Nel centenario della nascita di Franco Pinna (1925-1978), la Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito dedica al fotografo la mostra “Meridioni. Omaggio a Franco Pinna”, curata dall’Archivio Franco Pinna (Claudio Domini, Giuseppe Pinna), ideata da Claudio Domini e Giuseppe Pinna, e ospitata al Castello dell’Abata di Castellabate. Novantasei immagini, stampate con cura filologica e qualità museale, disegnano una geografia visiva che mescola pietre, volti e gesti: opere già acquisite alla storia della fotografia italiana e inediti che escono ora dalla penombra dell’archivio.
Il cuore è l’indagine sul Sud Italia condotta tra il 1952 e il 1963, suddivisa in quattro capitoli (Genti, Lavoro, Lutti, Rituali) e distribuita lungo cinque regioni – Lucania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna – che in quegli anni erano al centro di ricerche etnografiche e riflessioni sulla questione meridionale. Quell’immersione nel Meridione, la più radicale del suo primo decennio di lavoro, fu resa possibile dall’incontro con Ernesto de Martino, antropologo e guida intellettuale, che lo condusse dalle processioni polverose della Basilicata ai cortili assolati del Salento, aprendogli la via verso un’Italia arcaica e segreta, destinata a dissolversi.

Franco Pinna, tra documentarismo e impegno politico
Pinna fu insieme fotoreporter e militante: la fotografia come estensione della militanza, e la militanza come grammatica dello sguardo. Partigiano nella Resistenza romana, attivista del PCI (il Partito Comunista italiano), si forma come direttore della fotografia e fonda Fotografi Associati, cooperativa ispirata alla Magnum di Capa e Cartier-Bresson, dove l’idea di agenzia è già comunità di intenti. Nel 1952 e nel 1956 documenta la Lucania di De Martino; nello stesso ’56, con Franco Cagnetta, entra nelle borgate romane, inaugurando in Italia la “successione in serie” come linguaggio visivo. Il 1959 è l’anno della svolta: il fotolibro La Sila, seguito da Sardegna. Una civiltà di pietra, segna l’unione fra rigore formale e attenzione politica.
Il suo sguardo alterna l’istante decisivo alle sequenze paracinematografiche, le lunghe pose ai dettagli isolati. Pubblica su “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, e dal 1964 è il fotografo di fiducia di Federico Fellini. Una carriera che attraversa la cronaca, l’indagine sociale e l’immaginario cinematografico, sempre con la stessa ossessione per la verità dell’immagine.

Le spedizioni e il Meridione
Le spedizioni con De Martino – confluite nella trilogia meridionalista (Morte e pianto rituale nel mondo antico, Sud e magia, La terra del rimorso) – non sono semplici illustrazioni etnografiche: sono opere autonome, capaci di restituire la densità antropologica e poetica dei luoghi.cPinna si muove nei paesi della Lucania e del Salento con passo lento, fermandosi dove la vita sembra condensarsi: un volto affacciato su una soglia, una mano che stringe un fazzoletto nero, il filo di una processione che si perde dietro una curva di pietra. Dietro la lente c’è sempre l’attenzione politica: raccontare la povertà senza folclore, registrare l’ingiustizia senza trasformarla in spettacolo. Come Pasolini, Pinna sa che quei gesti e quei riti, pur segnati dalla fatica, sono anche tracce di una cultura che la modernizzazione spazzerà via. La sua fotografia è dunque, insieme, atto di testimonianza e atto di resistenza.

Genti, lavoro, lutti e rituali
Nei Meridioni di Pinna, la gente non è massa indistinta ma insieme di individui: nei suoi taccuini compaiono nomi, aneddoti, storie. I ritratti – un volto isolato in primo piano o un gruppo stretto attorno a un tavolo – parlano tanto quanto le immagini che mostrano il rapporto simbiotico tra corpi e paesaggi. Il lavoro è osservato come misura di dignità e indice di sfruttamento: le raccoglitrici di olive e gelsomini in Calabria, riprese per “Vie Nuove” e “Noi Donne”, sono figure scolpite nella luce dura del mattino, con le mani gonfie e i fazzoletti annodati dietro la nuca. Fotografie che denunciano senza mai cedere all’enfasi, precise come un rapporto d’inchiesta.

I lutti sono un teatro rituale: la morte come forza soprannaturale che destabilizza la “presenza”, secondo De Martino. Nel 1956 Pinna documenta la festa della Madonna di Pierno con la pazienza di un cineasta; nel 1959 raggiunge la piena maturità con le sequenze del tarantismo, il “gioco della falce” di San Giorgio Lucano, il ballo dell’“argia” a Tonara. Qui la fotografia diventa scrittura coreografica, archivio di gesti che sono già, nel momento in cui vengono fissati, memoria di qualcosa che non tornerà.


