Non si tratta di una fuga dalla realtà, né di una mera figurazione onirica: la pittura di Davide Quartucci, artista nato a Senigallia nel 2000, è la proiezione della dualità che abita l’essere umano e del costante equilibrio tra luce e ombra, fascino e crudeltà che permeano la nostra esistenza. Le sue opere diventano il teatro di un discorso universale sulla ciclicità della vita, in cui l’esistenza si manifesta come un dono prezioso, un universo magico e incantato, ma inevitabilmente malinconico e inquieto – un continuo confronto tra spensieratezza e fragilità, tra curiosità infantile e peso della consapevolezza.
L’ambivalenza della pittura di Quartucci emerge già dalla tecnica: una minuziosità cara ai surrealisti, in contrasto con scenari lontani da qualsiasi immaginario consueto. Ma la medesima ambivalenza è presente anche, e soprattutto, all’interno del suo mondo fiabesco: personaggi segnati dai solchi della vecchiaia e dal tempo, eppure piccoli e smarriti come infanti; atmosfere cupe e sospese che, nondimeno, accompagnano la vita, la nascita, la scoperta. I corpi anziani e rugosi che raffigura parlano da soli: raccontano la stanchezza e la fragilità della carne, proprio come quelli dei bambini e degli animali più minuti e indifesi; eppure, pur così affaticati, esplorano il loro mondo con ostinata meraviglia. Un mondo, tra l’altro, privo di una dimensione temporale definita: tutto è immerso in un’ambiguità sottile, in una dolce inquietudine amplificata dalle cromie profonde e tetre che avvolgono le scene.

In Petricore, tra i dipinti che più lasciano affiorare la profondità del suo mondo interiore, la vita pulsa in ogni angolo della tela: si vede, si odora, quasi si sfiora. È una presenza minuta e silenziosa, ma potente, che attinge la propria linfa da ciò che appare più fragile: un corpo disteso, forse stanco, e tuttavia ancora sorgente di vita, ancora natura. La vegetazione che lo avvolge lo ingloba lentamente, fino a confonderlo con sé. È precaria, e insieme inesauribile. Le vene che affiorano sulla pelle diverranno presto rilievi del suolo, forme della terra da cui proveniamo e a cui, inevitabilmente, faremo ritorno. L’atmosfera è cupa, eppure carica di vita. È proprio questa contraddizione a generare l’inquietudine che attraversa le sue tele: un’aura rarefatta ma profonda, in cui convivono nascita e morte, scoperta e perdita. La leggerezza dell’essere si misura con la pesantezza del vivere, senza possibilità di fuga. È, dopotutto, il gioco della vita: un ciclo in cui l’essere umano, fragile e impotente, torna alla terra da cui proviene – e così, all’infinito. Ho esplorato questo universo sospeso insieme al suo autore, per comprendere la radice profonda della sua poetica.

Davide, come è nato il tuo amore per l’arte? Ci sono state figure di riferimento che ti hanno accompagnato nel tuo percorso artistico?
Tutto è avvenuto senza il mio controllo, non poteva essere altrimenti. Sono sempre stato circondato dalla pittura: mia mamma è una pittrice, quindi la primissima influenza arriva principalmente da lei e dai suoi quadri appesi in casa, che hanno fatto parte della mia quotidianità fin da piccolo. Mi ha educato a uno sguardo poetico verso il mondo, a un’attenzione e un apprezzamento verso le piccole cose. Ho sempre avuto una matita in mano fin da molto piccolo e tutt’oggi porto con me gli insegnamenti di mia madre come un bagaglio molto consistente. Anche mio nonno ha avuto una forte influenza su di me. Oltre ad aver letto le sue poesie tragicomiche, porto nel cuore i momenti passati insieme a lui in cui mi disegnava “le serie”: la serie di animali, la serie di automobili, la serie di piante ecc. Dopo il diploma al Liceo Artistico mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il primo anno di Accademia mi ha aperto a diverse visioni e ho scoperto artisti da cui ho ricevuto tanti stimoli. Il primo artista che mi ha davvero folgorato è stato Paul McCarthy. Lo sento molto vicino a me, soprattutto per la sensibilità al trauma infantile, una presenza molto importante anche nella mia ricerca. Tra le personalità artistiche a me care, sono particolarmente legato al lavoro di Louise Bourgeois, Alberto Giacometti e Giorgio Morandi, e apprezzo molto quello di Miriam Cahn e Francis Alÿs. Ho guardato con fascino i film di Harmony Korine; anche la Disney ha avuto un ruolo importante nella mia crescita artistica: non solo i grandi classici, ma soprattutto i cortometraggi degli anni Trenta e Quaranta.

Nelle tue opere ricorre una sensazione di sospensione, un’atmosfera rarefatta e quasi malinconica. È il riflesso del tuo stato d’animo, una lettura della realtà stessa, o entrambi?
Credo che il mio essere artista nasca da uno stato di malinconia. Se una parte di me non provasse malinconia, non realizzerei questo tipo di lavori. L’ho provata fin da bambino, ed è proprio questo che dipingo: una proiezione di un mondo infantile, il tentativo di riscrivere una storia in chiave quasi fiabesca, ma senza dimenticare la presenza costante della malinconia, dell’asprezza. Tutto il mio lavoro propone una visione, io e i miei personaggi siamo attratti dalle piccole cose con sguardo puerile, ma mai privo di malinconia. L’infanzia è un momento di spensieratezza, di conoscenza, di gioco, ma quando incontra la crudezza si crea un forte contrasto. Questo contrasto si cela in tutti i miei lavori. Inoltre, sono spesso pervaso da un sentimento che è la vertigine della bellezza: saper apprezzare anche un piccolo essere vivente, bello e innocente come una lumaca, ma sapere al tempo stesso che si decomporrà, e che anch’io, come lei, tornerò alla terra. Questo è uno dei motori che mi spinge ad osservare e dipingere. Amo perdermi, amo la vita e la possibilità di sentirla, anche solo sentendone gli odori e vederne i colori. La vita è un dono speciale, ma non può che essere anche crudele e malinconica.

I tuoi lavori sono costantemente pervasi da un senso di ambivalenza: vita e morte, assenza e presenza, sogno e realtà, movimento e immobilità, innocenza e ferocia, che sembrano convivere senza mai annullarsi. Che ruolo ha per te questa tensione? In che modo si traduce nei tuoi lavori?
La dualità di cui parli ha un ruolo primario nella mia ricerca: è il vero fulcro della mia pratica. Sento che un lavoro è riuscito quando queste ambivalenze riescono a convivere nella stessa dimensione, senza forzature. Mi viene in mente Il nido, un lavoro che ho dipinto in una tela di grandi dimensioni che raffigura degli uccelli appena nati. Trasportare la realtà di un nido — così piccolo, fragile e intimo — all’interno di un formato tanto grande è, di per sé, un paradosso. Inoltre, il richiamo degli uccellini, un canticchio leggero, minimo e sottile, si trasforma nell’immagine in becchi spalancati che, pur mantenendo la loro innocenza, diventano urla. Io stesso, mentre lo dipingevo, non sapevo se fossi la loro madre o il verme. Quindi sì, l’ambivalenza nei miei lavori ha un ruolo essenziale.
Il tempo nelle tue opere appare sospeso e apparentemente assente, ma al contempo vivo: lascia le sue tracce nei volti, nei colori, nella rigogliosità della natura. In che modo dialogano, nelle tue opere, il tempo che sospende e quello che continua a respirare sotto la superficie?
Credo che la sospensione temporale evochi una calma apparente quasi fiabesca. E nella calma sospensione del tempo, ciò che crea contrasti è proprio quello che accade “sotto la superficie”.
I tuoi personaggi sembrano fragili, segnati dal peso del tempo – pelli grinzose, rughe –, ma anche curiosi e infantili. Chi sono per te? Come li scegli? E come mai si allontanano così tanto dalla “bellezza canonica”?
I miei personaggi sono la fusione dell’atteggiamento infantile del bambino e di quello dell’anziano, entrambi fragili per natura. Sono le età che più mi interessano. Sia il bambino che l’anziano sono infatti potenzialmente indifesi in mezzo alla crudeltà del mondo. Questi personaggi hanno dei gran nasoni: una caratteristica che proviene dall’immaginario cartoonesco, riconoscibile da tutti, e che dona un buffo senso di familiarità. Poi, la forma della testa e la sua dimensione mi interessano particolarmente: in esse vedo una componente di puerilità. Quando nasciamo siamo infatti tutti pelati, o comunque la forma della testa rimane visibile. È una caratteristica che ritorna anche nella vecchiaia, con la perdita dei capelli. Dell’anzianità mi piace indagare le forme del corpo – le rughe, le protuberanze, le piccole ossa sporgenti –, elementi che ritornano anche nel terreno, come sassolini o rilievi. È un suolo sotto il quale sembra ribollire qualcosa; la terra richiama le protuberanze umane. È la fusione di corpo, carne e terra. Questo discorso ha a che fare con la fragilità e l’organicità, con quel ciclo continuo in cui il corpo e la carne diventano terreno. Il tutto sotto una rilettura: niente di ciò che dipingo esiste in natura. È sempre una rivisitazione, una proiezione del mondo così come lo vedono i miei personaggi, in cui forme e colori hanno anche una componente psicologica. Credo che lo sguardo di un bambino o di un anziano nei confronti del mondo sia intimamente poetico. Loro stessi hanno corpi che raccontano, parlano da sé, anche senza parole, con una fragilità ben visibile a differenza di un corpo canonico.
Che valore ha l’intimità nel tuo lavoro e come trovi l’equilibrio tra ciò che scegli di rivelare e ciò che preferisci lasciare velato?
L’intimità ha un valore a me molto caro, ed è una componente che ricorre spesso nella mia poetica e nel mio sguardo. È un valore possibile solo con un accesso limitato alle cose della realtà. È quando abbiamo questo limite che siamo spinti a voler guardare con persistenza. Varcare un’intimità, oltre ad essere affascinante, presuppone anche una violazione, una violenza. Per esempio, guardando un formicaio, come posso non aver la spinta impulsiva a voler guardarci dentro per vederne le sue complesse strutture architettoniche e sociali? Ma non posso distruggerlo, e quindi mi limito a godermi i suoi segreti intimi, su cui posso almeno fantasticare. Ed ecco che interviene la pratica artistica, che mi permette sia di riproporre un’intimità velata, sia di distruggerla.
Infanzia e oniricità: la fantasia e l’immaginario infantile sembrano attraversare costantemente le tue opere. Da dove nasce questo interesse?
Il lato più onirico, in realtà, non ha niente a che fare con il sogno. Laddove emerge una dimensione più onirica, è soltanto la conseguenza di una visione distorta e disturbata di uno sguardo o di un sentimento. La crudezza del mondo, presente nei miei lavori, è sempre mascherata da una visione imbambolata. La sospensione del tempo di cui parlavo prima è proprio l’”imbambolamento”. Alcuni mi chiedono se i miei quadri siano una fuga dalla realtà verso un mondo altro: no, non è così. Tutti i miei lavori operano una “distorsione” poetica; anche quando sembrano appartenere a una dimensione diversa, non lo sono affatto. Sono proiezioni di un “imbambolamento” che portano ad una distorsione della crudezza, della violenza e del dolore. Il modo in cui dipingo – o più in generale, il modo in cui creo – è un mezzo per accompagnare lo spettatore in un luogo apparentemente soave, ma che, più lo si abita, più rivela le sue verità: tra queste, anche uno strazio demenziale.

Pittura, scultura, video, fotografia: come dialogano questi linguaggi nella tua ricerca? C’è un medium che senti più vicino al tuo modo di percepire il mondo?
Il medium che sento più vicino è la pittura: è ciò che stimola spontaneamente la mia visione quotidiana e il mio vivere il mondo. Tuttavia, ci sono anche intuizioni che bussano alla porta di altri media; ecco dunque che mi rivolgo alla scultura, o al video, o alla fotografia ecc. Accolgo queste chiamate sempre con stimolo e curiosità, poiché mi permettono di plasmare il mio immaginario in maniera fluida e mirata. Nel 2024, ad esempio, ho realizzato una piccola scultura in cera dal titolo I found this little bird: un uccellino sospeso tra il sonno e la morte, completamente illuminato da una torcia che, puntata su di lui, proiettava la sua ombra nel muro. L’opera nasce dal mio interesse per le avventure infantili che attraversanola mia ricerca: un uccellino appena nato suscita sempre curiosità – chiunque si chinerebbe a guardarlo, nonostante la crudezza dell’immagine. La torcia implica una presenza “che indica”, al limite con il voyeurismo, invadendo una fragilità intima che diventa a portata di tutti. Ho avuto l’occasione di esporre questo lavoro davanti ad un pubblico molto numeroso e variegato, e la cosa più forte a cui ho assistito è stata una bambina che interagiva con il fascio di luce, divertendosi a calpestare giocosamente l’ombra dell’uccellino. Citando un altro esempio, ad un’altra mostra ho collocato in una stanza Il russatore, la registrazione audio di un uomo che russava molto pesantemente, una presenza quasi mostruosa. Nella stanza accanto ho installato Il grillo: una semplice scatola di cartone da cui proveniva l’audio del frinire di un grillo. Riprendeva l’impulso e l’atto violento tipico dei bambini di inscatolare piccoli animaletti, trofei delle loro avventure bucoliche. Si era creato un dialogo contrastante tra i due suoni sovrapposti l’uno all’altro: il frinire soffocato del grillo entrava nella dimensione del russatore in modo quasi demenziale.

Noi della generazione Z ci troviamo a vivere un periodo storico caratterizzato da angosce, conflitti e incertezze. Molti giovani artisti esprimono questa inquietudine attraverso la loro arte. Ti riconosci in queste tematiche e le vedi riflettersi anche nel lavoro degli artisti della nostra generazione che ti circondano?
Sono dinamiche di cui tutti dobbiamo essere consapevoli e farci i conti, ma non fanno parte del mio lavoro. Per quanto mi riguarda, non mi interessa la componente di denuncia: credo che l’arte abbia potenzialità altre. Un’opera possiede una potenzialità la cui essenza non può essere diversa da sé stessa, quel qualcosa che non può essere né scritto né dicibile a parole. L’arte offre la possibilità di una visione, e a me interessa questo. Anche nella mia generazione vedo in buona parte una predisposizione verso questa strada.

Ti consideri parte di un movimento o una tendenza più ampia? E come vedi il ruolo dei giovani nel panorama artistico contemporaneo? Tendenze?
Sicuramente la figurazione oggi è ben presente: ci sono molti giovani artisti accomunati da questo linguaggio, ma non so dirti se potremmo essere collocati sotto dei movimenti. Per quanto riguarda il ruolo dei giovani, mi fa piacere vedere come le gallerie si stiano aprendo sempre di più a nuovi artisti, e come il pubblico giovane sia presente, curioso, partecipe.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi come artista? Dove ti vedi tra qualche anno, in termini di crescita e progetti?
Accolgo con curiosità e fiducia tutto ciò che il futuro mi riserverà. Sento che la cosa più importante per me sia continuare a maturare la mia sensibilità, renderla sempre più intima nei confronti delle cose del mondo, delle persone e dell’amore. L’amore è la chiave: è un grande stimolo, e tutto il resto viene da sé.


