Formare la forma, riscrivere il ruolo della donna: perché Rachele Bianchi conta ancora oggi

“Sensibilità è partecipare al dolore degli altri”. Basterebbe solo questa frase per spiegare la poetica di Rachele Bianchi, artista multidisciplinare le cui opere, dalla forte carica emotiva ed empatica, parlano e hanno parlato a diverse generazioni.

Nata a Milano nel 1925, ha attraversato con originalità e innovazione il secondo Novecento e i primi anni Duemila, venendo a mancare nel 2018. La sua arte si sviluppa nel dopoguerra, in un contesto dominato dal maschile, diventando emblema del cambiamento del ruolo della donna. La vita dell’artista ha infatti fatto parte di un’epoca transitoria, in cui si fanno timidamente largo i primi passi avanti verso il progresso e la parità di genere, ne è un esempio la legalizzazione del divorzio nel 1970.

In occasione del centenario della nascita dell’artista, Palazzo Pirelli, Sede del Consiglio regionale della Lombardia, sotto la curatela di Erika Lacava e dell’Archivio Rachele Bianchi, dedica una mostra a una delle figure di spicco del panorama non solo milanese ma anche nazionale. Dal 14 gennaio al 6 febbraio 2026, il primo piano del palazzo ospiterà Figura Forma. 100 anni di Rachele Bianchi. Si tratta di una grande retrospettiva dedicata all’artista, con l’esposizione di circa un centinaio di opere, dai bassorilievi in bronzo alle sculture in ceramica, dai disegni a grafite su carta fino alle opere in tempera su tela, passando per i suoi meno noti vasi in ceramica, fino ad una ricca sezione d’archivio.

Dal corpus di oltre 1.600 opere lasciato dall’artista, in Figura Forma è esposta una grande varietà della sua produzione, permettendo agli spettatori di comprendere la moltitudine della cifra stilistica di Rachele Bianchi. Attraverso un percorso non cronologico ma tematico, la curatela sceglie di mettere in luce proprio quest’aspetto di eterogeneità, mostrando come tematiche diverse ricorrano in tutti i settant’anni di lavoro dell’artista. 

Rachele Bianchi non è solo stata una grande artista ma anche un esempio per tutte le donne, dimostrando come la voce patriarcale maschile non è la sola a esistere e rivendicando il diritto delle donne ad avere successo. Rachele Bianchi è stata infatti una delle prime artiste ad ottenere dei riconoscimenti pubblici a Milano e in Regione Lombardia. Per la prima volta una scultura realizzata da una donna e rappresentante una donna diventa monumento pubblico della città di Milano. Si tratta dell’opera di Bianchi intitolata Personaggio e realizzata dall’artista nel 2014.

È il 27 settembre del 2019 quando la scultura in bronzo viene allestita in modo permanente in Via Vittor Pisani, in occasione della seconda edizione della Milano Green Week. Una figura femminile avvolta da una tunica, elemento caratteristico della produzione di Rachele Bianchi, diventa simbolo di inclusione e uguaglianza, in un’occasione importante per la città di Milano. È una data che passerà alla storia come un altro piccolo passo verso l’auspicata parità di genere, nonostante risulti sconvolgente quanto tardi sia successo. Il destino della scultura Personaggio non è il solo, altre tredici opere, infatti, tutte raffiguranti la figura femminile, sono presenti in Lombardia in altrettanti spazi pubblici.

Il titolo della mostra deriva direttamente dal latino figura, che a sua volta ha la stessa radice del verbo latino fingere, il cui significato è modellare, plasmare, formare. Il titolo quindi significa letteralmente “formare la forma”. Non poteva essere scelta l’espressione più adatta per indicare il lavoro di Rachele Bianchi, le cui creazioni attraverso la forma hanno contribuito alla rappresentazione della donna nel secondo Novecento fino alle soglie del nuovo millennio, rivendicando oggi il suo posto nella storia dell’arte contemporanea.

Figura Forma si apre con quattro opere emblematiche che sintetizzano la complessità del suo universo creativo, accostate alle fotografie in bianco e nero di Daniela Ferrante, la quale ritrae diverse sculture dell’artista negli spazi pubblici lombardi. La fotografa cattura con estrema sensibilità e delicatezza delle sculture che emanano la stessa energia. Sebbene i materiali usati da Rachele Bianchi siano spesso pesanti e duri, associati ad austerità e solennità, la sua manipolazione della materia restituisce invece un’immagine morbida, attraverso linee sinuose e spesso tondeggianti, come se la mano dell’artista rendesse leggero il marmo.

“Erano momenti difficili – racconta Rachele – Era arduo essere donna artista. […] Mi interessa la figura femminile. La donna ha tutto il mondo sulle spalle, sia per l’educazione dei figli che per il resto. […] Per l’opera Ricerca ho un amore particolare.” L’opera a cui l’artista fa riferimento è presentata in mostra nella sezione Madre Forma, dove oltre alla figura della donna viene affrontato il tema della maternità. Si tratta di una scultura in bronzo di piccole dimensioni, realizzata dall’artista nel 1968.

Non è un tuttotondo ma un’opera a muro, in cui vediamo rappresentato un feto avvolto da cerchi concentrici che partono dalla sua stessa figura, a simulare il ventre materno. È evidente il senso di protezione che solo una madre può avere verso quella piccola creatura indifesa. Non è un caso, infatti, che nel 1960 nasca la sua prima figlia Augusta, seguita sei anni dopo dal figlio Giuseppe. La vita matrimoniale e i figli non ostacolano la sua produzione che prosegue ininterrotta, ma sicuramente il suo nuovo ruolo di madre diventa influente nella sua arte.

Ad accompagnare Ricerca nel percorso espositivo è un’altra piccola opera in bronzo senza titolo, del 1960. Una minuta figura femminile è accovacciata, seduta a gambe incrociate con la testa leggermente piegata in avanti. Interessante è la posizione delle braccia e delle mani, messe come se la donna stesse tenendo a sé un neonato che però non c’è. Anche lo sguardo di lei, percepito come pensieroso, è rivolto verso quella figura assente. Forte è la carica emotiva di questa piccola scultura a tuttotondo, nonostante non sia ricca di dettagli espressivi ma al contrario regni sovrana la semplicità.

Di grande interesse è la sezione d’archivio della mostra, in cui pagelle, lettere, schizzi preparatori, fotografie e appunti ripercorrono la vita dell’artista in ordine cronologico. Da fogli sparsi del 1970, con spunti per l’opera Le nozze di cana, a una sezione di documenti che mostrano la maturazione artistica di Rachele Bianchi dopo l’incontro con Ada Zunino e la sua galleria, attraverso articoli di giornale della prima metà degli anni Novanta. L’ultima sezione archivistica è infine dedicata al riconoscimento pubblico di Rachele, sia nazionale che internazionale, dai primi anni 2000 fino al termine della sua carriera. Qui compaiono dépliant di invito alle sue mostre, riviste coi suoi lavori in copertina, testi critici autografati, lettere di riconoscimento e documenti di premi vinti.

L’esposizione è la dimostrazione che l’archivio non ha solo un ruolo contenitivo ma è una realtà viva e pulsante, come ha brillantemente spiegato Giorgio Uberti, curatore dell’Archivio Rachele Bianchi. Nato nel 2019 come associazione culturale senza fini di lucro, l’Archivio conserva, studia e valorizza l’opera dell’artista, custodendo il suo intero corpus di opere. Ma non si tratta solo di conservazione e ricerca, lo spazio porta avanti da anni progetti esterni e interni, collaborando con artisti contemporanei anche emergenti, rendendo lo spazio vivo e liberamente accessibile.

Newsletter

spot_img

Follow us

Scelti per te

Le Olimpiadi viste dall’alto: al MEET di Milano l’AI racconta i valori dei giochi invernali

Alla vigilia delle Olimpiadi Milano Cortina, la cultura scende in campo grazie ai progetti sostenuti e finanziati dal bando Olimpiadi della Cultura, di cui fanno parte i programmi Giochi della Cultura e Cultural Olympiad, promossi dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Milano Cortina.

La memoria come forma. Rachele Bianchi tra archivio e rilettura critica

In occasione del Centenario di Rachele Bianchi, l’Archivio che porta avanti la sua eredità diventa spazio vivo di ricerca e trasmissione. In questa doppia intervista, Elena Sacchi racconta il ruolo degli archivi d’artista e delle reti aperte, mentre Erika Lacava ci guida attraverso la mostra Figura Forma
Alice Taraboi
Alice Taraboi
Laureata in Discipline della Valorizzazione dei Beni Culturali all’Accademia di Belle Arti di Brera, il suo interesse si concentra prevalentemente verso l’arte contemporanea. Per questo motivo, da un anno a questa parte, sta lavorando presso la struttura museale del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, grazie al Servizio Civile Universale. Ricoprendo diversi incarichi tra cui lo svolgimento dei laboratori didattici con i bambini delle scuole, l’allestimento e il disallestimento delle mostre in esposizione e la stesura di didascalie esplicative, scopre la realtà museale sotto diversi aspetti.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_imgspot_img