Nel loro appello rivolto al governo britannico, e in particolare al ministro della Cultura, tre attori di primo piano come Benedict Cumberbatch, Alan Cumming e Benedict Wong sostengono in un intervento pubblicato dal “Guardian” che la prevista fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery rappresenti una minaccia non soltanto per l’occupazione e per il cinema indipendente, ma anche per il pluralismo culturale e informativo. “Chi decide ciò che possiamo guardare e ciò che possiamo sapere”, si chiedono i tre autori perché, quando un unico gruppo controlla contemporaneamente studi cinematografici, piattaforme streaming, televisioni e vasti archivi audiovisivi e giornalistici, la questione lambisce le dinamiche democratiche.
Un messaggio senza giri di parole che arriva in un momento in cui l’operazione di merger, valutata oltre 110 miliardi di dollari, ha già ottenuto il via libera dell’Unione Europea con alcune condizioni antitrust, mentre negli Stati Uniti è stata temporaneamente sospesa da un giudice federale dopo il ricorso presentato da una coalizione di dodici Stati, guidata dalla California, e contestata anche dalla Writers Guild of America.
Fin qui sembrerebbe una classica storia di concentrazione industriale contrastata dal sistema culturale ma destinata, nelle segrete stanze del potere finanziario, industriale e politico, a ricevere comunque un via libera. Il dibattito che accompagna questa fusione racconta però qualcosa di inedito: la crescente convinzione che oggi il controllo delle grandi piattaforme dell’intrattenimento equivalga anche al controllo di una parte dell’immaginario collettivo. Un terreno tutto sommato aperto a influenze e condizionamenti.

In arrivo una Hollywood trumpista?
Il magazine “Salon” ha accompagnato l’analisi dell’operazione finanziaria con una valutazione molto esplicita: la fusione rischierebbe di rendere Hollywood “più MAGA e più noiosa“. Una provocazione giornalistica che rispecchia però un timore sempre più diffuso negli Stati Uniti, quello che la nuova geografia dei media stia progressivamente riflettendo gli equilibri politici dell’America trumpiana piuttosto che limitarsi a una pur difficile convivenza, in attesa di tempi diversi.
Il riferimento al movimento MAGA non nasce soltanto dalla paura della concentrazione industriale, ma anche dal profilo dei protagonisti dell’operazione. La nuova Paramount ruota infatti attorno a David Ellison, fondatore di Skydance Media e figlio di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e una delle figure più influenti della Silicon Valley, scelto da Trump per gestire i progetti sull’IA. Ellison figlio, negli ultimi anni ha assunto una posizione sempre più vicina all’orbita politica trumpiana, sostenendo economicamente il Partito Repubblicano e mantenendo rapporti con l’entourage dell’ex presidente, fino a ipotizzare una trasformazione delle strategie editoriali e industriali della società, in particolare per la Cnn, di cui Warner Bros. Discovery è proprietaria.

È proprio questa connessione tra grandi capitali tecnologici, industria dell’intrattenimento e nuova destra americana ad alimentare le letture più critiche della fusione. Negli ultimi anni il rapporto tra politica e grandi conglomerati mediatici è cambiato profondamente. Oggi siamo più consapevoli che, al tempo dell’algoritmo, il potere si esercita in modo più sottile, attraverso le priorità editoriali, gli investimenti, le tecniche di distribuzione, la selezione dei progetti ritenuti economicamente e culturalmente “sicuri”. Si tratta di fenomeni nati e cresciuti tutti al di fuori della fase che precede questa fusione, ma oggi la prevenzione del rischio di “monopolio culturale” viene vissuta come più urgente.
La progressiva concentrazione del settore ha già ridotto drasticamente il numero dei grandi studios indipendenti. Se Paramount e Warner dovessero fondersi definitivamente, il panorama hollywoodiano vedrebbe ulteriormente restringersi il numero dei soggetti capaci di finanziare produzioni su larga scala e distribuire film globalmente. Non significa automaticamente che arriveranno film conservatori e “di destra”: a oggi questa convinzione appare come una semplificazione ideologica poco utile. Il problema, piuttosto, è la contrazione della pluralità dei centri decisionali che, sul lungo periodo, può influire sulla varietà dei progetti culturali e artistici. È questo il punto sul quale insistono anche, nel loro appello, Cumberbatch, Cumming e Wong: non siamo ancora in presenza di un’agenda politica esplicita, ma corriamo il rischio che fusioni di questa portata producano meno produzioni, meno spazio per il cinema indipendente, maggiore pressione sui lavoratori dell’industria e una concentrazione ancora più forte del potere mediatico.
Dalla crisi economica a quella creativa
Naturalmente esiste anche l’argomento opposto. I sostenitori dell’operazione osservano che Hollywood sta affrontando una trasformazione radicale: il dominio dello streaming, la contrazione del mercato televisivo tradizionale, gli investimenti miliardari di Netflix, Amazon e Apple hanno cambiato completamente le regole del gioco. In questa prospettiva, creare gruppi più grandi significherebbe semplicemente mettere gli studios americani nelle condizioni di competere con colossi tecnologici che dispongono di risorse praticamente illimitate e che, in questi anni, hanno contribuito da competitor alla crisi in atto. Una tesi economicamente plausibile che però non elimina la questione culturale. Cinema e televisione non sono industrie qualsiasi perché definiscono ciò che entra nel dibattito pubblico e influenzano le rappresentazioni del mondo passato e contemporaneo. In questo senso il riferimento al trumpismo, evocato da più analisti, va interpretato senza perdere di vista la questione generale. Non esistono prove che una futura Paramount-Warner diventi un apparato di propaganda conservatrice. L’attuale clima politico americano, però, sta rendendo o no sempre più espliciti i tentativi di pressione esercitati sulla produzione culturale?

Le polemiche degli ultimi anni intorno alla cosiddetta “woke Hollywood”, le campagne contro Disney, gli scontri sull’insegnamento della storia, le controversie sul ruolo delle piattaforme digitali e delle università mostrano come la cultura sia ormai uno dei principali terreni dello scontro politico negli Stati Uniti e in generale, con intensità diverse, in Occidente. Basti pensare alle polemiche furibonde esplose attorno all’“Odissea” nolaniana perché nel cast figurano una Elena di colore e un attore transgender nel ruolo di un soldato greco.
In questo contesto, ogni grande concentrazione mediatica viene inevitabilmente letta anche come una redistribuzione del potere simbolico. Non è un caso che le preoccupazioni espresse dai dodici Stati americani contrari alla fusione non riguardino soltanto i prezzi o la concorrenza, ma anche la possibile riduzione della produzione cinematografica e della qualità dell’offerta destinata al pubblico.
La domanda che resta aperta, dunque, riguarda non soltanto il futuro di due grandi studios hollywoodiani, ma il rapporto tra potere economico e produzione culturale. Non è dimostrato l’automatismo tra la fusione tra Paramount e Warner Bros. e l’arrivo di una Hollywood piegata alla propaganda conservatrice. Tuttavia l’operazione evidenzia in maniera grandiosa una trasformazione già in corso: le battaglie sull’immaginario oggi si combattono non solo sullo schermo ma anche nei consigli di amministrazione, nei mercati finanziari e nelle relazioni tra grandi capitali, giganti della tecnologia e potere politico.




