Fabrizio Corona e la spettacolarizzazione dell’io: Netflix davanti al limite della responsabilità editoriale

Cosa significa ideare e realizzare un prodotto su un personaggio che per anni si è auto-rappresentato come un superuomo: bello, arrogante, sfrontato, senza limiti, ossessionato dal denaro, dal potere, dalla bellezza e dal successo? E cosa implica tentare di inquadrare una figura simile, pretendendo al tempo stesso un racconto onesto? Nel linguaggio e nel mondo di Fabrizio Corona, infatti, l’onestà è forse un confine da maneggiare con cautela. Soprattutto perché concedergli un microfono non è mai qualcosa di neutro: è, ancora una volta, l’occasione per mettere in scena la fiction della propria vita.

Guardando la serie Netflix Fabrizio Corona – Io sono notizia, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un racconto incompleto, frammentato, in cui la prospettiva è quasi esclusivamente la sua. Mancano le interferenze, mancano i contrappunti: è una narrazione ipertrofica, autoreferenziale, che continua a costruire il mito di un uomo che ha fatto di sé il proprio prodotto.

La serie è costruita per permetterci di osservare la parabola della sua vita fino a oggi, attraverso poche ma significative voci esterne che contribuiscono a ricomporne la storia. Si parte dall’infanzia, quando era il figlio di uno dei grandi giornalisti italiani, Vittorio Corona, protagonista della storia del giornalismo con Studio Aperto e successivamente con La Voce, la testata fondata da Indro Montanelli e chiusa appena un anno dopo la sua nascita. Il racconto prosegue con il ritratto di un uomo scaltro, intelligente, ambizioso e curioso, soprattutto nel suo rapporto di vicinanza con Lele Mora, per arrivare poi alla carriera da imprenditore con la fondazione della sua agenzia fotografica e al definitivo ingresso nell’immaginario collettivo come il Re dei Paparazzi, nonostante abbia più volte dichiarato di non aver mai scattato una fotografia.

Nelle cinque puntate di Fabrizio Corona – Io sono notizia viene ripetutamente messo in evidenza il suo desiderio di autorappresentarsi come un vincente (“Io ho carisma, intelligenza, capacità di seduzione, posso farti credere qualsiasi cosa, sono furbo, sono capace di far innamorare le persone, sono il diavolo, sono un vincitore”), mentre vengono ridimensionati gli anni di detenzione, i reati, i danni arrecati alle vittime e il presunto passato di tossicodipendenza. Resta quindi sullo sfondo ciò che avrebbe meritato un’analisi più approfondita: una lettura equidistante dei processi e delle indagini, il periodo di latitanza, così come l’apertura di un canale YouTube nocivo e tossico, in cui vengono diffusi materiali intimi e privati. Forse è proprio questo il nodo centrale della questione.

Come ha scritto Selvaggia Lucarelli nella sua newsletter Vale tutto: “Se si considera che altre operazioni come “Yara” o il documentario su Wanna Marchi e Stefania Nobile hanno avuto un grosso successo a livello mondiale (sono stati primi in diversi paesi), il documentario sul pluripregiudicato più famoso d’Italia è chiaramente un flop. A maggior ragione considerato l’investimento di due milioni e mezzo di euro, con 793.629 euro ottenuti sotto forma di tax credit. Ma al di là dei numeri, il problema è il contenuto a dir poco osceno. E parlo proprio di contenuto e di scelte narrative ed editoriali, al di là del personaggio”.

È proprio in questo scarto, tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane fuori campo, che la serie rivela il suo limite più evidente. La sofferenza diventa un oggetto di scena, mentre il primo piano resta saldamente occupato dal protagonista e dalla sua capacità di riscrivere ogni caduta come un atto di eroismo o di persecuzione. Questo perché la serie ha il solo scopo di mitizzarlo, non di raccontarlo.

Corona viene restituito come un uomo in guerra permanente con il sistema. Magistrati, giornalisti, persone coinvolte nelle sue vicende sono solo figure lontane, funzionali a rafforzare l’idea di un accerchiamento costante. In questo modo, la responsabilità individuale si dissolve in una narrazione più comoda: quella dell’uomo troppo grande per essere contenuto dalle leggi e dalle regole.

La serie finisce per assecondare il meccanismo che vorrebbe raccontare: quello della spettacolarizzazione continua. Corona non viene decostruito, Fabrizio Corona e la spettacolarizzazione dell’io: Netflix davanti al limite della responsabilità editoriale, viene semplicemente sovraesposto, ancora una volta. Resta allora una domanda: che responsabilità ha una piattaforma nel rimettere al centro figure che hanno costruito il proprio potere sull’abuso di visibilità? E quanto siamo disposti, come spettatori, a confondere il racconto di sé con la verità? Fabrizio Corona – Io sono notizia sembra suggerire che basti parlare, mostrarsi, occupare lo spazio per avere ragione.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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