La moda è una macchina rumorosa. La creatività dovrebbe guidarla, ma da decenni è il mercato a tenere il volante e si trova davanti a un bivio: il lusso da un lato, la grande distribuzione dall’altro. In mezzo, un territorio di nessuno dove i trend circolano senza che qualcuno se ne assuma davvero la responsabilità. Poi, il 18 marzo 2026, arriva una notizia che fa svoltare tutto: John Galliano, uno dei direttori creativi più visionari della haute couture, firma una collaborazione di due anni con Zara, il colosso spagnolo del fast fashion. Sulla strada, è Galliano ora a guidare e a cambiare corsia.
Debuttante a 28 anni con un proprio brand, Galliano ha lavorato per Givenchy, Dior e Margiela, ultima Maison che lascia nel 2024. In piedi dietro le quinte di una sfilata, con la testa fasciata, gli occhi pesantemente truccati, un sorriso obliquo come i ritratti degli anni Trenta, oppure per strada con un trench indossato al contrario, Galliano è uno spirito libero e camaleontico, emulato dai giovani di tutto il mondo. Un artista puro, un regista che sceglie i tessuti come fossero un set, ogni sua sfilata reinventa la precedente.
Galliano – Zara è una collaborazione che può richiamare, pur con differenze sostanziali, quella che portò due fra gli artisti più geniali della New York anni Ottanta — Basquiat e Andy Warhol — a stringere un sodalizio che nemmeno loro avevano previsto: arte istintiva che si mescolava a quella serigrafica e seriale, la cui unione generò una produzione contaminata di citazioni. Anche in quel caso le domande furono molte e il dibattito acceso. Il tempo diede la sua risposta: mondi opposti avevano generato qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto fare da solo.
Per capire il peso di questa scelta che arriva a sessantacinque anni, vale la pena ripercorrere la traiettoria di Galliano che arriva alla direzione creativa di Christian Dior alla fine degli anni Novanta e ridefinisce il ruolo dell’alta moda con sfilate che sembrano nuovi mondi. Nel 2011 uno scandalo pubblico lo porta fuori dalla scena. Quando rientra, nel 2014, lo fa con Maison Margiela, marchio di avanguardia fondato su uno stile creativo che ragiona per sottrazione con tagli e linee minimali ma eccentriche. Galliano sposa quella decostruzione e la radicalizza rendendola appetibile tanto da far crescere le vendite, il suo tocco è riconoscibile ovunque. Nel 2024 esce dal gruppo per scelta.

Nella vita di uno spirito creativo, non ci sono strade da percorrere ma semplicemente svolte. A tenere il volante di questa trasformazione è Marta Ortega Pérez, presidente di Inditex dal 2022, che ha costruito la sua visione pezzo dopo pezzo attraverso cultura visiva, mostre, fotografia. È proprio in quel contesto che lei e Galliano si sono incontrati e sono diventati amici. Dietro alla macchina, insomma, c’è sempre qualcuno al volante e questa volta il punto di partenza è un’amicizia.
La collaborazione prevede accesso agli archivi Zara, libertà di decostruire e reinventare i capi delle stagioni passate. Non una capsule o un nome applicato all’interno di un prodotto già costruito: Galliano smonta e ricostruisce, esattamente come ha fatto nella sua storia di designer. Il suo è un gesto più radicale: dimostrare che il linguaggio della decostruzione non appartiene a nessun brand ma a chi sa utilizzarlo e avvicinarsi a una generazione di giovani designer che praticano l’upcycling che a lui si sono sempre ispirati.
Le voci critiche sottolineano che Zara non ha un archivio storico autentico da cui attingere, per cui Galliano lavorerebbe con materia che non appartiene a nessuna storia precisa eppure la storia esiste anche in un capo che resta. Qualcuno parla di resa creativa, di arte che non dovrebbe vendersi a prezzi da grande distribuzione. La contraddizione più pesante però è un’altra: l’uomo che ha portato il valore poetico e artigianale sulle passerelle di tutto il mondo ora collabora con uno dei marchi più criticati per impatto ambientale e sovrapproduzione.
Guardare a questa collaborazione solo dal lato di Galliano sarebbe un errore perché la storia è anche quella di Zara, colosso spagnolo che da tempo cerca un’identità più elevata: crescita rallentata, concorrenza ultra-low cost, campagne più sobrie e store concept firmati. Tentativi che non hanno ancora convinto né i consumatori né chi da anni osserva il settore con occhio critico, mentre il fronte della moda consapevole cresce e si fa più rumoroso. La stessa ambizione portò H&M a lavorare con i grandi designer dal 2004 in poi. Karl Lagerfeld aprì la strada con una collezione esaurita in un giorno, seguito da Stella McCartney, Comme des Garçons, Versace, Margiela, Balmain, Mugler. Un’intera generazione di giovani consumatori, quelli che non frequentano le sfilate ma riempiono i camerini o i carrelli online, ha scoperto quei nomi scorrendo uno schermo. Anche Zara ha costruito la sua famiglia di collaborazioni: Narciso Rodriguez, Stefano Pilati, e per i cinquant’anni del brand cinquanta creativi, da Pierpaolo Piccioli a Kate Moss, ciascuno con un pezzo in edizione limitata. Galliano è il punto più alto di una strategia che Zara stava già costruendo, in un momento in cui il lusso tradizionale perde la sua presa sulla fascia più giovane: quella che non crede più che un logo costoso garantisca appartenenza a qualcosa di speciale.

Chi legge questa scelta come un tradimento probabilmente non ricorda che Galliano ha sempre lavorato con il paradosso, tra il sublime e il kitsch, tra la strada e il red carpet. La decostruzione è il suo linguaggio stilistico e un archivio di capi ordinari è materia grezza e disponibile sul pronto con la quale un maestro può confrontarsi per far virare la macchina dall’interno. Quanto spazio creativo avrà il suo estro all’interno della macchina commerciale di Inditex è la vera domanda. A settembre lo sapremo. Nel frattempo, il dibattito che questa collaborazione ha già generato racconta che i vecchi codici reggono sempre meno.
Galliano per Zara non è uno scandalo, è una svolta. La creatività ora può mettersi al volante. La bellezza duratura della moda sta anche nel recupero di ciò che è stato prodotto e abbandonato, che fatica a trovare un secondo senso. Forse è proprio questa la svolta più importante: cosa Galliano sceglierà di fare con la materia che avrà tra le mani.



