Tra i vicoli che salgono verso Piazza Bresca, a pochi passi dal Teatro Ariston, il Festival non è soltanto un evento televisivo: è una geografia parallela fatta di relazioni, linguaggi che si intrecciano, piattaforme temporanee che diventano centri nevralgici. In questa mappa effimera si inserisce La T Space, progetto che nasce dall’esperienza sviluppata da Joydis con un format ormai consolidato e divenuto negli anni punto di riferimento per la valorizzazione del made in Italy nei grandi eventi internazionali; sino al 28 febbraio approda a Sanremo con una formula già sperimentata tra Venezia e Cannes, qui ripensata per il ritmo obliquo e diffuso della città ligure.
Non un semplice spazio hospitality, ma un dispositivo culturale. Talk, interviste, premi, incontri tra brand e artisti: la lounge progettata da Katia Lodi e animata dai media partner MOW Mag e La Ragione si configura come un hub in cui musica, impresa, design e arte dialogano in tempo reale. Un laboratorio attivo dalla mattina a notte fonda, dove l’ospitalità si trasforma in contenuto.

Dentro questo contesto stratificato, l’intervento di Giorgio Bartocci – membro della crew di street artists di Quadruslight seguita da Consiglia Farinella– agisce come una variazione luminosa sul tema dell’identità contemporanea.
Artista multidisciplinare nato a Jesi nel 1984 e formatosi all’ISIA di Urbino, Bartocci proviene da una grammatica urbana radicale: graffiti a dodici anni, muri che diventano superfici totali, edifici interi trasformati in organismi pittorici. Vive e lavora a Milano e da oltre vent’anni la sua ricerca indaga il rapporto tra uomo e territorio, tra tensione sociale e astrazione organica.
Le figure che abitano il suo immaginario — ectoplasmi allungati, volti dilatati, trame fibrose che sembrano muscoli o correnti marine — nascono da un gesto istintivo, ma si articolano in strutture complesse. “I miei murales non sono più pareti singole”, racconta. “Cerco sempre di dialogare con l’intero edificio, di cambiare la percezione dello spazio. È una questione di terra, di appartenenza”.
A La T Space Bartocci presenta opere realizzate con il metodo Quadruslight, progetto pionieristico dedicato esclusivamente alla produzione di lavori retroilluminati. Qui la luce non è un semplice supporto tecnico, ma una componente strutturale dell’opera. L’immagine non si limita a essere vista: si irradia.

“Siamo attratti da ciò che è illuminato”, osserva l’artista. “In un’epoca che ci distrae con un eccesso di informazioni, la luce diventa un codice. Le mie opere cercano una capillarità nell’arco delle ventiquattro ore, quasi un arco lunare: una materia diffusa che cambia con il tempo”.
Tra i lavori presentati emerge Mappamondo, evoluzione di un’icona che Bartocci sviluppa da anni: un volto affusolato, fisiognomicamente dilatato, in cui confluiscono tratti nordici, asiatici, tribali. Non un ritratto, ma una sintesi antropologica. “Quella faccia è la trasparenza di un’icona che porto avanti da tempo. È la dilatazione di tensioni sociali, politiche, economiche. Una geografia umana”.
Il volto si fa planisfero emotivo, superficie su cui si depositano stratificazioni culturali. La modernità liquida — per usare una categoria cara alla sociologia contemporanea — trova qui una resa visiva: identità fluide, confini porosi, sovrapposizioni continue.
Accanto a questa dimensione simbolica si colloca Riflessi Mimetici, titolo che gioca sulla contraddizione. “I miei camouflage sono iper visibili”, precisa Bartocci. “Non sono mimetici, sono l’opposto. Chiedono attenzione al nervo ottico”. Metallizzazioni, rifrazioni, multi-layer tropicali generano un cortocircuito percettivo. L’opera si comporta come un paesaggio visto dall’alto, una mappatura di connessioni.

Il dialogo con Quadruslight amplifica una ricerca che l’artista porta avanti da oltre quindici anni sul tema dei riflessi e delle superfici vetrose. La retroilluminazione LED introduce una dimensione immersiva e dinamica: l’immagine vibra, si espande, si trasforma in ambiente.
“È una triangolazione interessante”, sottolinea Bartocci, “tra design, arti applicate e arte pubblica urbana. Le opere luminose portano una vitalità continua. È come se la pittura non si fermasse mai”.
Non si tratta di una mostra in senso tradizionale, e lo stesso artista lo chiarisce con lucidità: “Qui c’è una parte più ludica, più veloce. Si gioca. Non è una sede espositiva classica, ma è proprio questa velocità a renderla interessante”.
Sanremo, con la sua storia sospesa tra musica, cinema e mondanità, diventa così un contesto coerente. Una costa che evoca epoche di scambi culturali e business creativo, oggi attraversata da un flusso incessante di contenuti digitali e presenza fisica.

All’interno de La T Space, le opere di Bartocci non decorano: strutturano l’identità visiva dell’ambiente. Introducono un segno urbano riconoscibile, ma traslato in una dimensione tecnologica. L’arte dialoga con l’architettura, con il design degli arredi Lyxo, con i dispositivi NFC e le interfacce digitali sviluppate per lo spazio.
In un Festival che moltiplica palchi e micro-palchi, la presenza di Bartocci agisce come una soglia luminosa: invita a sostare, a guardare, a rallentare per un istante. E in quell’istante, tra un’intervista e un brindisi, la pittura torna a essere ciò che è sempre stata — un campo di tensione tra visione e realtà.
La T Space consolida così la propria natura ibrida: piattaforma relazionale, salotto professionale, ma anche territorio di sperimentazione visiva. E nel cuore di Sanremo, a pochi metri dall’Ariston, la luce diventa linguaggio.


