Estate a Casa Berto, a Capo Vaticano si rinnova la magia del “Family Festival”, dove gli artisti dialogano col pubblico

Dal 28 al 31 agosto, Capo Vaticano, in Calabria, torna a essere il palcoscenico di Estate a Casa Berto, evento che ormai da dieci anni rende omaggio alla figura di Giuseppe Berto, scrittore che proprio in questo luogo trovò rifugio e ispirazione, calma e vita. Organizzato, come sempre, con passione e cura dalla figlia Antonia Berto e da Marco Mottolese (scrittore, giornalista, esperto di editoria nonché collaboratore di Artuu, ndr), il festival è cresciuto nel tempo con la naturalezza di un organismo vivo, senza strategie prefissate, ma seguendo l’intuito, l’urgenza artistica e il desiderio di costruire ogni anno qualcosa di autentico. Non c’è un tema dominante, né un format rigido: ogni edizione è diversa, frutto del momento, delle persone e delle energie che si incontrano sul promontorio affacciato sul Tirreno.

Estate a Casa Berto. Foto Tommaso Pugliese

Sarebbe riduttivo definirlo un festival come tanti. Estate a Casa Berto è un “family festival“, per il clima intimo e raccolto che si crea tra artisti, pubblico e organizzatori. Non è raro che alcuni ospiti – spesso veterani dell’evento – chiedano di tornare anche l’anno successivo. Accade spesso che il dopofestival, in quella terrazza naturale che guarda Stromboli e le isole Eolie, tra buon vino e buon cibo, preparato come sempre dal marito di Antonia, chef, si trasformi in un’occasione di condivisione e possibilità di “star bene” che nulla ha da invidiare al festival vero e proprio.

Malgrado le difficoltà logistiche e le ristrettezze di un luogo tanto meraviglioso quanto complicato da gestire, Estate a Casa Berto si conferma ogni anno come un appuntamento di valore, ben riuscito e amato dal pubblico, inserito, non a caso, da diverse testate nazionali d’arte e di cultura tra i dieci festival italiani da non perdere. Deve essere anche merito dell’idea di avere sempre quelli che al festival chiamano i giornalisti “resident”, pronti ad intervenire ogni giorno per descrivere, moderare e presentare. Tra questi, due colonne portanti, quali Carlo Ducci e Giancarlo Loquenzi. E anche grazie alla loro presenza assidua che il progetto è cresciuto qualitativamente anche se “a sua insaputa” come, scherzosamente, affermano i due direttori.

L’edizione 2025 è, per ammissione degli stessi organizzatori, la più ricca mai realizzata, il programma è fitto ed eclettico; quattro giorni di letteratura, musica, teatro e cinema che ricreano il senso più profondo del festival: abbattere confini precostituiti in favore dello scorrere naturale della bellezza che nutre e plasma.

Estate a Casa Berto. Foto Tommaso Pugliese

Ad aprire la manifestazione, il 28 agosto, sarà “Il dominio della luce”, reading-concerto firmato da Roberto Angelini e Rodrigo D’Erasmo (Woodworm/Wudz): un progetto originale, che sa di vintage, che mette al centro la luce come metafora di resistenza e salvezza. Il lavoro, anche in vinile, è accompagnato da un libro che raccoglie testi di scrittori e artisti come Vasco Brondi, Chiara Gamberale ed Emanuele Trevi. A seguire, la proiezione di “Rosa – Il canto delle sirene”, film d’esordio alla regia di Isabella Ragonese, che sarà presente per introdurre la proiezione e dialogare con il pubblico. Il giorno successivo, la giornata si apre nel segno del teatro, con Iaia Forte che porta in scena una rilettura femminile di Tony Pagoda, celeberrima creazione di Paolo Sorrentino. Nel pomeriggio, spazio a Pierfranco Bruni, tra i massimi studiosi dell’opera di Berto, che presenta Tutto ha la sua ora (Solfanelli Editore), saggio dedicato al complesso universo dell’autore cui il festival è dedicato. A conclusione del secondo giorno verrà proiettato Le Déluge, film pluripremiato di Gianluca Jodice, presente per raccontarne la genesi e il lungo percorso creativo. Il sabato pomeriggio si apre con un dialogo tra Antonio Padellaro e Giancarlo Loquenzi intorno al recente volume Antifascisti immaginari (PaperFirst, 2025), riflessione acuta e provocatoria sull’identità politica e culturale dell’Italia contemporanea. Segue la lectio magistralis di Massimo Sideri, per la seconda volta al festival, che approfondisce il pensiero di Italo Calvino in relazione all’intelligenza artificiale, presentando il suo Il cavaliere artificiale (Luiss University Press). In serata, lo scrittore Niccolò Ammaniti presenterà (con Emanuele Trevi sul palco con lui, già estensore del libretto che accompagna, per Feltrinelli Editore, il relativo cofanetto con dvd e testo) The Good Life, un documentario girato in India. Il 31, per la seconda volta, Emanuele Trevi – Premio Strega 2021 – sceglie Estate a Casa Berto per l’anteprima nazionale del suo nuovo libro, Mia nonna e il conte (Solferino Editore), testimonianza concreta del legame speciale che lo unisce al festival e al luogo. A Casa Berto si apre e si chiude con il linguaggio musicale. DAP (pseudonimo di Andrea D’Apolito) e il suo progetto Volcanoes, saluteranno il pubblico con un concerto che dialoga con la magnifica scenografia di Casa Berto: una terrazza naturale affacciata sulle Costa degli Dei e sulle isole Eolie ma soprattutto di fronte a Stromboli.

Antonia Berto

Lavorare in un contesto come Capo Vaticano non è semplice: le difficoltà logistiche sono molte, le risorse limitate. Eppure, Estate a Casa Berto è ogni anno una vittoria: una vittoria autentica, guadagnata con fatica, alimentata dalla passione di chi crede che la cultura possa ancora rappresentare un mezzo per divulgare la bellezza e un catalizzatore sano e autentico di pensiero e libertà. Un festival che valorizza un territorio meraviglioso, un omaggio sincero a Giuseppe Berto, che proprio da questi luoghi aveva imparato a guardare il mondo in modo diverso, più profondo, più vero, più suo.

Abbiamo incontrato Marco Mottolese, ideatore e organizzatore di A casa Berto, per farci raccontare la genesi del Festival, i suoi obiettivi, i suoi sviluppi e il programma di quest’anno.

Marco Mottolese. Foto Tommaso Pugliese

Siamo arrivati alla decima edizione di “Estate a casa Berto”, un traguardo importante. Qual è il segreto del successo del festival?

Me lo chiedo anche io. Tutto nacque per gioco – nel 2015 – o per stasi o perché, mettere in piedi un festival, faceva forse parte di un piano scritto ma che non conoscevo ancora. Le cose che nascono per caso spesso sono le migliori. Antonia (Berto, figlia unica di Giuseppe Berto, ndr) è la mia migliore amica sin da quando andavamo a scuola e rientrava in Italia dopo oltre tre decenni passati negli Stati Uniti. Doveva occuparsi dell’eredità morale e culturale di suo padre, non poteva lasciar andare le cose nel momento in cui la madre – e moglie di Berto – iniziava a stare male e non poteva più dedicarsi alle varie attività che ancora facevano capo al nome di suo padre, uno dei più importanti scrittori italiani del secondo Novecento. In Italia aveva me come riferimento; ma non ci siamo messi a tavolino a fare strategie o programmi.

Da sinistra: Antonia Berto, Marco Mottolese e un amico a Casa Berto negli anni Settanta. Courtesy Casa Berto.

Prima di tutto abbiamo pensato insieme a risollevare la sorte dei libri di suo padre appoggiandoci al principale agente letterario italiano, Marco Vigevani, e trasferendo l’intero catalogo bertiano da Rizzoli a Neri Pozza. Dunque le opere, i testi teatrali e cinematografici, l’archivio dei manoscritti – anche quelli non pubblicati – iniziarono a riprendere vita mentre, parallelamente, la tenuta calabrese, a suo modo mitica, riviveva per la presenza continua di Antonia e Phil, suo marito, grande chef americano e compagno di una vita. Mi piace pensare che il festival Estate a casa Berto sia nato da un’ispirazione donataci proprio dello scrittore che, sebbene questa tenuta l’acquistò alla fine degli anni Cinquanta – molti credendo fosse una scelta per darsi all’eremitaggio – in realtà fu voluta proprio per ospitare gli amici in un luogo in cui non era necessario omaggiare il proprio ospite per essere considerati. “C’è spazio per tutti”, deve aver pensato Berto, come dire che, se a lui faceva piacere avere ospiti, gli stessi non si sarebbero dovuti sentire nella condizione di condividere con lui e sua moglie tutti i momenti della loro permanenza. E poi c’era la Calabria rurale e, in parte, dimenticata; popolata da personaggi umili che ispiravano Berto, veneto d’origine, e con i quali lui passava spesso il proprio tempo condividendo con loro antichi passatempi. Ecco, forse è proprio questa l’origine del tutto ed è la ragione per la quale il festival lo chiamiamo Family Festival” perché le famiglie condividono gli spazi ma non necessariamente le giornate. Basta sentirsi parte di un ambiente e sapere che si sta tutti lì, con un preciso obiettivo: stare bene. E a Capo Vaticano si sta davvero bene; vige una formula magica che è difficile da esplicare.

Giuseppe Berto

Avete costruito e gestito tutto come una grande famiglia, che atmosfera si crea quando vi ritrovate ogni anno?

Credo che nella risposta precedente ti abbia chiarito un po’ la situazione però in questi dieci anni è successo qualcosa che non potevamo sapere a priori. Coloro che vengono ad esibirsi al Capo per il festival, condividere qualcosa del proprio patrimonio culturale e professionale, della propria arte, scoprono che il festival non è solo salire sul palco e presentare un libro, cantare o recitare, ma c’è un prima e c’è un dopo, ci sono i momenti in cui scrittori e musicisti, registi e attori, scoprono che questo è un luogo in cui in piena libertà si possono fare scoperte, amicizie, aprire dialoghi inaspettati e mescolarsi con gli spettatori – o il team che tiene in piedi il festival – godendo di vere e proprie “session” inaspettate, sincere, aperte, come se l’aria del Capo e di “Casa Berto” favorisse sincerità e apertura mentale. Non ci sono barriere tra chi si esibisce, chi organizza e chi paga un biglietto. Ecco, è un festival che mescola e mette insieme, con naturalezza e semplicità, chi dona qualcosa e chi la riceve.

Estate a Casa Berto. Foto Tommaso Pugliese

Antonia Berto ha riferito che suo padre ha scelto questa terra per proteggere un’idea di verità e libertà. Mi sembra che il festival abbia la stessa intenzione, sbaglio?

 Giuseppe Berto – che io ho avuto la fortuna di conoscere quando ero molto giovane – è stato autore tra i meno compresi della nostra letteratura moderna e contemporanea. E non parlo dei suoi libri – che hanno avuto successo e fortuna – ma mi riferisco proprio alla persona, un uomo intorno al quale si sono creati malintesi sul suo modo di essere appartato, come direbbero i francesi, “malgré lui”. C’è stato un periodo, nel secondo Novecento italiano, in cui i letterati, gli intellettuali, gli artisti, sottostavano ad una sorta di osservanza ideologica. Evidentemente le scorie negative della guerra e del fascismo, appena conclusi, necessitavano aria nuova; ma quest’aria nuova diventò stantia in fretta, nel senso che l’aderenza politica era passaporto necessario per essere accolti in una comunità che contava. Non bastava essere grandi, serviva essere solidali. Berto, probabilmente, serbava un’idea di libertà e verità che lo avvicinava ad un’anarchia filosofica e morale che lo rese solo e che fu malintesa provocando gelosie e, quando Antonia parla di “proteggere un’idea di verità e libertà”, probabilmente intende dire che suo padre voleva proteggere e fare sua la sacrosanta individualità di ciascuno, senza appartenenze o sudditanze ideologiche. A Capo Vaticano questo accadeva e questo accade: vige, ancor oggi, una meravigliosa impermanenza ideologica che ci permette di invitare chiunque perché – appena si varca la soglia del mitico cancello verde – si capisce che si è entrati in un luogo in cui prevale la condivisione e l’accoglienza familiare.

Emanuele Trevi ospite a Estate a Casa Berto. Foto Tommaso Pugliese

Tanti gli ospiti che partecipano, veterani e non: Isabella Ragonese, Niccolò Ammaniti, Emanuele Trevi, Iaia Forte e molti altri… come hanno accolto l’invito a partecipare?

Dopo i primi, pionieristici anni di festival, in cui in due o tre facevamo tutto, dall’attacchinaggio alla biglietteria, dal bar all’accoglienza, alle foto, mi sono reso conto che avevamo creato, involontariamente, dei testimonial di rilievo che, una volta passati dal festival, per pura amicizia e stupore, parlavano dell’evento e del luogo in maniera entusiastica. Per cui, dopo un po’, scoprii che invitare era molto facile, perché il passaparola degli ospiti mi aveva spianato la strada. Il clima, il “mood” del festival, veniva tramandato da chi ci era stato e quando mi capitava e capita tutt’ora di invitare qualche artista che non conosco spesso mi sento dire: “ma certo, vengo, me ne ha parlato ….”. Insomma, senza volerlo, avevamo creato degli ambasciatori che parlavano di noi e che spianavano la strada agli ospiti successivi. Tra questi mi piace citare soprattutto Iaia Forte ed Emanuele Trevi, presenti in diverse edizioni e, più che ospiti, amici. Poi, ovviamente, è una questione di relazioni, di amore per Giuseppe Berto, per la Calabria e per un festival che, dal punto di vista mediatico, ha sempre avuto una risonanza forse eccessiva rispetto al ristretto numero di spettatori che possiamo accogliere. Noi abbiamo circa 120 posti a sedere ma quando arrivano personaggi molto amati e dobbiamo accoglierne il quadruplo, ci rendiamo conto che siamo piccoli, che la nostra famiglia è difficile allargarla e ci diciamo spesso con Antonia: “rimaniamo piccoli”. Ciò non toglie che nessuno ci ha mai detto di no e siamo orgogliosi di aver accolto in casa scrittori, musicisti, attori, registi e giornalisti che rendono omaggio non solo al festival ma, soprattutto, al grande scrittore che, siamo certi, avrebbe molto piacere di vedere quello che stiamo facendo in suo nome.

Estate a Casa Berto. Foto Tommaso Pugliese

Dopo questa, aspettiamo tutti l’undicesima edizione…

Naturalmente mi auguro che il Festival prosegua, e abbia ancora molte edizioni davanti a sé. Ma c’è una nota dolente: sebbene il festival sia stato inserito, lo scorso anno, da una testata di rilievo, tra i dieci festival estivi da non perdere in Italia e sebbene abbiamo portato a Capo Vaticano autori, artisti e intellettuali di alto livello, tenere in piedi un festival, dal punto di vista economico, non è semplice. Ogni anno potrebbe essere l’ultimo e solo la caparbietà di Antonia e l’amore che porta per suo padre, e il mio personale piacere di invitare persone che ammiro, ci fanno ogni anno reiterare la follia. Solo da un paio di anni siamo riusciti ad ottenere piccoli finanziamenti regionali. Certo, c’è chi da una mano, ad esempio l’azienda Amaro del Capo che, guarda caso ha in etichetta proprio il luogo del festival; il Comune di Ricadi, che ingloba Capo Vaticano, altri partner che amano il festival, come Almaviva, ma siamo sempre al limite anche se il piacere di ritrovarci ogni anno supera qualsiasi fatica per cui, se devo pensare al futuro direi che sì, continueremo a invitare artisti e scrittori a dialogare col pubblico a Casa Berto, anche perché, fortunatamente, negli anni, si è creato un team eccellente che affianca me ed Antonia e al quale vorremmo lasciare l’eredità di una cosa così speciale se un giorno decidessimo di staccare e, da direttori, decidessimo di godercelo da spettatori. Visto che ci siamo vorrei fare un ringraziamento a coloro che, per pura passione, negli anni si sono uniti a noi e senza i quali oggi sarebbe impossibile realizzare “Estate a casa Berto”: Valeria Bonacci; Giorgia Simonetta; Alessandro Giuliano; Tommaso Pugliese; Giancarlo Loquenzi; Carlo Ducci; Philip Smith.

Grazie. Allora ci vediamo a Casa Berto il 28 agosto!

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Sofia Marzorati
Sofia Marzorati
Sofia Marzorati studia Storia dell’arte all’Università degli Studi di Milano, privilegiando l’arte contemporanea. Prima di approdare ad Artuu scrive per Now Here e Il sussidiario.net. Studia recitazione al Teatro Litta di Milano e lavora come attrice, scrivendo anche testi teatrali.

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