Fireflies: l’autenticità delle lucciole di Alessandro Michele per Valentino SS26

“Fireflies” è il titolo dell’ultima sfilata di Valentino firmata da Alessandro Michele per la collezione primavera-estate 2026. Potevamo già comprendere dall’invito che saremmo stati travolti da un forte impatto emotivo, quando, insieme a dei gadget luminosi, i destinatari hanno letto un verso della lettera di Pier Paolo Pasolini: «Il 1° febbraio 1941, in un’epoca buia, quando la furia della guerra travolge la terra… la notte di cui ti ho parlato, vedemmo un’immensa quantità di lucciole». L’autore, ancora studente alla Facoltà di Lettere di Bologna, scrisse delle missive a un amico d’infanzia, rievocando il suo profondo legame con il territorio e il senso di sconforto per il periodo storico. «Facevano piccoli boschi di fuoco dentro piccoli boschi di cespugli, e le invidiavamo perché si amavano», aggiunse.

Lo scenario del défilé ricorda gli scatti artistici di Daniel Kordan e il suo lavoro durante la stagione degli amori delle lucciole, raccogliendo frame di barlumi fugaci. Il drammaturgo della moda adopera appieno il messaggio di resilienza nelle notti più oscure, immergendo gli spettatori in uno spazio ampio e tetro, retroilluminato dall’alto solo da led discontinui, proprio come se i corpi venissero accesi da una bioluminescenza. I suoni di un bosco notturno e la voce incisiva di Pamela Anderson, che recita i versi dello scrittore, fanno da cornice a uno spettacolo che non parla solo di moda, ma di scelte politiche e sociali.

La sua cifra stilistica muta senza stravolgersi, ripulendosi di orpelli e leziosità tipiche di un armadio Gucci del 2018, mostrando forme fascinose ed edonistiche attraverso il sapiente utilizzo di tagli e trasparenze, ricami, foliage e manipolazioni. Uno studio maturo dell’archivio Valentino, reso contemporaneo e seducente: accosta velluti a impalpabili leggerezze, gioielli audaci e spille a forma di lucciola che si appoggiano su spalle rigide e sartoriali. La luce compare anche attraverso una moltitudine di palette cromatiche, look color blocking e stampe su organze. Riecheggiano le paillettes sotto le luci stroboscopiche, le sete liquide delle camicie volumetriche fanno intravedere i bagliori degli incarnati e drappi leggeri che accompagnano le forme. Si intravedono tagli avvitati su giacche da uomo e pieghe studiate per essere permanenti: dettagli che sono frutto della comprensione di un presente austero ma fluido allo stesso tempo. La sfilata si conclude in modo catartico, con i corpi fermi al centro dello spazio e con lo sguardo rivolto verso l’alto.

Alessandro Michele non ha mai avuto paura di schierarsi attraverso la poetica, cercando di trovare la luce anche negli anfratti più difficili e bui dei nostri giorni, mostrando un impegno continuo e mai banale. «Occorre dunque disarmare gli occhi e riaccendere lo sguardo. Solo in questo modo potremmo capire come il buio del nostro presente sia in realtà intramato da sottili sciami di lucciole: indizi che annunciano altri mondi a venire, tracce di una bellezza che resiste all’omologazione, epifanie sensibili capaci di riconnetterci all’umano», afferma dopo la sfilata. Crede che la moda possa essere un’alleata preziosa, capace di illuminare ciò che si nasconde, portando in superficie ciò che è un timido futuro.

Il suo messaggio di resistenza sprigiona scintille d’incanto cariche di grazia, attraverso un linguaggio che parla chiaro a chi fruisce del sistema moda e non solo, anche attraverso la memoria. Pasolini, negli anni ’70, teorizzò la scomparsa delle lucciole e la rimonta del fascismo: un’intuizione che fa riflettere sui drammi di oggi e sulle guerre che le popolazioni vivono. Abbracciare la teoria di G. Didi-Huberman, per cui «ci vogliono quasi cinquemila lucciole per produrre una luce pari a quella di una sola candela», è il riassunto dello studio sociale di Alessandro Michele. Oggi le lucciole esistono ancora: si interrogano sul loro ruolo, scendono in piazza, creano disordine pubblico, disturbano e pretendono di essere ascoltate.

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Miryam Marra
Miryam Marra
Sono nata in provincia di Napoli nel 1998 e dopo gli studi liceali mi sono laureata in Fashion Design all’ Accademia di Belle Arti di Napoli. Da sempre appassionata del fashion system e del mondo dell’ Haute Couture, ho avuto un’esperienza lavorativa a Parigi in un laboratorio di ricamo couture per la Paris Fashion week 25, assimilando i codici estetici del lusso e della loro contemporaneità. Studiosa della storia dell’ Arte, della storia della Moda e del Costume ho partecipato ad il progetto Questi miei Fantasmi di riqualificazione urbana in alcune aree storiche con il comune di Napoli e il designer Antonio Marras, documentati sulla rivista Vogue Italia.

1 commento

  1. Molto interessante. Mi è piaciuto il tema. Effettivamente la moda è espressione della nostra società e, pertanto, non può essere scollegata da essa.
    Davvero ben fatto

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