Di Felipe Cardeña si tramanda che sia nato a Balaguer (Spagna), ma ha poca importanza se sia vero o no, dal momento che ogni cosa è ambigua e volutamente sfuggente quando si parla della sua biografia, anch’essa facente parte di una pratica situazionista di détournement concettuale che avvolge ogni aspetto del suo lavoro: stiamo parlando di un artista noto per pratiche di arte urbana, di incursioni non convenzionali in manifestazioni internazionali come la Biennale di Venezia e pratiche installative e performative, sempre sospese tra arte pop, installazione e contaminazioni di tecniche e materiali tra i più vari, che spaziano dall’installazione ambientale al collage all’uso di materiali come stoffa, ricami, collane. Artista per vocazione apolide, dall’identità misteriosa, che paradossalmente, nella nostra società dello spettacolo delle immagini, ‘incarna’ da più di vent’anni il volto sconosciuto più intrigante dell’arte contemporanea sulla scia di un gigante ormai consolidato come Banksy. Cardeña è infatti l’interprete raffinato e colto di un kitsch ricercato, non di massa, avvalorato da una iconografia sui generis dalle premesse culturali molto solide, riconosciute anche dal teorico massimo del kitsch come pratica caratterizzante la cultura pop contemporanea, Gillo Dorlfes, che lo ha voluto tra gli artisti invitati alla sua ultima mostra pubblica, Kitsch – oggi il kitsch, alla Triennale di Milano nel 2012. Stiamo parlando di un agitatore fenomenologico capace di mescolare icone pop, dalla Gioconda, a Frida Kahlo, alle emoticon, alla mitica lingua dei Rolling Stones fino a personaggi dei cartoni animati e della cultura di massa, con l’iconografia dell’arte sacra e dproveniente dalle più svariate tradizioni spirituali, il tutto in mezzo a un tripudio di stoffe multietniche, collane, gioielli ed elementi tribali e rituali prelevati dalle tradizioni di culture di tutto il mondo.

Felipe Cardeña si manifesta oggi a Castellabate (Salerno) con una mostra personale dal significativo titolo di Mirabilia, aperta fino al 31 ottobre 2026 e curata da Paolo Sciortino, concepita nell’ambito di Theatrum Mundi, il progetto espositivo più ampio promosso dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, presieduta da Santino Carta con la direzione artistica di Vittorio Sgarbi, che per l’edizione del 2026 ha invitato quattro artisti diversi per linguaggi, formazione ed esperienze a riflettere sul tema della rappresentazione, della spettacolarizzazione e della costruzione dell’immaginario contemporaneo. Da Mirabilia a Wunderkammer per Felipe Cardeña, lo sconfinamento è immediato, aperto a contaminazioni qual è, come è possibile vedere attraversando le sale dell’incantevole Castello dell’Abate, edificato dal mite e pacifista San Costabile Gentilcore che, nel 1123, è diventato patrono della città di Castellabate, delizioso borgo divenuto cult anche per la cultura di massa per avere ospitato il film Benvenuti al Sud, interpretato tra gli altri attori da Claudio Bisio (proprio in queste settimane sono in corso nella cittadina cilentana le riprese del sequel “Bentornati al sud”, ndr). Oltre al Castello, il borgo medioevale arroccato sul mare fa parte dei patrimoni dell’Umanità, una cornice meravigliosa che da anni ospita numerose manifestazioni culturali e mostre di richiamo internazionale. E, in questo meraviglioso Castrum Abatis edificato per difesa delle popolazioni locali dalle incursioni dei saraceni africani che, nel 113, avevano devastato e depredato il territorio cilentano, in Mirabilia spiccano moniti di pace amore e armonia tra i popoli, con oltre una ventina di opere, per lo più realizzate per questa eccentrica ma tutt’altro che scontata mostra immersiva, che allestisce all’interno del Castello un simbolico tempio panteista e transreligioso in cui prende forma l’universo Power Flower di Felipe Cardeña, dove l’armonia generata dalle differenze culturali è una preghiera e un’utopia per i posteri.

Mirabilia ruota intorno alle icone della società massmediale contemporanea, oggetto di culto dei social media rielaborati anche dalla AI, concepita all’insegna di una nuova e gioiosa spiritualità, attraverso un mix di stoffe dai ricami provenienti da diversi paesi, drappi coloratissimi che ricoprono le pareti dal soffitto al pavimento del Castello, creando un ambiente di meditazione, dove ciascuna opera si ibrida armonicamente con l’universo visionario e festoso di una mitologia contemporanea, popolato di santi, divinità, eroi, antieroi, animali simbolici e icone della cultura pop, per intrecciare nuove narrazioni e immaginazioni del nostro pazzo e complesso mondo. Cardeña, tra il caos generato da guerre sempre più ingiustificabili, catastrofi ambientali e crisi di valori nel mezzo del fallimento dell’umanità, presi come siamo dal potere della tecnologia, scomunica la società dell’angoscia e celebra la civiltà universale dell’immaginazione.

Tra i nuovi lavori esposti, spicca l’ipnotica grande opera dedicata a San Costabile Gentilcore (1070-1124): icona popolare e patrono di Castellabate, realizzata appositamente per questa mostra, rappresentato con un volto di un aitante giovane cilentano, che sarebbe piaciuto a Caravaggio e a Pier Paolo Pasolini, il San Costabile in Flower arricchisce l’immaginario coloratissimo e raffinato definito Power Flower di un artista capace di mixare senza copiare elementi del sacro e profano, con profonda levità e consapevole ironia, inserendo questa figura, a tutt’oggi così carismatica e popolare, nella iconografia caleidoscopica e sovrabbondante propria dell’artista, riconoscibile per il mix di elementi della cultura pop persi in un ipnotico caravanserraglio di fiori dai colori vivaci, tra colte citazioni della storia dell’arte antica, moderna e contemporanea, spaziando dalle maschere africane alle statue greche fino ai supereroi dei fumetti all’insegna di una estetica gioiosa e alla ricerca di una spiritualità rigenerante, in cui i fiori diventano simboli panteistici di una geografia creativa che è la quintessenza di questo particolarissimo universo poetico ed eccentrico, apparentemente effimero, efficace nel sondare senza risolverli i misteri della fenomenologia sociale dell’era digitale. Felipe Cardeña non è l’ennesima trovata di provocazione massmediale destinata all’oblio nella vacuità della produzione contemporanea, ma si conferma, al contrario, come colto indagatore – a suo modo anche attivista – di fenomeni della cultura di massa attraverso l’arte, sempre schierato contro sterili intellettualismi concettuali che nella figura, forma, colore, composizione e assemblaggio di diversi pattern trova sequenze ripetibili di un linguaggio universale dal significato variabile a seconda dell’ambito in cui viene utilizzato.

A tal proposito ricordiamo che già nel 2016, invitato alla Biennale di Venezia, Cardeña presentò una delle sue prime opere di Fiber Art con una grande tenda Hippy, denominata The Temple of the Spirit, realizzata con stoffe meticciate, ricami, perle, gioielli e manufatti provenienti da svariante culture e nazioni (arabe, indiane, africane, berbere , mongoliche, ma anche occidentali ed europee), e proprio in questo mix di stoffe – come ready made o reliquie di una fratellanza umana perduta – l’allestimento ambientale che l’artista presenta oggi Mirabilia diviene esso stesso parte integrante dell’opera in situ, come direbbe Daniel Buren, e non una semplie componente decorativa-scenografica della mostra, all’interno della quale fanno capolino slogan come Freedom, Peace, Flower Revolution, Love, cuciti su opere in forma di striscioni che attraversano l’intera mostra, a testimonianza di una pratica di arte urbana già messa in atto da diversi anni in diverse città, ricorrente nella pratica di Felipe Cardeña che raccoglie, ricuce, incolla, assembla e ridistribuisce i miti, le storie, le cronache e gli avvenimenti all’attualità con approccio gioioso, spensierato ma anche caratterizzato da una sorta di nuova e positiva estetica sociale. Le sue parole e i suoi slogan, ispirati al celebre motto Peace & Love coniato dai movimenti pacifisti degli anni Sessanta e oggi troppo spesso banalizzato dalla sua incessante riproduzione come semplice icona grafica, ci invitano a riflettere sulla necessità di restituire senso a quelle parole, riconoscendo nella pace la manifestazione più compiuta dell’amore e nella bellezza una pratica indispensabile per costruire un futuro migliore.


