Energia, entropia, musica e AI: alla scoperta della “visione cosmica” di Tatsuru Arai

Ho conosciuto il lavoro di Tatsuru Arai grazie a un Corner Curator che ho curato per CIFRA, e quella che inizialmente è stata una scoperta visiva si è presto trasformata in un approfondimento più ampio e strutturato. Arai è uno di quegli artisti che non si esauriscono nello sguardo: l’estetica è potente, coinvolgente, ma è solo l’ingresso a un sistema concettuale molto più complesso.

Arai ci prende per mano e ci accompagna dentro temi che raramente l’arte contemporanea riesce a trattare con questa lucidità: la fusione nucleare solare, le particelle e le microparticelle, la gravità, l’entropia, l’energia come principio fondante della vita. E, al tempo stesso, apre una riflessione profonda sulla necessità di una svolta realmente contemporanea nel linguaggio musicale, capace di dialogare con il nostro tempo e con le sue infrastrutture tecnologiche.

La sua grande forza risiede proprio qui: nella capacità di declinare tematiche complesse e stratificate in opere che non risultano mai fredde o teoriche, ma che abbracciano il visitatore. Le sue installazioni fanno ciò che ogni opera d’arte dovrebbe fare: emozionano, raccontano una storia, rivelano un frammento dell’identità di un artista che dedica alla ricerca una dedizione assoluta — e che sa trasformare la ricerca in bellezza.

In un’epoca in cui tecnologia e natura sembrano spesso poste in opposizione, Arai costruisce invece un continuum. La sua pratica tiene insieme scienza, musica e visione cosmica in un’esperienza immersiva che rende tangibile l’invisibile e che invita lo spettatore a sostare, a riflettere, a sentire.

Il tuo lavoro attraversa arte, musica, tecnologia e installazioni 3.0. C’è stato un momento specifico in cui hai compreso che i media digitali ti permettevano di oltrepassare i limiti dei linguaggi tradizionali?

Durante i miei studi di composizione e arte al Conservatorio di Musica tra Tokyo e Berlino, ho preso coscienza di come la storia della musica sia sempre stata strettamente intrecciata alla storia della tecnologia.
Per esempio, l’emergere del Romanticismo nella musica occidentale è stato fortemente connesso all’evoluzione degli strumenti musicali: i loro sviluppi strutturali e tecnici hanno ampliato le possibilità espressive, consentendo ai compositori di esplorare dimensioni emotive e sonore prima impensabili. Considero questo processo profondamente legato a questioni più ampie di civiltà. Allo stesso modo, ritengo che una trasformazione analoga possa verificarsi nel nostro tempo.
Le tecnologie digitali, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale non sono per me meri strumenti, bensì fenomeni che riflettono lo spirito dell’epoca — lo Zeitgeist — in cui viviamo.

Hai iniziato la tua carriera come compositore e parli di Trans-Ages Music e Hyper-Serial Music come di nuovi paradigmi che oltrepassano le categorie storiche. Potresti spiegare cosa intendi con questi concetti e come prendono forma nella tua pratica artistica?

Durante i miei studi musicali provavo un senso di disagio nei confronti della natura chiusa e autoreferenziale della musica accademica contemporanea, così ho iniziato a cercare un nuovo quadro concettuale per ripensare la musica stessa. La Hyper-Serial Music rappresenta una delle forme più complesse nella storia della composizione, mentre la Trans-Ages Music indica un approccio musicale in cui la densità sonora può variare continuamente dallo 0 al 100 per cento. Questi concetti si fondano su una prospettiva che considera la storia della musica e della tecnologia inseparabile dallo sviluppo della civiltà, all’interno della quale le strutture compositive diventano necessariamente sempre più complesse nel tempo.

La Trans-Ages Music mira a integrare tali sviluppi in un approccio coeso. Tuttavia, per me, la storia di una musica progressivamente più complessa potrebbe aver raggiunto il suo apice proprio con la Hyper-Serial Music. Eseguire musica basata su questi concetti alcuni anni fa alla Philharmonie de Paris, nell’ambito di un programma dell’Ensemble intercontemporain fondato da Pierre Boulez, è stato per me un momento significativo. Ha confermato che queste idee non sono semplici costrutti teorici, ma possono operare in modo concreto come pratica artistica.

Re-solarization_Hyper Seriel Music Performance at Philharmonie De Paris_Biennale Némo(2023)

Natura, musica e infrastrutture naturali e artificiali sono profondamente intrecciate nella tua pratica. Da qui una domanda inevitabile: come prende forma un’opera come Face of Universe?

Ho iniziato il progetto Face of Universe durante una crisi energetica globale. La vita sulla Terra è sostenuta dall’energia e, in senso fondamentale, i nostri ecosistemi originano dall’energia della fusione nucleare solare. Su lunghi archi temporali, l’energia — sotto forma di entropia e auto-organizzazione — circola all’interno di questi sistemi.
I fiori fungono da “volto” simbolico di questo ecosistema, e le particelle che cadono dai fiori possono essere viste come rappresentazioni del delicato equilibrio tra entropia ed energia auto-organizzante.

Un altro aspetto di Face of Universe è che la sua realtà non può essere pienamente percepita da nessuno. Tuttavia, l’arte ci consente di rendere visibile l’invisibile, di dare forma a fenomeni che sfuggono all’osservazione diretta. Nel progetto traduco queste idee in un’esperienza multisensoriale che combina suono, elementi visivi e strutture spaziali. Attraverso questo processo, Face of Universe diventa un’espressione strutturata della mia ricerca, in cui principi naturali, sistemi umani e concetti teorici convergono in una forma esperienziale.

Una connessione forte e costante con la natura attraversa il tuo lavoro — una natura che non è mai mera rappresentazione, ma diventa sistema, energia, processo. Da dove nasce questa relazione? Affonda in un’esperienza precoce, in una riflessione maturata nel tempo, o in una necessità emersa proprio attraverso il tuo confronto con tecnologia e intelligenza artificiale?

La mia connessione con la natura nasce da una sensibilità innata coltivata fin dalle prime esperienze, unita a una riflessione di lungo periodo e alle necessità rivelate dal confronto con tecnologia e AI. Tutti questi livelli sono intrecciati. Forse questa prospettiva differisce da quella di molti europei, e qualcuno potrebbe attribuirla alle influenze del pensiero tradizionale giapponese e più ampiamente estasiatico. Per me, tuttavia, non esiste un confine netto tra tecnologie prodotte dall’uomo e natura: fanno parte dello stesso continuum, interagendo e coesistendo nei sistemi che esploro nel mio lavoro.

Questo approccio trova espressione in Face of Universe, dove sistemi naturali, flussi energetici e infrastrutture antropiche convergono in un ambiente esperienziale unitario. L’opera traduce principi di entropia, auto-organizzazione ed equilibrio ecologico in strutture sonore, visive e spaziali, riflettendo al contempo le dinamiche del mondo naturale e lo spirito della nostra epoca contemporanea.

Face of Universe_at the Cube Istanbul(2025)

In Face of Universe, Crypto Plants e LUXE, l’energia appare come un principio unificante che attraversa natura, tecnologia e cosmo. Metti in relazione i flussi energetici della biosfera con quelli dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali. In che modo l’arte può oggi rendere percepibile questa tensione tra crescita tecnologica ed equilibrio ecologico?

È vero che l’avanzamento tecnologico altera l’equilibrio ecologico attraverso il consumo di risorse, i cambiamenti ambientali e le infrastrutture artificiali. Tuttavia considero l’evoluzione della tecnologia e delle infrastrutture energetiche indispensabile.
Per questo in Face of Universe faccio riferimento alla fusione nucleare solare: la fusione rappresenta l’energia del futuro, destinata probabilmente ad avere un impatto fondamentale sulla vita umana e sull’innovazione tecnologica.

Attraverso opere come Face of Universe, Crypto Plants e LUXE, mi avvicino ai fiori come elementi simbolici dell’ecosistema, con l’intento di esprimere una “contemporaneità” che abbraccia natura, tecnologia e cosmo.
Questi progetti nascono da una prospettiva che riflette sull’evoluzione della civiltà, sulla storia dell’energia, della tecnologia e dei sistemi ecologici, esplorando come società umana e processi naturali abbiano coesistito e co-evoluto nel tempo.

Le tue opere invitano spesso lo spettatore a rallentare, a immergersi, a sostare. Che tipo di esperienza desideri attivare in chi entra fisicamente nelle tue installazioni?

L’essenza del cosmo è che la sua realtà non può essere pienamente percepita da nessuno. Tuttavia l’arte ci permette di visualizzare l’invisibile, dando forma a fenomeni che non possono essere osservati direttamente. Nelle mie opere, le particelle che cadono dai fiori si disperdono sul suolo, creando la sensazione di un ritorno alla Terra o a Gaia. Vita ed energia sono intrinsecamente legate alla gravità e, sebbene tali processi si dispieghino normalmente nell’arco di decenni o secoli, queste installazioni consentono al pubblico di farne esperienza in pochi secondi.

Questo può spiegare perché le opere invitano a rallentare e sostare: desidero che il pubblico sperimenti, in un breve momento, la lunga storia dei processi ecologici e dei flussi energetici che sostengono la vita. Entrando nelle installazioni, è possibile percepire i ritmi sottili dei sistemi naturali e dei processi tecnologici, avvertendo l’interazione tra energie ecologiche e artificiali. In tal modo, le idee concettuali di civiltà, energia e tecnologia che sottendono i lavori diventano tangibili attraverso un’esperienza immersiva e sensoriale.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e in quali direzioni di ricerca ti stai muovendo attualmente?

All’inizio di quest’anno, LUXE ha avuto la sua prima mondiale al Six Senses Festival di Bengaluru, in India. Face of Universe, sviluppato in collaborazione con CIKE (Creative Industries Košice) ed EMAP (European Media Art Platform), sarà esposto a Gwangju, in Corea del Sud.Inoltre, nell’ambito di un progetto organizzato da Sonica Glasgow, è prevista una collaborazione tra il compositore Philip Glass, la Royal Scottish National Orchestra (RSNO) e il mio lavoro, con un concerto programmato a Glasgow per il prossimo autunno.

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Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi
Rebecca Pedrazzi, storica e critica d’arte con focus sull’AI Art, curatrice e autrice del libro "Futuri possibili. Scenari d'Arte e Intelligenza Artificiale”. É giornalista e direttrice di notiziarte.com e sul tema AI & Arte tiene docenze, conferenze e webinar dedicati. Ha collaborato con diverse realtà, quali CINECA per il progetto GRIN S+T+ARTS, VAR Digital Art, il Dipartimento Neuromarketing e Metaverso AINEM, il progetto europeo PERCEIVE, e l’Istituto Europeo di Design, dove attualmente insegna “Fenomenologia delle Arti Contemporanee”. Membro della Gallery Climate Coalition, unisce ricerca e curatela a impegni per la sostenibilità e la riflessione critica sui futuri dell’arte.

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