Eugenio Merino, una partita di calcio davanti all’Assemblea dell’Onu. Con la testa di Netanyahu

New York, è il 7 settembre 2025. Il Palazzo di Vetro si prepara ad accogliere l’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite (aperta dal 9 al 29 settembre, ndr) con la questione del genocidio in atto a Gaza e del riconoscimento dello Stato di Palestina che premono tra i temi “caldi” che gli Stati dovranno in un modo o nell’altro affrontare. Nelle settimane precedenti, gli Stati Uniti hanno negato i visti a gran parte della delegazione palestinese, compreso Mahmoud Abbas (presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese), suscitando proteste internazionali e perfino l’ipotesi di spostare la sede delle riunioni da New York a Ginevra. Intanto, diversi Paesi occidentali – tra cui Francia, Regno Unito, Canada, Belgio, Australia e Malta – hanno annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina, proprio in concomitanza con l’Assemblea Generale.

All’esterno del Palazzo, però, mentre i preparativi per l’Assemblea si fanno via via più frenetici, va in scena un’azione dal tenore assai meno diplomatico. È la riproposizione, in tutto e per tutto, di una vera partita di calcio: a giocarla, alcuni attivisti palestinesi e israeliani. Al centro del campo improvvisato, però, al posto del pallone, troneggia un oggetto ben più eloquente: la testa, riprodotta nei minimi dettagli e naturalmente spiccata dal collo, nientemeno che di Benjamin Netanyahu, il principale responsabile, assieme al suo governo di falchi e di fanatici ultraortodossi, del genocidio in atto contro la popolazione palestinese.

Non una messinscena macabra di un gruppo di esaltati, incattiviti dalle immagini che arrivano dalla Striscia di Gaza – piazze, vie e palazzi ridotti a un immenso cumulo di macerie, una popolazione stremata dalla fame e dalla disperazione – ma una vera performance artistica: si tratta dell’ultima tappa di Freedom Kick, il progetto ideato dall’artista spagnolo Eugenio Merino insieme al collettivo statunitense INDECLINE, che nel corso degli anni ha preso di mira i protagonisti più vistosi della deriva autoritaria mondiale: da Donald Trump a Jair Bolsonaro, da Vladimir Putin a Viktor Orbán, fino ai fantasmi novecenteschi come quello di Francisco Franco, la cui eco resta tragicamente viva nella Spagna di oggi, nelle sue frange più becere e reazionarie.

Dal 2020, infatti, Merino e INDECLINE portano infatti in giro per il mondo lo stesso rituale: trasformare in palloni da calcio le effigi iperrealiste dei volti della nuova “democratura” contemporanea, fatta di autoritarismo, spregiudicatezza, affarismo, repressione delle opposizioni, controllo dei media e sistematica erosione dei diritti e delle regole delle istituzioni democratiche. “Freedom Kick rappresenta la lotta popolare antifascista, la lotta di classe, la lotta anticapitalista e anticoloniale contro il potere egemonico”, aveva spiegato Merino al nostro giornale lo scorso gennaio, alla vigilia dell’insediamento della seconda residenza Trump.

Il format è sempre quello: una partita improvvisata in spazi pubblici ad alta densità simbolica. A Tijuana, davanti al muro tra Messico e Stati Uniti, a essere al centro del campo fu la testa di Trump: era il 2020 e The Donald era al suo primo mandato. A San Paolo, toccò a Jair Bolsonaro, con un match affidato ad attivisti della comunità LGBTQ+, tra le più colpite dalle sue politiche discriminatorie. A Washington, davanti alla Casa Bianca, fu la volta di Vladimir Putin. In Spagna, a Moià, la performance si svolse tra le trincee repubblicane della guerra civile: qui, attivisti antifascisti giocarono a calcio con la testa iperrealista di Francisco Franco, in un luogo scelto proprio per il suo valore simbolico di resistenza contro il franchismo. “Abbiamo girato il primo video a Tijuana con i lavoratori locali, poi in Brasile con Bolsonaro e a Washington con Putin: Freedom Kick è anche un modo di ridicolizzare pubblicamente questi populisti“, raccontava ancora Merino nella stessa intervista.

Con Netanyahu, la scena si sposta nel cuore della diplomazia mondiale e nel pieno di un’aggressione, da parte dell’esercito israeliano, che ha già causato oltre 60.000 morti tra i civili palestinesi di Gaza. Dopo la partita, la “palla” è stata donata al Museo del Genocidio Palestinese. Anche la scelta del Palazzo di Vetro non è casuale: l’ONU ha codificato la nozione di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale, ma non ha finora riconosciuto formalmente quanto accade a Gaza come tale. Per Merino e INDECLINE, l’azione diventa quindi anche un atto di accusa al silenzio delle istituzioni mondiali. “Chi controlla i media controlla il discorso e il pensiero. L’arte è uno strumento di trasformazione sociale, capace di plasmare la mente collettiva”, ha detto ancora Merino, indicando l’urgenza di un ruolo attivo dell’arte nella critica politica.

Ma non è finita qua: Merino e INDECLINE, infatti, non hanno intenzione di fermarsi nella loro opera di “ridicolizzazione” di quelli che considerano le punte di diamante del nuovo autoritarismo mondiale. “Stiamo vivendo un’ascesa globale dell’estrema destra, che prova a riconquistare i privilegi del potere economico e politico”, ha dichiarato ancora l’artista. “L’arte può mettere in discussione tutto questo”. “L’idea”, ha aggiunto, “è quella di incorporare altri rappresentanti dell’estrema destra 2.0, come Giorgia Meloni, Viktor Orban, Nayib Bukele, Javier Milei o Marine Le Pen. E altri che, sfortunatamente, verranno”, avverte. I leader della nuova destra sovranista e autoritaria, al potere ormai in molti paesi, sia europei che extra-europei, sono insomma avvertiti: la loro testa (ma solo in forma simbolica, sia ben inteso) potrebbe domani finire al centro di un bel campo di calcio improvvisato, per una partita giocata… a regola d’arte. La partita è appena cominciata. Di sicuro, non mancheranno le tifoserie…

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