È cominciato ieri sera il 76° Festival della Canzone Italiana, con Carlo Conti alla conduzione affiancato da Laura Pausini e Can Yaman, e la scenografia ha fatto parlare di sé, quasi quanto i cantanti. Merito di Riccardo Bocchini, l’architetto-scenografo che torna all’Ariston per la quinta volta, con un progetto che ha una parola d’ordine: asimmetria.
I numeri impressionano: un palco di 120 metri quadri (15.50 metri per 9.50 di profondità), scala motorizzata di 13 scalini più uno iniziale, 2.800 metri di strip luminosi (200.000 pixel), ledwall di 250 metri quadri.
Archiviato il palco specchiato e ordinato degli anni scorsi, Bocchini ha puntato tutto su linee imprevedibili: la scena si insinua verso la platea, si alza da un lato verso la galleria e dall’altro si distribuisce sui tre piani dell’orchestra, in un gioco di volumi sbilanciati che in teoria — e visivamente anche — annulla la distanza tra chi canta e chi ascolta. L’asimmetria, spiega lo stesso scenografo, non è una scelta puramente estetica ma “profondamente simbolica”: riflette la natura della musica contemporanea, imprevedibile e fluida. Guarda, in una sorta di connessione spontanea, all’estetica rilanciata ogni giorno in miliardi di contenuti sulle piattaforme social.
In una recente intervista a “Unomattina”, Bocchini ha sottolineato la progressiva e inarrestabile evoluzione degli elementi scenografici, sempre più integrati con le nuove tecnologie. “Negli ultimi anni – ha spiegato – gli apparati visivi sono cambiati radicalmente. I LED hanno preso il posto del trompe-l’œil, e oggi la vera sfida è creare una sinergia tra regia, fotografia, grafica e progetto scenico”.

Quello svelato nella serata di apertura di ieri è un sistema complesso, dove il palco è anche uno schermo, e lo schermo è anche architettura. Al centro del fronte scena troneggia un sipario tecnologico scorrevole e motorizzato — un ledwall a scorrimento orizzontale — che cambia conformazione canzone per canzone, modificando ogni volta la “faccia” del palco. Con il direttore della fotografia Mario Catapano, la scena può trasformarsi da completamente nera a completamente bianca attraverso accensioni, spegnimenti e giochi tra materiali sceno-luminosi e grafica. Con la regia di Maurizio Pagnussat, telecamere inserite nella struttura stessa si muovono alla ricerca di angoli inediti per vivere il palco a 360 gradi. Non più solo scenografia, ma vera e propria macchina percettiva.
Ma come per ogni Sanremo che si rispetti, il fulcro scenografico non può che essere la scala: i celeberrimi tredici gradini, più uno per accedere direttamente al palco (che, curiosità tecnica non da poco, è inclinato secondo la vecchia generazione di strutture teatrali). “La scala – ha sottolineato Bocchini – fa il suo ingresso come se fosse un attore”. Quest’anno, Bocchini ha pensato anche a uno “scherzetto” artistico: una scala in vetro che conduce in platea, quasi a dire che anche il pubblico fa parte della grande rappresentazione canora. In un’epoca in cui l’AI permette di simulare qualsiasi spazio visivo, il progetto scenografico sembra rivendicare il proprio ruolo: dimostrare che l’architettura effimera del palco di un vecchio e mitico teatro è ancora capace di emozionare attraverso creazioni che dialogano con il digitale, ma restano profondamente fisiche puntando su sorpresa e teatralità.
Romano, classe 1958, Riccardo Bocchini è architetto e scenografo televisivo con una carriera che attraversa oltre trent’anni di televisione italiana. I suoi primi lavori risalgono alla fine degli anni Ottanta; negli anni Novanta firma la scenografia di “Non è la RAI” di Gianni Boncompagni , e da lì il suo curriculum diventa una sorta di “best of” della TV generalista: “Affari Tuoi”, “Tale e Quale Show”, “L’Eredità”, “I Migliori Anni”, i David di Donatello, il Telethon. Fuori dalla televisione, Bocchini è anche art director di grandi eventi urbani — tra cui video mapping sulla facciata del Colosseo e di Castel Sant’Angelo — e docente in istituzioni come il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.


