Si canta, si suona, si balla. Balli vorticosi e sviolinate. Visi dipinti di azzurro. Attori e attrici che corrono da un lato all’altro del pavimento nero. Battono i piedi. Saltano intorno al filo di lana colorata disposto a cerchio. Una babele di suoni e di lingue: ora italiano, ora inglese, tedesco, spagnolo, danese, latino. Ognuno capisce quello che ha bisogno di capire, non quello che è stato detto o che vede. Il corpo e la voce, sembra dire Eugenio Barba, contengono tutto, tutto ciò che volete trovarci. Accanto le proiezioni – fulminee e inaspettate di bambini sorridenti con mitra in mano a cui gli adulti hanno insegnato a uccidere. Preceduto da due anteprime internazionali di peso, nell’ottobre del 2024, al Festival di Wuzhenin Cina e al Théâtre du Soleil a La Cartoucherie di Parigi a febbraio, è andato in scena in prima nazionale (dal 7 all’11 maggio) al Teatro Menotti di Milano Le nuvole di Amleto, l’atteso, ultimo spettacolo di Eugenio Barba, uno dei grandi maestri del teatro del Novecento, fondatore dell’Odin Teatret, co-prodotto da Odin Teatret, dal Tieffe Teatro (il Menotti) e Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale.
Dal 2 al 4 giugno lo spettacolo sarà invitato d’onore alla Biennale Teatro di Venezia di Willem Dafoe, nominato nuovo direttore artistico per il biennio 2025-2026. Co-prodotta con il Polo Biblio-Museale di Puglia, è invece la mostra Autopenetraciòn, alla La Virreina centre de la image di Barcellona, curata da Roger Berna, dedicata all’artista e all’Odin Teatret che ripercorre la sua attività fra il 1971 e il 1979. Inaugurata il 17 aprile 2025, l’esposizione prosegue fino al 28 settembre.

Lo spettacolo è nato in un momento non facile per il regista e i suoi attori, dopo quello che Barba definisce “il mio licenziamento dal Nordisk teaterlaboratorium” di Holstebro da lui stesso fondato, e l’Odin di fatto rimasto senza finanziamenti, senza sede dove provare, dove lavorare. Non sono parole vuote dunque quelle di ringraziamento pronunciate da Barba a Emilio Russo, direttore de Teatro Menotti che ha coprodotto lo spettacolo e che il marzo dello scorso anno, per celebrare i 60 anni dell’Odin Teatret , aveva dedicato sei giorni di workshop, masterclass, lezioni, film e due spettacoli teatrali (Ave Maria e La casa del sordo. Capriccio su Goya).
Per la messa in scena de Le Nuvole di Amleto, la sala del Menotti è stata rivoluzionata nel suo assetto abituale, si configura come un corridoio lungo e rettangolare fra le due “sponde” degli spettatori che si guardano reciprocamente sui due lati lunghi a fronteggiarsi, seduti gli uni di fronte agli altri. Uno spazio fiume, così lo definisce Barba, dove gli interpreti si muovono, danzano, cantano, recitano. Nella simultaneità delle azioni, sarà lo spettatore a lasciarsi catturare da un’azione o da un’altra. E sarà Barba stesso ad accogliere personalmente gli spettatori in sala, e a farli accomodare. In scena ci sono loro, i compagni di sempre Julia Varley (Shakespeare); Rina Skeel, argentino-danese (Gertrude); Ulrik Skeel (Claudio); Else Marie Laukvik, norvegese (lo spettro di Re Amleto) e due new entry: Jakob Nielsen, danese (il principe Amleto) e la rumena Antonia Cioaza (Ofelia).

Storie di padri, di figli, di eredità morali
Storia di Amleto, Hamlet principe di Danimarca, ma questa è è anche la storia di Hamnet, il figlio di Shakespeare, morto a 11 anni. Shakespeare aveva scritto l’Amleto proprio in quel periodo di lutto quando suo figlio e suo padre erano entrambi morti. Così in scena i due momenti drammatici (Hamnet – Hamlet) si incontrano. Barba ne fa il nucleo ispiratore per una riflessione teatrale e poetica sull’eredità e sul senso stesso dell’agire artistico oggi. Perché oggi Amleto? – si chiede Barba – Cosa dice oggi a noi la vicenda di un padre il cui fantasma appare al figlio e gli lascia il compito di uccidere e vendicarlo? Qual è l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che trasmetteremo ai nostri figli? Cosa succederebbe se Amleto, come Antigone, affermasse: non sono nato per condividere l’odio, ma l’amore?
Domande che risuonano potenti in un’epoca segnata da incertezze, crisi e cambiamenti profondi. E non a caso, lo spettacolo è dedicato ad Hamnet, figlio di Shakespeare, e a tutti i giovani “senza futuro”.
Anche Shakespeare è lì in scena, in mezzo alle sue creature teatrali, indossa una tunica damascata ed elegante, la pelle del viso azzurra come una maschera. Trascina la culla di un bambino morto. Piange la morte di suo figlio Hamnet. “Nuvole di parole mi assalgono nel momento del pianto”, gli fa dire Barba. È con quella morte che si apre Le Nuvole di Amleto. È lo stesso Shakespeare a fare da narratore dell’intera vicenda, con un gigantesco libro/specchio delle sue opere sottobraccio, che di tanto in tanto consulta: è lo specchio del teatro stesso, in esso ci si guarda, ci si riconosce o ci si rifiuta. A volte, quasi auto consolatorio, il Bardo sprona il suo personaggio: “Spogliati, buon Amleto, di questo colore notturno. Guarda il sole, il cielo e le sue nuvole. Non cercare nella polvere, il tuo nobile padre”.
Ed ecco che Barba, giocando a intersecare i piani della biografia del drammaturgo con quelli del suo stesso eroe tragico, costruisce un ritmo ipnotico, quasi narcotico, che avvolge lo spettatore in un rito di passaggio e perdita. Lo catapulta in una dimensione fisico-onirico e sonora dai contorni cangianti come le nuvole.
Barba non dirige: evoca, convoca, scompone e riplasma parole e azioni, voci e suoni in un processo alchemico che disintegra la drammaturgia canonica shakekesperiana. La coppia diabolica Claudio, lo zio traditore, e Gertrude, la madre fedifraga dai lunghi capelli neri, fa l’amore con passione convulsa. Lo spettro dell’ex re, assassinato dal fratello Claudio, si aggira fra i vivi esortando il figlio alla vendetta. Il giovane principe Amleto echeggia sonorità, gutturali e ora stridule, come quelle di un gallo quando si sente in pericolo. Amleto e Ofelia suonano con furia il violino e ballano, evocano la follia che scivola sul bordo della lucidità. E la loro impossibile storia d’amore si spezza come una corda troppo tesa. Con il violino Amleto uccide Claudio.
C’é un’energia elementare che passa nel corpo di ogni attore, che capta l’attenzione del pubblico precedendo ogni tipo di comprensione intellettuale, come per una tensione che si iscrive sotterranea, sottocutanea, silenziosa.

I costumi, multicolori e apparentemente dissonanti sono lo stendardo della molteplicità culturale della compagnia stessa. “Dalle nostre case abbiamo recuperato vestiti e costumi accumulati durante i viaggi. Le gonne di colori brillanti con pizzi e paillettes venivano dal Brasile, un mantello dalla Giordania, un vestito dall’India, un cappello dalla Bolivia, una giacca dalla Mongolia, una cappa dalla cerimonia Honoris Causa di Eugenio Barba a Cluj in Romania”, ci ha raccontato Julia Varley.
Una simmetria dolorosa
Lo spettacolo si chiude con un’immagine simmetrica e dolorosa: i “padri” Claudio e Gertrude, e i “figli” Amleto e Ofelia, giacciono insieme nella morte, in un abbraccio che ricorda la Pietà michelangiolesca. Sopra di loro si addensano nuvole irreali, mentre il pupazzo di Hamnet – corpo muto – veglia o forse osserva incredulo. Tornano alla mente altre nuvole shakesperiane: “Non c’è lassù pietà, fra quelle nuvole, che veda nel profondo la mia pena“, dice Giulietta (Romeo e Giulietta , atto II, scena II) disperata per la decisione del padre di farla sposare con un altro, cercando un segno di compassione o un intervento divino che possa cambiare la sua situazione. Nell’ultima scena, la numero 21, William Shakespeare ringrazia gli spettatori milanesi: “Lo spettacolo piacque a sua maestà la regina Elisabetta ed al nobile pubblico del Globe Theatre. Oggi ci auguriamo che anche gli spettatori qui presenti accolgano la recita dell’Odin Teatret con benevolenza e favore”. Il pubblico risponde con applausi convinti, mentre gli attori si allontano dietro le quinte, senza tornare, rinunciando a presentarsi al rito degli applausi. Anche questo è l’Odin. “Se gli attori ritornano in palcoscenico per fare un inchino, rivelano che tutto quello a cui si è assistito è una finzione. Il teatro è realtà, assolutamente assoluta“, dice Barba. Le nuvole impalpabili, che non hanno ancora assunto una forma che subito la lasciano e si trasformano, lievemente, ma incessantemente, non sono solo paesaggio ma simbolo: sono la memoria che svanisce, la tragedia che si dissolve, l’eternità che si decompone nella fugacità delle cose. Diventano simbolo del teatro stesso: atto creativo effimero ed eterno. Necessario.

Eugenio Barba e l’Odin Teatret
Eugenio Barba nasce in Puglia a Gallipoli, frequenta il liceo classico alla Scuola Militare Nunziatella a Napoli. Nel 1954, emigra in Norvegia. A Oslo lavora come lattoniere e saldatore poi, per due anni, come marinaio su un cargo norvegese. Intanto studia all’Università dove si laurea in letteratura francese e norvegese e storia delle religioni. Poi l’incontro con il giovane Jerzy Grotowski, durante un viaggio a Opole (Polonia) fino al 1964, quando fonda l’Odin Teatret a Oslo, in un rifugio antiaereo, per spostarsi due anni dopo a Hostelbro in Danimarca, dove il gruppo, formato da giovani e giovanissimi rifiutati dalle accademie, trovò casa in una vecchia stalla che tutti assieme ristrutturarono con entusiasmo. E Barba, da quel luogo diventato mitico, ha rinnovato radicalmente il teatro contemporaneo a livello globale, trasformandolo attraverso una pratica teatrale che permette all’attore di sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio corpo e della voce, in modo da utlizzarli in modo espressivo ed efficace in scena.
Il corpo parla. Conferisce vita anche nell’immobilità. Nel corpo permane il pensiero in azione, anche quando resta immobile. Nel 2020, insieme alla moglie, l’attrice Julia Varley, istituisce la Fondazione BarbaVarley, con lo scopo di sostenere la cultura sommersa dei “senza nome” del teatro, artisti e artiste “svantaggiati” per genere, etnia, geografia, età, modo di pensare. Lui stesso ama sottolineare: il teatro è rifugio per persone ferite, rispondendo al male del mondo con una nuova energia: la bellezza. La bellezza della vulnerabilità, dell’ostinazione, del rifiuto, dell’utopia. L’impossibile necessario che può diventare possibile.

“Il teatro? In invito a ripensare il mondo e le relazioni umane”
Il sorriso aperto, gli immancabili sandali al piedi scalzi e il bomber in ecopelle, un’eterna energia che continua a trasmettere in tutto il mondo, Eugenio Barba, ottantotto anni compiuti il 29 ottobre scorso , è un giovanotto dai capelli bianchi, instancabile che crede in un teatro fatto di relazioni umane, di “baratti” di arte, di idee e di creazione, di attori “migranti” dai quattro angoli del mondo. Palcoscenico dell’umana arte dell’incontro.
Ecco quello che ci ha raccontato.
Come è nato questo nuovo lavoro, l’85esimo ? Finora nessuno spettacolo dell’Odin aveva avuto come riferimento diretto il drammaturgo inglese.
Non siamo noi a cercare le storie. Sono loro a bussare alla nostra porta, a convincerci ad accoglierle, a prenderci per mano e condurci nel loro mondo. Le nuvole apparvero nel marzo del 2023 in una stanza da pranzo trasformata in sala prove da me e dagli attori dell’Odin Teatret. Si era appena concluso il rapprto con il Nordisk Teaterlaboratorium, eravamo un gruppo di attori senza più la casa che avevano costruito. Seduti un po’ dappertutto, ci siamo riuniti senza un’idea precisa. Ho chiesto a uno degli attori di cantare una canzone, lui ne ha scelta una sulle nuvole. Con la sua voce delicata, accompagnato dalla chitarra, intonò una melodia popolare danese dove una nuvola, nel cielo sereno, disegna ombre sul brulichio del mondo. Ecco il nucleo! Proposi di fare uno spettacolo sulle nuvole. Ognuno di noi ha cominciato a cercare poesie, musica, dipinti e testi sul tema. È saltato fuori il dialogo sulle nubi tra Amleto e Polonio, atto terzo, scena 2 in cui dice Amleto:”Vedete laggiù quella nuvola, sembra un cammello. Polonio: Sacripante! È un cammello davvero! Amleto: O forse somiglia a una donnola. Polonio: Infatti, ha la forma di donnola. Amleto: Non pare una balena?Polonio: Tale e quale, una balena”.
Amleto è un uno che vede il mondo in perenne movimento e che non rinuncia alla fatica di leggerlo. Mentre Polonio si adegua alle interpretazioni già date. Così Shakespeare entrò nello spazio delle nostre prove e delle nostre menti. Battezzai lo spettacolo in gestazione Le nuvole di Amleto. Il processo è stato lungo, come è tipico dei nostri spettacoli: partiamo da un punto e il viaggio ci conduce a qualcosa di inaspettato.

Sul testo si innesta un elemento tratto dalla vita dello stesso Shakespeare: la morte a 11 anni dell’unico figlio maschio del drammaturgo e di sua moglie Anne Hathaway.
Si chiamava Hamnet, non è un caso, e nel cui nome risuona quello di Hamlet. Nell’inglese incerto dell’epoca, “Hamnet” e “Hamlet” sono quasi la stessa cosa: due nomi speculari, due dolori che si confondono. Cinque anni dopo, un padre in lutto scrive Hamlet, Prince of Denmark. La tragedia shakespeariana diventa qui un’eco dolorosa della biografia dell’autore stesso.
È l’ultimo spettacolo dell’Odin Teatret dopo il clamoroso epilogo del rapporto con Nordisk Teaterlaboratorium…
La nuova direzione ha fatto scelte che non corrispondono più alle visioni e ai valori che hanno guidato il mio lavoro con i compagni dell’Odin per più di mezzo secolo. Confesso che mi affascina la nuova condizione di sradicamento dell’Odin Teatret. È un ritorno all’infanzia, quando a Oslo io e i quattro giovani rifiutati dalla scuola teatrale di Stato, pur senza un locale, siamo riusciti a provare e a terminare uno spettacolo che ci ha fatto conoscere in Scandinavia, e a organizzare la prima tournée all’estero. Mi attende una vecchiaia ancora molto operosa. Continueremo la nostra attività in un altro luogo, naturalmente anche con nuovi spettacoli. E dico un sentito grazie a chi come Il teatro Menotti, ci aiuta a produrli.
Per il vostro approccio inedito avete creato la definizione di “Terzo Teatro”.
Mi interessa l’aspetto umano. Il vero valore non risiede nel risultato artistico ma nell’incontro tra esseri umani, culture e storie. L’Odin è un teatro dissidente, che si ribella alla cultura di massa, che si muove sia al di fuori delle istituzioni sia delle avanguardie. Un teatro che non si accontenta di essere visto, ma aspira a essere vissuto. Per creare e vivere un’esperienza che trascende la rappresentazione. Non è solo teatro, è un invito, l’utopia, (im)possibile a ripensare il nostro modo di vivere l’arte e la società.



