avendo natura ben diversa. Chi si aspetta di assistere a un musical noterà degli elementi che si allontanano da esso, chi pensa a un poliziesco si fará scappare qualche sorriso davanti all’ironia che spesso si insinua nei dialoghi. 

Lo sviluppo delle scene non lascia spazio alla prevedibilità in un susseguirsi di coreografie e dialoghi cantati che rendono la visione fluida e veicolano molti messaggi chiave alla base del film: l’affermazione della propria identità o la ricerca della stessa, guidano il copione mettendo spesso le tre protagoniste su piani paralleli pur nella diversità dei loro percorsi. Un rito di passaggio porta le donne a conoscersi e riconoscersi prima di tutto con sé stesse e in un secondo momento come singole in una comunità: le lacrime accomunano la presa di posizione di ognuna di esse, che sia un nuovo inizio o un ritorno al passato, mentre il sarcasmo e la leggerezza rimangono, tanto quanto il rancore, sullo sfondo di una rivoluzione silenziosa che non riesce a lasciarsi alle spalle le origini da cui nasce. 

Emilia Perez è il risultato di una transizione corale, non solamente fisica e sessuale del protagonista Manita, ma anche di chi lo accompagna in questo viaggio come l’avvocato Rita Mora Castro (Zoe Saldana), la moglie Jessi (Selena Gomez) e infine l’amante Epifanía (Adriana Paz): il processo mostra le reali complessità che si presentano nelle diverse fasi di passaggio, dal distacco dal passato all’approccio a una nuova vita, tanto desiderata quanto temuta.

Sono tanti gli spunti di riflessione che questo film porta al pubblico in sala, a partire dallo stato politico che imperversa in Messico, dove per gran parte si svolgono le scene, fino ai limiti etici e morali che definiscono ogni cambiamento radicale. Forse tematiche che potrebbero aprire singolarmente dibattiti senza fine e che forse, proprio per questo, aiutano a inserire le figure transgender all’interno di un quadro che va ben oltre innumerevoli operazioni chirurgiche e un cambio anagrafico e che spesso si trovano al centro di rapporti contrastanti. 

Emilia Perez parla di sacrifici, a volte per affermare la propria libertà, altre per rinunciare ad essa nel nome di principi piú alti, altre ancora per anelare a una metamorfosi che non sempre si raggiunge. A metá strada tra uomo e donna esistono piú piani di quanti ci si immagina: al di là di ció che si afferma di essere, esiste ció che si desidera essere, ció che si è ma non si può mostrare, ció che ci si prepara a diventare e ció che si è stati

In Emilia coesistono due entità: quella di un’attrice che si cala in un ruolo e quella di una donna che sceglie consapevolmente di svelare la sua storia personale davanti alla cinepresa. 

«Io non sono mai tornata a nulla» afferma Gascon in un’intervista, una frase che lascia intendere la naturalezza che permette all’attrice di portare sul set una parte di sé e al tempo stesso rivela la chiave del meccanismo. Non ci sono viaggi di andata o di ritorno, c’è solo chi li intraprende, in tutta la sua intoccabile e inviolabile unicità. 

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