ERBALUCE di Noemi Priolo a Venezia: quando la scultura diventa liturgia vegetale tra cardo selvatico, vetro e materia vivente

Nel cuore di Dorsoduro, a pochi passi dal Canal Grande, Bubble Space ospita dal 3 maggio al 22 novembre 2026 ERBALUCE, mostra personale di Noemi Priolo curata da Vincenzo Alessandria. Un arco di tempo lungo, quasi liturgico nella sua durata, che rispecchia la natura stessa del lavoro dell’artista palermitana: un processo di sedimentazione lenta, di trasformazione progressiva della materia e dello sguardo. Lo spazio espositivo di Dorsoduro 19 diventa per sei mesi un luogo-soglia, uno di quei rari ambienti in cui la percezione ordinaria viene spiazzata non per effetto spettacolare ma per qualcosa di più sottile e persistente.

Al centro dello spazio si erge l’installazione che dà il titolo alla mostra: una grande scultura che prende la forma di una pianta immaginaria ispirata al cardo selvatico dei paesaggi aridi del Mediterraneo. Uno stelo in alluminio da cui si sviluppano foglie, spine e fiori in vetro, emergenti da un terreno di pietra lavica. Il cardo — pianta carica di simbologia cristologica, associata alla Passione e alla terra secca — viene qui ibridato tra organico e artificiale, trasformato in qualcosa che Priolo stessa concepisce come un ostensorio vegetale: una forma rituale attraverso cui la materia sembra manifestare una propria dimensione spirituale. I fiori assumono la forma di mani giunte in preghiera, tese verso l’alto. La trasparenza del vetro, che potrebbe evocare fragilità, restituisce invece una presenza tagliente, luminosa, quasi necessaria. La pianta descritta nel progetto è anche una specie infestante capace di emanare spore velenose, ma il veleno che Priolo mette in scena non distrugge: conduce, paradossalmente, a uno stato di pace e di gioia. Varcare la soglia di ERBALUCE significa attraversare qualcosa di quasi battesimale, accettare che le spore del cardo dissolvano le sovrastrutture e restituiscano l’individuo a una condizione di materia condivisa.

A diffondersi nell’ambiente con la silenziosa insistenza di un’apparizione è Amor Mundi, una serie di nove sculture che si propagano nello spazio espositivo come organismi in stato di trasformazione permanente. Dalla superficie lucida e quasi seducente, con estensioni filamentose che richiamano morfologie entomologiche, queste presenze ibride si collocano in più punti della sala senza mai assumere una forma del tutto riconoscibile. Il titolo rimanda esplicitamente al pensiero di Hannah Arendt e all’idea di un amore rivolto al mondo nella sua concreta pluralità: le nove forme non sono oggetti nello spazio, ma figure di relazione, organismi che entrano in rapporto tra loro e con l’ambiente circostante, suggerendo che l’altro non delimita il sé ma lo trasforma. La materia viene spinta oltre i propri confini, come se ogni forma portasse in sé la promessa di un’ulteriore metamorfosi.

Chiude l’esposizione 965, un lavoro che procede per accumulo: elementi minimi si aggregano in superfici dense, quasi tessute, in cui la molteplicità non si dissolve nell’insieme ma rimane leggibile come una crescita collettiva. Ogni elemento conserva la propria individualità pur partecipando alla costruzione di un corpo più grande, in un equilibrio costante tra addensamento e proliferazione. Le tre opere insieme costruiscono un sistema coerente, in cui la logica dell’interdipendenza attraversa ogni scelta formale: ciò che appare separato è destinato a entrare in relazione, a contaminarsi. Le categorie più familiari — naturale e artificiale, organico e sintetico, umano e non umano — sfumano progressivamente, senza che la mostra le risolva o le semplifichi.

Noemi Priolo (Palermo, 1990), formatasi in scultura all’Accademia di Belle Arti di Palermo e attiva tra Padova e Venezia dopo un periodo trascorso in Inghilterra tra il 2016 e il 2021, lavora da anni su un immaginario che trae radici dall’arcaico siciliano — paesaggio interiore di memorie ancestrali e tensioni primordiali. Resine, pellicce, piume, objets trouvés diventano nelle sue opere materia viva, pelle e traccia. Tra le mostre precedenti si segnalano Io sono il primo e l’ultimo e il vivente (2022, Bunker Villa Caldogno, Vicenza) e la partecipazione a Die Grosse 20/21 al Kunstpalast di Düsseldorf. ERBALUCE si conferma come una delle sue proposte più articolate, capace di tenere insieme poesia, simbologia spirituale e ricerca scultorea senza che nessuno dei registri prevalga sull’altro. La mostra è realizzata in collaborazione con il Ristorante Lineadombra e con il supporto di Ca’ Rugate Viticoltori, Bressan Mastri Vinai, Bilato S.r.l. e Grafiche Venete.

ERBALUCE è visitabile presso Bubble Space, Dorsoduro 19, Venezia, dal 3 maggio al 22 novembre 2026, dal lunedì alla domenica dalle 11 alle 21.30, o su appuntamento scrivendo a [email protected].

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