Ho conosciuto Iacopo Antonucci due anni fa: ad unirci è stata proprio l’arte. Ricordo ancora quella visita alla mostra di Bill Viola a Palazzo Reale. Alla mia domanda su cosa rappresentassero, secondo lui, alcune delle opere esposte, mi rispose: “Rappresentano tutto e niente allo stesso tempo”, parlandomi poi dell’analogia che ritrovava nella sua stessa pittura. Non posso negare lo stupore e la curiosità che provai e, guardandomi indietro, sono convinta che sia stato uno dei momenti che maggiormente ha plasmato il mio pensiero nei confronti dell’arte. L’indagine sulla figura umana di Bill Viola, che passa attraverso la danza, l’espressività del corpo e della mente, sono gli stessi territori esplorati da Iacopo, giovane pittore romano nato nel 2003, che tramite la pittura ad olio, indaga le diverse sfaccettature dell’animo umano.

Ho avuto modo di osservare da vicino l’evoluzione della sua pittura e la maturazione del suo pensiero. Nelle scene di intima quotidianità, rivela la complessità umana nella più pura semplicità dell’ordinario, evocando una silenziosa sacralità. Nei quadri di grande formato, invece, l’intreccio di corpi aggrovigliati dà voce alla tensione vitale e agli istinti primordiali che ci abitano. Mi è capitato di osservarlo al lavoro: il suo approccio alla tela è estremamente corporeo e violento, il suo tratto è energico, materico. È in questa maniera che Iacopo dà sfogo all’irruente energia vitale nelle più variabili forme. Da sempre la curiosità nei confronti di culture diverse dalla sua ha influenzato il suo percorso, e grazie ad una permanenza in Africa Occidentale, Iacopo è riuscito a toccare con mano una realtà lontana dalla sua, iniziando il cammino verso una pittura di unione, e di meravigliosi contrasti culturali e sociali.

In questa intervista, ho cercato di sondare la sua poetica, il suo metodo di lavoro, le sue fonti di ispirazioni e la sua storia di giovane artista in crescita.
Iacopo, parlaci di come è nato il tuo amore per l’arte: è una passione che affonda le radici nella tua infanzia o è più recente? Ci sono state figure di riferimento che ti hanno influenzato o artisti a cui ti ispiri?
La mia passione per il disegno e la pittura è nata quando ero ancora un bambino. Sono sempre stato molto curioso e creativo: inventavo storie, fumetti e personaggi immaginari. Alle scuole elementari ricordo di aver ritratto alcuni miei compagni di classe. Il passaggio dal disegno alla pittura è avvenuto all’eta di 11 anni circa, quando dipinsi il mio primo quadro, un ritratto di mio padre. Durante l’adolescenza ho continuato a coltivare la mia creatività, tramite la pittura, il sassofono, i tatuaggi e la street art. Il mio percorso è totalmente autodidatta, se non per un corso di pittura tenuto anni fa dal pittore Bernardo Siciliano. Nonostante non venga da una famiglia di artisti, ho avuto modo di avere molti scambi costruttivi con amici. Mi hanno fatto capire cosa vuol dire amare un quadro, o una semplice pennellata, come se fosse la cosa più straordinaria del mondo. Lucian Freud e Francis Bacon sono sempre stati i miei pilastri, gli unici a cui ho sempre fatto riferimento. Negli ultimi anni anche internet è un mezzo che mi porta a molteplici fonti di ispirazioni e riflessioni.

La tua pittura racconta scene di vita quotidiana, spesso molto intime. Come scegli le scene da rappresentare? Cosa ti affascina del quotidiano e cosa speri di comunicare al pubblico?
Le mie opere nascono da un bisogno quasi fisico. La scelta dei soggetti deriva dalla selezione di fotografie che quasi quotidianamente scatto. Credo che nelle scene di vita quotidiana risieda la complessità umana nella sua forma più autentica, che spesso racconta molto di più di mille parole. Sia quando rappresento la caoticità dei corpi aggrovigliati, sia quando rappresento i miei affetti, la pittura è uno specchio che mi pone di fronte alla potenza della vita. È la vibrazione che voglio esprimere in un labbro che trema, per esempio. Se il centro del quadro non è quel piccolo tremore di vita, il quadro nasce morto.

Raccontaci della tua esperienza in Africa occidentale: com’è nata la curiosità per il vudù e in che modo questa esperienza ha influenzato la tua pittura?
L’Africa è un enorme continente che osserviamo dalle nostre confortevoli case. Ne sono sempre stato affascinato, anche se non saprei ancora descriverne fino in fondo il motivo. Ho sempre immaginato situazioni diverse che mai avrei potuto vedere nell’Italia in cui sono cresciuto. La passione per la musica africana, e in generale di paesi distanti dal mio, ha sicuramente influenzato la mia curiosità. L’interesse per il vudù e per la cultura africana è cresciuta grazie ad un amico che, tornato dal Benin (Africa Occidentale), mi portò oggetti rituali che gli aveva dato un chief (una figura accostabile a quella di uno sciamano). Ricordo del sapone fasciato da foglie secche, alcune pozioni e un sonaglio ricoperto di fili bianchi. Grazie a lui ho avuto la possibilità, quasi per caso, di andare in Benin. Una galleria del posto mi finanziò un soggiorno e un’esposizione. Sono partito senza sapere dove avrei dormito, e nei tre mesi in cui sono stato lì ho cambiato cinque luoghi e due città, lavorando e dormendo prima in un posto, poi in un altro. Cogliendo l’occasione, ho potuto approfondire la cultura locale tramite la pittura, dipingendo e esponendo una decina di quadri. Prima di lasciare l’Italia ho studiato la cultura passata e presente del posto, scoprendo figure come Legba, divinità degli incroci e degli opposti. Incuriosendomi, ho iniziato a condurre una ricerca più ampia, approfondendo luoghi come il Sudamerica o l’India. In ogni cultura del mondo, rappresentata in modi diversi, ho ritrovato la figura che rappresenta l’insensatezza umana, caratterizzata da incroci e contrasti: bene e male, maschio e femmina.

Una volta lì, ho dipinto ciò che vedevo. L’impatto con la realtà è stato davvero intenso. Da parte della popolazione, nei confronti degli occidentali, ho visto un ventaglio di emozioni contrastanti, come insicurezza, repulsione e curiosità. Al contrario, da parte dei pochi occidentali che ho incontrato, erano evidenti i sensi di colpa e l’incoerenza, portando quello che dovrebbe essere uno scambio reale a cliché intrisi di superficialità. Ho conosciuto persone che sognavano di venire in Europa, e altre che non volevano metterci piede. Ho visto la disperazione, la resilienza, la buona volontà e la fraternità. Di conseguenza, questa esperienza mi ha fatto riflettere sul senso dell’essere un pittore e su cosa vuol dire dipingere, considerandole realtà intrinseche alla cultura europea. L’idea che il ruolo del pittore sia associato direttamente al privilegio europeo, ha influenzato molto il modo di vedere la pittura oggi.

La tua produzione pittorica è interamente caratterizzata dalla pittura figurativa ad olio. Ti piacerebbe esplorare la pittura astratta o cimentarti in altre tecniche artistiche?
Sì, perché no. Sono aperto a qualsiasi sperimentazione artistica, ma per il momento sento che la pittura figurativa è quella che mi offre il ventaglio più ricco di possibilità. Quando dipingo dal vivo, mi sembra di creare un teatro. Assumo un ruolo, una parte, e sento di potermi relazionare nella maniera più completa con i miei sentimenti. Mi sembra di essere consapevole della mia esistenza e di poterla esprimere al massimo. Quindi, in un certo senso, credo già di andare oltre la rappresentazione figurativa…

Hai mai pensato di esplorare l’arte attraverso nuove tecnologie? Come pensi che l’innovazione tecnologica possa influenzare l’evoluzione dell’arte contemporanea?
Penso che il progresso dell’arte e l’evoluzione tecnologica siano sempre andati di pari passo influenzandosi a vicenda. L’idea di integrare la tecnologia nel mio lavoro mi attira, potrebbe essere interessante “codificare” e digitalizzare le pennellate. Prima però, voglio approfondire ancora di più la realtà, per scoprire le infinite possibilità che mi può offrire.

Come vedi l’evoluzione della pittura figurativa nel contesto dell’arte contemporanea, e in che modo pensi che il tuo lavoro possa contribuire a questa evoluzione?
Penso che il mondo abbia già deciso che direzione prendere, indipendentemente dalla nostra volontà. Sono stufo di vedere la pittura figurativa legata, sopratutto, a un accademismo ridondante. Se vivrà, vivrà come una risorsa per ritrovare sé stessi e la bellezza, nella semplicità delle nostre stesse mani, quasi come un rituale. Il mio lavoro contribuirà tramite tocchi di umanità, spruzzi di colore e scintille d’amore.

Ti consideri parte di un movimento o una tendenza più ampia? E come vedi il ruolo dei giovani nel panorama artistico contemporaneo?
È una domanda complessa. Mi sento parte di chi, come me, è in cerca di un luogo in cui la spontaneità e la sincerità prevalgano come valori principali. La pittura si sta riaccendendo per un vero e proprio bisogno. Non è un percorso scontato: non ci sono linee guida, regole o canoni. È lo specchio di un’identità che l’accademia d’arte non può insegnare. Motivo per cui chi intraprende il mio stesso percorso, tende spesso a isolarsi. Penso ci sia un’ossessività nella pittura, un’alienazione. Per quanto mi riguarda, trovo interessante che, quando finisco di lavorare a un quadro, alzo gli occhi e vedo il mondo con gli stessi canoni con i quali mi sono ossessionato mentre lo dipingevo.

Noi della generazione Z ci troviamo a vivere un periodo storico caratterizzato da angosce, conflitti e incertezze. Molti giovani artisti esprimono questa inquietudine attraverso la loro arte. Ti riconosci in queste tematiche e le vedi riflettersi anche nel lavoro degli artisti della nostra generazione che ti circondano?
Sono stanco di queste tematiche. Bisogna accettare la paura, ma non far sì che essa detti chi siamo. Non dev’essere il caos a governare noi, ma noi a dominare lui. Basta poco per vedere le cose da una prospettiva vitale e non chiusa: un amico, un tramonto. La risposta sta nella semplicità, nella fraternità e nell’amore per la terra, senza paura di affrontare il mondo, per quanto complesso sia. L’irrequietezza va sfruttata per agire, non per sperare soltanto. Il motore che porta avanti me, e giovani come me, a intraprendere un percorso artistico, è la fiducia che ci possa essere qualcos’altro, un mondo più autentico.

Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi come artista? Dove ti vedi tra qualche anno, in termini di crescita e progetti?
Ho parecchie idee per il futuro, come abbandonare i riferimenti fotografici, anche per quadri molto grandi e complessi con molteplici soggetti sia umani che animali. Per ora però voglio approfondire il più possibile la rappresentazione del caos e dell’irrazionalità in ogni contesto e nelle sue più mutevoli forme. Il mio obiettivo è quello di tracciare un filo di unione tra situazioni sempre più grandi e complesse, con il fine di far respirare l’arte fuori dagli spazi asettici, e sempre meno frequentati, che sono i musei e le gallerie d’arte. Sarà da questo che poi, inevitabilmente, nascerà qualcos’altro.




Domande intelligenti che hanno saputo far emergere la personalità di questo giovane artista . Artista dalla vivacità intellettuale e determinazione promettente.
Artista dalle idee chiare sul suo percorso ,fuori da formule conformiste .
Da autodidatta la sua capacità di raffigurare non solo col pennello, ma col cuore, lo rende molto interessante e profondamente vero .
Questo è quello che arriva a chi osserva .