Finarte, la storica casa d’aste italiana, apre un nuovo polo dedicato al collezionismo nell’iconico hotel Villa Igiea di Palermo, e lo fa esponendo un importante dipinto di Renato Guttuso, La “Zattera” dopo Géricault.
La nuova partnership con il prestigioso gruppo Rocco Forte Hotels testimonia la “vitalità culturale” che negli ultimi anni sta rendendo il capoluogo siciliano “capace di attrarre grandi protagonisti internazionali”, come afferma Alessandro Guerrini, amministratore delegato del Gruppo Finarte. Pensiamo ad esempio a Manifesta 12, o alla trasformazione di Palazzo Butera attuata dai Valsecchi, che ne hanno fatto un centro di ricerca, la sede della propria collezione e persino la propria abitazione, o ancora alla recente notizia dell’apertura dell’unica sede italiana di Hauser & Wirth nell’eclettico palazzo Forcella De Seta. Adesso anche Finarte sbarca a Palermo, e lo fa nell’iconico palazzo in stile Liberty affacciato sul mare che conserva intatto il fascino dei primi anni del Novecento, quando Ignazio e Franca Florio ospitavano in quelle sale l’élite europea della Belle Époque.

Il dipinto di Renato Guttuso proviene da una collezione privata di Modena e non è mai andato all’incanto prima d’ora. L’opera sarà il lotto di punta dell’asta di Arte Moderna e Contemporanea che si terrà il 9 giugno a Milano, con una stima di € 100.000-140.000. Un fitto calendario di appuntamenti, articolato tra Valuation Days e Art Talks, seguirà questa prima esposizione, mentre lo sviluppo delle attività sul territorio sarà seguito da Maria Letizia Cassata, referente Finarte per Palermo e la Sicilia.
Datata 1962, la “Zattera” è un’opera centrale nella riflessione di Guttuso sulla pittura a lui contemporanea. Erano gli anni del boom economico e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa stava mettendo a dura prova la funzione comunicativa dell’arte. Guttuso era cosciente di quanto l’uomo fosse già bombardato da immagini, nonostante ciò sentiva che non si sarebbe esaurita quella che egli chiamava la “magia della pittura”. Andavano ricercate le ragioni profonde di questa forma d’arte millenaria, da qui la volontà di ripartire dai grandi maestri moderni (Géricault, Courbet, Degas, Van Gogh, Picasso) e dalla loro lezione, non solo pittorica.

La grande tela del pittore bagherese (200 per 210 centimetri) viene esposta a Roma nel 1963, presso la galleria Il Fante di Spade, nella mostra “Sette pittori d’oggi e la tradizione”. È un momento cruciale per il dibattito artistico italiano, la pittura figurativa deve fare i conti con il predominio dell’informale. Un folto gruppo di critici e di artisti, di cui fa parte anche Guttuso, propone un ritorno alla figura mantenendo tuttavia un legame critico con la tradizione, che sottolinei la continuità tra la grande tradizione figurativa e l’impegno civile.

Le grandi dimensioni sono un formato inusuale per considerare La “Zattera” un semplice studio: essa infatti si inserisce a pieno titolo nel dibattito politico, artistico e culturale del tempo, come era stato del resto anche per quella di Théodore Géricault, oggi conservata al Museo del Louvre, attraverso cui la realtà e il fatto di cronaca irrompevano per la prima volta nell’arte al Salon del 1819.
Nell’opera di Renato Guttuso i cadaveri ammucchiati in primo piano diventano simbolo di lotta e di rivolta, mentre la drammaticità dei rossi e dei bruni e il segno grafico spezzato condensano la crudezza espressionista con cui l’artista ci trasporta dentro il dramma.
La citazione storica dell’opera di Théodore Géricault va vista come una linea che idealmente prosegue fino agli anni Sessanta, attraversando il Novecento e, soprattutto, attraversando Guernica. Va collocata in un continuum diacronico attraverso cui il grande pittore bagherese si dimostra capace di raccontare con la stessa sdegnata esuberanza espressiva un corpo femminile, una crocifissione, una marina, una fucilazione, un paesaggio di fichidindia, una rivolta contadina, un piatto di spaghetti, una spiaggia brulicante di corpi distesi al sole.



