Fortunato Depero al Bagatti Valsecchi: la mostra che unisce Quattrocento e futurismo

In quel microcosmo sospeso che è il Museo Bagatti Valsecchi, l’arrivo di Fortunato Depero non ha nulla dell’evento mondano e tutto dell’incontro necessario. La mostra Depero Space to Space. La creazione della memoria non si limita a riportare l’artista futurista in città dopo oltre trent’anni: lo restituisce a un luogo che, per struttura e vocazione, sembra nato per accoglierlo. Qui l’arte non è mai stata neutra decorazione, ma progetto di vita, forma del pensiero, teatro dell’identità.

Camminando tra le stanze neorinascimentali della casa dei baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, si avverte subito che Depero non è un ospite qualsiasi. Le sue opere non interrompono il flusso della dimora: lo proseguono, lo spostano di qualche decennio, lo fanno vibrare di una tensione nuova. Il Quattrocento e il Novecento non si scontrano, ma si osservano come due superfici che si riflettono. Ed è proprio questo gioco di rimandi a rendere l’esperienza così potente.

Installation view ph Elena Datrino

Depero è stato uno dei protagonisti più liberi e visionari del futurismo italiano. Non solo pittore, ma progettista, scenografo, grafico, inventore di mondi. Nel suo lavoro il futurismo non è mai stato solo celebrazione della velocità e della macchina, ma costruzione di un immaginario totale: dalle tarsie in panno ai manifesti pubblicitari, dai mobili alle marionette, dai dipinti ai locali notturni. Depero ha sempre pensato l’arte come qualcosa che invade la vita quotidiana, che la modella, che la trasforma in una scena. Per questo la sua opera, anche quando nasce nel cuore del Novecento, sembra parlare al nostro presente: perché non accetta compartimenti stagni, non distingue tra alto e basso, tra pittura e design, tra spazio domestico e spazio espositivo.

La mostra al Bagatti Valsecchi lavora proprio su questa visione espansa dell’arte. Le oltre quaranta opere, provenienti dalla Casa d’Arte Futurista Depero e dal Mart di Trento e Rovereto, non sono disposte come in una galleria tradizionale. Entrano nelle stanze, prendono il posto di dipinti antichi, si affiancano agli arredi, diventano parte di una casa che già in origine era stata concepita come opera d’arte totale. I fratelli Bagatti Valsecchi, alla fine dell’Ottocento, avevano costruito la loro dimora come un sogno colto di Rinascimento milanese, ma con tutte le comodità della modernità: acqua corrente, luce elettrica, riscaldamento. Anche loro, come Depero, avevano immaginato uno spazio in cui il passato e il presente potessero convivere senza annullarsi.

Installation view ph Elena Datrino

È questo parallelismo a sostenere l’intero progetto. Lo spiega con chiarezza il direttore e curatore Antonio D’Amico quando racconta che Depero e i Bagatti Valsecchi, pur lontani nel tempo, condividono una medesima passione per lo spazio e per le arti applicate, una stessa idea dell’arte come respiro del quotidiano. Nelle sue parole, l’incontro tra le opere futuriste degli anni Quaranta e Cinquanta e gli ambienti neorinascimentali della casa genera “un’armonia tra i secoli”, una coralità che rende entrambe le esperienze uniche. Non è un’operazione di contrasto, ma di riconoscimento.

Questo dialogo trova una risonanza profonda anche nelle riflessioni della curatrice Nicoletta Boschiero, che legge la mostra come una meditazione sull’eredità del futurismo dopo la sua fine storica. Depero, negli anni della maturità, non distrugge il passato: lo guarda, lo attraversa, lo conserva. Trasforma lo spazio museale da semplice contenitore in un organismo attivo, dove architettura, luce e allestimento diventano parte integrante dell’opera. Mettere in relazione questa visione con quella dei Bagatti Valsecchi significa creare un cortocircuito fertile, in cui due modi diversi di abitare il tempo si incontrano e si interrogano.

Installation view ph Elena Datrino

A rendere tutto ancora più immersivo intervengono i paesaggi sonori ideati da Gaetano Cappa: voci, rumori, musiche futuriste che attraversano alcune sale e accompagnano il visitatore come una presenza invisibile. Il suono diventa materia architettonica, estensione dello spazio, memoria che vibra. Non si guarda soltanto: si ascolta, si attraversa, si è dentro.

E poi c’è Milano. Per Depero questa città è stata una seconda casa, un luogo di elezione. Qui ha esposto nel 1946, sostenuto dal grande collezionista Gianni Mattioli; qui è stata costruita la sua rivalutazione critica nel 1962; qui, nel 1989, una grande retrospettiva alla Villa Reale ne ha rilanciato il ruolo nella storia del Novecento. Tornare oggi al Bagatti Valsecchi significa chiudere e insieme riaprire un cerchio: riportare Depero in una casa che è già, per sua natura, una macchina del tempo.

Installation view ph Elena Datrino

La mostra si conclude con la rievocazione del ViBi Bar, il mitico locale futurista progettato da Depero nel 1937, e con una serie di serate che trasformano il museo in un luogo di incontro, musica e convivialità. È un gesto che va oltre la nostalgia: restituisce all’arte la sua dimensione sociale, la sua capacità di creare comunità, di mescolare corpi, voci, idee.

Uscendo dal Museo Bagatti Valsecchi, dopo aver attraversato queste stanze in cui Rinascimento e futurismo si guardano negli occhi, resta una sensazione rara: quella di aver abitato, anche solo per un’ora, un tempo diverso. Un tempo in cui l’arte non è mai soltanto passato o avanguardia, ma un continuo atto di immaginazione del presente.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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