Gen Z. Gherardo Quadrio Curzio, tra memorie d’infanzia e influenze fantasy

Milanese, classe 2000, Gherardo Quadrio Curzio ci porta in un universo sospeso, dove realtà e immaginazione si intrecciano come due poli complementari di uno stesso racconto. Nei suoi lavori convivono infatti la dolcezza del ricordo e l’ombra del mistero, il chiarore dell’infanzia e la vertigine dell’età adulta: un equilibrio fragile, raccontato attraverso figure ambigue, volatili di passaggio, corpi che sembrano emergere o dissolversi nella luce.

Dopo le collettive Animali Fantastici a Bologna, curata da Gianluca Marziani e Stefano Antonelli, e The New Dreamers a Milano, oltre ad altre collettive importanti cui è stato invitato, come “Per Grazia Ricevuta – Visioni Contemporanee dell’Ex-Voto” curata da Alberto Mattia Martini, Gherardo ha da poco chiuso la sua prima mostra personale alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano; il titolo scelto per quella mostra, “Due Mondi” (tratto dal romanzo Demian di Hermann Hesse), era la chiave per entrare in una pittura che parla non solo di crescita, ma anche di trasformazione e scoperta di sé, proprio come nel romanzo di Hesse, che segue il percorso del protagonista, il giovane Sinclair, dal passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Gherardo Quadrio Curzio, Il vento li spinge qua e là 5, 2025, acrilico su tela, cm 20×20

In questa interivista, Gherardo ci racconta la sua pittura, in cui la natura si trasforma in corpo e simbolo, gli alberi diventano presenze totemiche e la luce diventa narrazione: a volte rarefatta e notturna, altre intensa e quasi accecante. Le sue opere, in un’epoca ora mai dominata dalle immagini digitali sulle piattaforme social, sembrano muoversi con lentezza, come un rito silenzioso, un esercizio di attenzione. È infatti una pittura che, come ci spiega lo stesso artista, nasce dal desiderio di fermare il tempo, di restituire profondità alle visioni, di ritrovare – dentro l’incertezza di un presente precario – un luogo dove la meraviglia e il turbamento possano ancora convivere.

Gherardo, ti sei appena lasciato alle spalle la tua prima personale, avendo già al tuo attivo la partecipazione a collettive importanti, come Animali Fantastici a Bologna, curata da Gianluca Marziani e Stefano Antonelli, o The New Dreamers, a Milano, oltre a collaborazioni in altri campi come la cover di Rock Targato Italia. Ci racconti come sei arrivato a fare della pittura un mestiere? Quando hai iniziato e che formazione hai alle spalle?

Essendo cresciuto in un ambiente stimolante da questo punto di vista, ho sempre disegnato, e col passare del tempo sperimentato diversi modi per esprimermi. Ho cominciato poi a delineare maggiormente un percorso facendo della pittura il mio quotidiano, passando molto tempo in studio a cercare, in primis, di concentrarmi sulla pittura e sul costruire un mio linguaggio. Ho iniziato le prime partecipazioni a mostre collettive tra il 2022 e il 2023 fino ad arrivare a inaugurare la mia prima mostra personale.

Gherardo Quadrio Curzio, Il vento li spinge qua e là 1, 2025, acrilico su tela, cm 20×20

Il titolo della tua prima personale alla Galleria Bonelli, “Due Mondi”, nasceva da una citazione di Demian di Hermann Hesse, in cui si intrecciano il chiarore del nido e l’oscuro cammino della crescita. Come hai tradotto questa polarità nei tuoi dipinti?

Ho voluto in questa mostra declinare e ampliare una dualitá che in un certo modo è sempre stata presente nei miei lavori, in questo caso in maniera più approfondita e concisa. Il titolo rimanda alla dualità tra giorno e notte, tra infanzia e mondo esteriore e tra realtà e percezione e, come nel romanzo, ho voluto inserire questi apparenti “opposti” all’interno delle opere.

Nei tuoi lavori compaiono figure enigmatiche – antieroi, bambini, corpi sospesi – che sembrano vivere in un continuo stato di metamorfosi. Quanto sono autobiografici e quanto invece appartengono a un immaginario universale?

La mia preorogativa è sempre stata di conferire ai soggetti delle caratteristiche sfumate, in una dimensione vaga, che avessero dei rimandi a un immaginario conosciuto ma allo stesso tempo a qualcosa di indefinito, come mossi da un animo infantile di ricerca e gioco in un mondo sconosciuto da scoprire. Senza effettivamente averlo mai fatto apposta, riconosco che i protagonisti di questi dipinti prendano forma dalla mia immagine, rappresentando un mio modo di vedere le cose, che tuttavia cerco, contemporaneamente, di rendere il più universale e aperto possibile.

Gherardo Quadrio Curzio, Passaggi 4, 2025, acrilico su tela, cm 20×20

I volatili e le creature ibride sono una costante della tua pittura. Sembrano messaggeri, spiriti guida, simboli di libertà e di smarrimento allo stesso tempo. Come nascono e che significato hanno per te?

Nascono come elemento fugace, di passaggio, unico interlocutore sfuggevole, il cui passaggio determina il cambiare della luce e, al tempo stesso, della percezione della realtà. Gli uccelli sono annunciatori del desiderio di leggerezza, della libertà del volo, ma portano con sé anche il mistero impenetrabile della natura.

Nei tuoi quadri gli alberi non sono mai solo alberi: diventano corpi, simboli, presenze totemiche. Che ruolo ha questa fusione tra natura e figura umana?

L’intenzione è stata di contrapporre, nelle opere, questi alberi drammatici, duri, spogli, mossi, contorti come lavorati dal vento in posizioni ambigue, a un contesto del quadro invece più dolce e soffuso, come l’elemento tremendamente reale la cui presenza desta dallo scivolare in questa sorta di illusione.

Gherardo Quadrio Curzio, Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatre volte, 2025, acrilico su tela, cm 149×197

Guardando le tue opere, sembra che convivano elementi fiabeschi e inquietanti, meraviglia e turbamento. È una zona ambigua che ricerchi consapevolmente?

È venuta fuori un po’ da sé, poi però ho fatto in modo di giocare con questo meccanismo e svilupparlo.

La luce nei tuoi lavori è sempre protagonista: a volte notturna e rarefatta, altre volte intensa quasi accecante. Come nasce questo rapporto con la luce e in che modo costruisce la narrazione visiva dei tuoi quadri?

Nella mia prima mostra, in particolare, l’idea è stata un po’ quella di sfruttare le possibilità dello spazio per creare un percorso di grande luminosità che, cominciando con l’alba si manifestasse, suddivisa nei momenti nelle varie stanze, in diverse esplosioni di luce, che culminassero con l’esplosione della notte e una conseguente silenziosa calma.

Gherardo Quadrio Curzio, Fiori rotti, 2025, acrilico su tela, cm 149×197.

I tuoi lavori hanno un legame con il surrealismo, o richiami a universi pop e fantasy contemporanei. Ti interessa che il tuo lavoro venga collocato in una tradizione precisa, o preferisci che resti sospeso e aperto a diverse interpretazioni?

Preferirei tenermi lontano da delle etichette specifiche, ma senza dubbio mi piace immaginare e vedere alla realtà concentrandomi sulle contraddizioni che spesso la rendono assurda e ad i colori che la rendono irreale.

Letteratura, fiaba, filosofia visiva: oltre a Hesse, quali altre fonti influenzano il tuo immaginario?

Attingo senza dubbio a quello che è l’inconscio legato alla mia infanzia, quindi a tutto quel mondo di eroi viaggiatori e compagni animali dei racconti, dalla letteratura e in gran parte anche dal cinema.

Gherardo Quadrio Curzio, La luna offesa, 2025, acrilico su tela, cm 150×150.

Appartenendo a una generazione descritta come fluida e aperta, ma anche segnata da precarietà, senti che la tua pittura è in qualche modo una risposta a questo clima culturale?

Sicuramente lo è, inevitabilmente.

Guardando avanti, immagini che la tua ricerca rimarrà ancorata alla pittura, o sei curioso di esplorare altri linguaggi – video, installazione, digitale – per ampliare il tuo universo visivo?

La curiosità non manca, per il momento mi sto concentrando sulla pittura per approfondirla il più possibile, ma non escludo niente.

La tua generazione è cresciuta immersa nel digitale e nelle immagini veloci dei social. Perché per te la pittura resta il linguaggio centrale? È una scelta di resistenza, un bisogno di lentezza, o un modo per dare corpo a visioni che solo la pittura può restituire?

È forse scontato da dire ma essendo la pittura un mezzo riflessivo, che richiede tempo e lavoro, è sicuramente un linguaggio che risponde a questo genere di dinamiche: crescendo immerso nella profusione di immagini digitali ho sempre sentito il bisogno di delineare qualcosa di opposto, più concreto, che mantenesse anche l’esigenza di essere visto ed esperito.

Gherardo Quadrio Curzio, Non posso giocare con te, 2025, acrilico su tela, cm 120×120.

In contemporanea con la tua personale, avevi anche curato una mostra collettiva di giovani artisti, intitolata Broken Flowers (con Manuel Esposito, Cristiano Pizzi, Flaminia Veronesi, Davide Volpi, Andreas Zampella), accomunati da un approccio delicato e quasi fiabesco alla pratica pittorica. Senti che ci sia un comun denominatore nella scena della nuova pittura italiana, e ti senti insomma in sintonia con alcuni degli artisti emergenti della Gen Z?

Ho pensato, per la mostra Broken Flowers, a giovani artisti che avessero una caratteristica comune, ossia la capacità di raccontare il quotidiano e il comune con un personale sguardo: ironico e malinconico, infantile e decadente. Il comun denominatore che li definisce li avvicina molto anche alle mie opere, e a quello che un po’ ricerco anche nella scena contemporanea.

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