Fotografare l’hip hop prima che diventasse industria: l’eredità di Ricky Powell raccontata dalla gallerista Giorgia Borneto

Ci sono figure che, pur restando dietro l’obiettivo, hanno contribuito a definire l’immaginario dell’hip hop più di molti protagonisti della scena. Per me una di queste è Ricky Powell, fotografo newyorkese scomparso da pochi anni, la cui opera è diventata un archivio essenziale della cultura urbana.

Negli anni in cui iniziò a scattare, New York era un crocevia esplosivo di musica, writing, creatività e vita di strada. Powell si muoveva in questo fermento con naturalezza: osservatore esterno ma parte integrante dell’ambiente, capace di cogliere attimi spontanei e autentici.

La sua fama si consolidò accompagnando i Beastie Boys in tour, documentando non solo la vita on the road ma l’energia libera e irriverente dell’hip hop delle origini. Parallelamente, il suo sguardo incrociò quello di artisti come Basquiat e Haring, che ritrasse in immagini divenute oggi iconiche e molto ricercate.

Ricky Powell non si limitò a fotografare una scena: la visse e la raccontò con uno stile diretto e immediato, trasformando momenti quotidiani in testimonianze storiche. I suoi scatti continuano ancora oggi a restituire l’atmosfera unica della New York street culture, in un’epoca in cui tutto sembrava possibile.

Dal 12 dicembre, presso la Galleria RARO di Genova si terrà una mostra dedicata alle sue opere dal titolo “Rappin’ with the Rickster: Ricky Powell, the Golden Era of Hip Hop – Uncut” e questo mi ha spinto ad approfondire questo percorso espositivo con la curatrice, Giorgia Borneto, che gentilissima ha risposto ad alcune delle mie domande.

Ciao Giorgia! Intanto la prima domanda che devo farti assolutamente è cosa ti ha spinto ad avvicinarti al mondo urbano ed alla cultura street? Per me è affascinante capire quali sono state le scintille che nel tempo hanno acceso la stessa passione che ho io nelle altre persone

Ciao! Mi sono avvicinata al mondo urbano ai tempi del liceo, quando ho conosciuto la danza e la cultura Hip Hop grazie ai bboys della seconda generazione anni ’90 a Genova. Lì ho capito che l’Hip Hop era molto più : era un modo di vivere, fatto di creatività, disciplina e condivisione.

È difficilissimo riassumere tutto: New York, lo skate, la danza, la musica, il writing chiamiamole sottoculture… ogni elemento ha contribuito a costruire una cultura così ricca e complessa che ancora oggi mi appassiona e guida il mio lavoro.

La vera svolta è arrivata con Phase 2. Scoprire il suo lavoro a metà degli anni 90 , il primo writer a portare così tanto da New York in Italia , mi ha aperto un universo e mi ha spinta ad approfondire writing, street art e l’intero contesto urbano.

Lavorando nella fotografia, nella progettazione e nell’interior design, ho percepito quanto l’estetica urban abbia sempre influenzato le mie scelte e il mio sguardo. È stato naturale trasformare questa connessione in qualcosa di concreto: l’anno scorso è nato RARO, un progetto nato dalla volontà di dare voce ad un movimento artistico che ha formato me e molti altri.

Oggi per me comunque  è fondamentale non chiudersi in una nicchia,è importante conoscere il background storico del writing e della street art, ma parliamo di arte contemporanea. Il mio obiettivo è creare connessioni, stimolare interesse nelle nuove generazioni e costruire percorsi con una base solida e consapevole. In un contesto dove tutto avviene troppo velocemente e superficialmente, sento la responsabilità di riportare attenzione, profondità e rispetto a un movimento dalle radici autentiche e ricchissime, ma anche a nuove generazioni di artisti.

Tutto questo quindi ci porta qui a parlare di questa mostra che ha catturato la mia attenzione, senza spoilerare troppo, cosa ci puoi raccontare a riguardo?

Questa mostra è davvero molto importante, sia per il mio percorso personale che per il progetto RARO. Finora ho lavorato con artisti contemporanei, ma da tempo volevo portare l’Hip Hop in primo piano e la fotografia …direi che non avrei potuto scegliere un debutto migliore.

Parliamo di Ricky Powell, il fotografo che ha raccontato la Golden Era dell’Hip Hop senza filtri, e di cui mi sono innamorata grazie agli scatti dei Beastie Boys, una delle mie band preferite di sempre. Ho avuto la fortuna di entrare in contatto con il direttore del suo archivio, che ora vive a Cannes, e che si è mostrato entusiasta della mia proposta. Insieme abbiamo selezionato alcuni dei suoi scatti più iconici e anche immagini inedite, che raccontano la vera essenza della cultura Hip Hop di quegli anni.

Il fatto che questa sia la prima mostra in Europa dopo la sua scomparsa è per me un vero onore. Spero che la città e le istituzioni comprendano quanto sia importante aprirsi a proposte internazionali, valorizzando non solo la qualità artistica ma anche il valore culturale e storico di un movimento che ha cambiato la storia della musica, della moda e dell’arte urbana.

Ultima domanda per te, poi ti assicuro che ti lascio terminare tutto il lavoro che stai preparando: cosa è per te questa mostra?

Sto curando ogni minimo dettaglio e, grazie anche alla collaborazione con il brand XLARGE, con cui Powell aveva storicamente lavorato, sono riuscita a portare DJ Smoke Les, amico e socio di Powell a New York, per rendere l’esperienza ancora più autentica ed emozionale.

La galleria e lo store al primo piano dialogheranno tra loro grazie a una selezione di libri e abbigliamento che approfondisce il contesto della mostra. Ci sarà inoltre la possibilità di acquistare stampe fotografiche realizzate dall’archivio di Ricky Powell a prezzi accessibili, un aspetto a cui il direttore teneva particolarmente, per permettere a chiunque di portare a casa un pezzo della storia di questo fotografo iconico.

Personalmente, per me è un sogno da ragazzina vedere incorniciate alcune di queste foto, che oltre a far parte della storia dell’Hip Hop, hanno fatto parte della mia storia e della mia vita. Ed è proprio questo che, per me, rende tutto così speciale.

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