Se scorriamo i lessici e l’alfabeto elaborati negli ultimi anni da Lo Stato dei Luoghi, rete di organizzazioni che lavorano per l’attivazione e la rigenerazione, incontriamo il lemma Festival, di cui possiamo leggere la seguente definizione: “Usare la parola “Festival” equivale a coniugare il verbo “Punteggiare”. Significa innanzi tutto guardare una mappa, un paesaggio, un luogo, grande o piccolo che sia, e trovare al suo interno quegli atomi di sostanza che potremo chiamare Punti. Ogni Punto è un piccolo mondo. […] In un Festival, i diversi Punti dialogano tra loro, come in una ragnatela: un percorso pieno di svincoli e fili intrecciati, alcuni invisibili, altri più evidenti. Il ragno che dà origine alla tela sa che non riuscirà a unire tutti i punti da solo, ma avrà bisogno di altre creature che lo sostengano nella sua ricerca. È per questo che nell’italiano la parola “Festival” è invariabile al singolare e al plurale, perché comunque si manifesti […] è l’espressione di una moltitudine, un lavoro comunitario, un motore di libera aggregazione”.
E forse nessuna stagione più dell’estate vede questi festival moltiplicarsi e la creazione di reti e l’attivazione di comunità infittirsi, spesso proprio con l’arte e la cultura contemporanea che fungono da innesco per creare connessioni tra le persone e i luoghi. Così, il periodo vacanziero potrebbe rivelarsi ideale per provare a fare il punto sul ruolo dei festival locali quali palcoscenici di primaria importanza per l’arte contemporanea, in una fase storica in cui i territori marginali e le aree interne vivono un momento di rinnovato interesse dal punto di vista progettuale. Con il rischio che tale interesse degeneri in una retorica della cultura come rebranding e in un’idealizzata visione dei borghi quali ultimo baluardo di una vita lenta a cui ci affacciamo dalla frenesia delle nostre città e che ciò comporti un assorbimento in logiche dell’intrattenimento e dell’“eventificio” di tali narrazioni e del loro valore prodotto (in termini sociali, più che economici). Ma i casi virtuosi non mancano di certo.
Nelle aree interne e periferiche rispetto ai centri culturali principali, la cultura, identificata quale mezzo di condivisione di valori, porta all’elaborazione di programmi volti ad avere ricadute positive sul tessuto sociale locale, spesso facendo leva anche (o proprio) sulle reti di relazioni che caratterizzano un’area, e in seconda battuta ad attrarre un turismo circoscritto e consapevole. È attraverso la forza collettiva delle iniziative territoriali che questi “Punti” – per riprendere la definizione iniziale – possono distinguersi e rivendicare una loro centralità. Sempre di più, così, prendono forma progettualità che integrano le trasformazioni artistiche e culturali con quelle sociali e che risultano contraddistinte da un forte radicamento territoriale, dall’uso trasversale di metodologie e saperi, dalla rivendicazione di un ruolo politico nell’agire, dalla prossimità alle comunità, da progetti di co-progettazione dal basso. Emergono sperimentazioni in grado di innescare processi creativi e relazioni, che non si limitano a rigenerare, ma producono una diversa consapevolezza dello stare in un luogo.
L’integrazione sempre più profonda dell’arte nei processi di rivitalizzazione del territorio comporta uno scambio reciproco tra dimensione locale e arte contemporanea, con quest’ultima che, se realizzata a stretto contatto con le comunità e in ascolto delle loro istanze, è in grado di riflettere i cambiamenti in atto e diventare una cartina tornasole di ciò che si trasforma e di ciò che rimane – talvolta volutamente – inalterato. Piccoli festival locali o diffusi sul territorio diventano dunque occasioni di elaborare narrazioni nuove, circoscritte, alternative rispetto a quelle delle grandi Biennali e istituzioni; rappresentano opportunità per ripensare le – pressoché ineludibili – logiche di mercato e per realizzare nuove produzioni di artisti affermati e dare spazio a voci emergenti. E guardando al mosaico di biennali locali, festival e manifestazioni (di cui di seguito si presentano tre casi) si può cogliere uno scenario variegato, ma accomunato al suo interno dal tentativo di dare concretezza alle tematiche della cura, dell’ascolto e della sostenibilità.

Tre casi, dal nazionale al locale
In un contesto di rinnovato interesse per il legame tra arte contemporanea e territorio (le cui origini si possono cercare e trovare già nella metà del secolo scorso), iniziative come Una Boccata d’Arte, organizzata da Fondazione Elpis e Galleria Continua, hanno giocato un ruolo assai rilevante. Il progetto, avviato nel 2020 (quest’anno arrivato alla sesta edizione, in corso fino al 28 settembre), è un esempio di come l’arte possa essere utilizzata per vivificare gli spazi pubblici e il patrimonio culturale, è un invito al viaggio e alla scoperta attraverso la condivisione di pratiche e linguaggi artistici diversi, con una particolare attenzione alle ultime generazioni. Ogni anno, venti artisti – alcuni emergenti, altri affermati – sono invitati a intervenire in un borgo di una regione italiana per realizzare installazioni temporanee in situ, dopo aver svolto un periodo di residenza e immersione nel territorio. L’iniziativa mira a porre in relazione in modo inedito arte, comunità, paesaggio, usanze e patrimonio culturale, favorendo connessioni profonde tra gli artisti, i territori ospitanti e gli abitanti, grazie a una preziosa rete di curatori regionali.
Differente il caso di Panorama, il progetto culturale e artistico che ITALICS, il consorzio che riunisce 69 gallerie italiane d’arte antica, moderna e contemporanea, dedica annualmente al racconto di una località italiana, “inesplorata” e inconsueta dal punto di vista espositivo. Quest’anno sarà la volta di Pozzuoli (10-14 settembre), dove si intende creare un palinsesto collaborativo e un ecosistema aperto, in trasformazione, che connette esperienze estetiche, pratiche partecipative e conoscenza condivisa, con nuove produzioni site specific e dialoghi tra opere antiche e visioni contemporanee.

Stringendo il cerchio dal nazionale all’iper-locale, si arriva al Microfestival di Sedimenta, tenutosi quest’anno tra il 17 e il 19 luglio, a Porto Viro, nell’area del Delta del Po Veneto: “Micro è il festival che ha origine nell’ecosistema stratificato attorno al Po, con cui Sedimenta esplora l’invisibile e il marginale”. Sedimenta, iniziativa promossa dalla Cooperativa Spazi Padovani con il sostegno della Fondazione CDP, intende promuovere e sostenere linguaggi artistici contemporanei per la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico del territorio e per il coinvolgimento delle comunità. Il festival, che ha visto coinvolte le realtà locali, è coinciso con il momento di restituzione delle opere realizzate durante le residenze d’artista, esito di una immersione totale e rispettosa nella complessità geografica, storica e sociale del Delta del Po.




