Gen Z. Leone Solia: “Il sacro, la politica, la rabbia e l’amore. Per me è questo fare arte”

Mi incuriosisce sempre osservare come la dimensione del sacro, un tempo vissuta, condivisa e continuamente rappresentata tanto sul piano testuale quanto su quello estetico, possa oggi dialogare e intrecciarsi con una cultura contemporanea che sembra aver smarrito ogni forma di trascendenza. Il sacro implica silenzio, attesa, ricerca ostinata di qualcosa che supera il sensibile: un aggrapparsi a una forza invisibile che per secoli ha orientato il mondo e le coscienze. Oggi, quella tensione verso l’oltre sembra essersi trasformata in altro: nel consumo, nel mercato, nella tecnologia, nel flusso incessante di immagini che scorrono e si sostituiscono.

Leone Solia (Milano, 2000), giovane artista della Generazione Z, dopo anni di studio sull’iconografia sacra e una lunga pratica del collage che lo ha accompagnato per oltre quindici anni, inaugura a Palermo la sua ultima mostra personale, Icone di scarto, presso il Palazzo Costantino e di Napoli ai Quattro Canti. In questo stesso orizzonte di ricerca si colloca anche la partecipazione di Solia alla 61ª edizione della Biennale di Venezia, all’interno di un evento collaterale promosso da Fondazione Tissali presso Palazzo Donà dalle Rose. Nello stesso palazzo troverà sede anche, per la prima volta, il padiglione nazionale della Repubblica della Guinea Equatoriale.

Le Icone di scarto non rivendicano un’univoca e dichiarata interpretazione. Rimandano piuttosto a una vasta genealogia di iconografie ricorrenti nell’arte antica: un topos archetipico di ieraticità essenziale, di compostezza primitiva e severa. Affiorano echi di totem e guardiani, di Gudea, di ex voto, dei koúroi della Grecia arcaica e delle figure sacre e statiche del Medioevo; ma soprattutto richiamano le antichissime sculture lapidee Statue Stele, caratterizzate da forme slanciate, sottili, e da un aspetto umanoide stilizzato. La loro aura enigmatica è come quella che emerge nelle Icone di scarto di Solia, dove la definizione dei tratti somatici del volto e del corpo non è centrale. La presenza umana è soltanto suggerita, eppure si avverte con forza, come accade di fronte a un’immagine sacra entrando in una chiesa, dove la forma si carica di un significato religioso, mistico e rituale.

Questo interesse iconografico si intreccia con la necessità dell’artista di far emergere, attraverso una gestualità spontanea e impulsiva, sentimenti primari come rabbia e amore, nuclei fondanti della sua ricerca. In passato tali tensioni si traducevano in una minuziosa indagine iconografica attraverso libri e archivi, da cui prendeva forma una pratica del collage affine al dadaismo berlinese, ricca di sfumature sociali e di denuncia. L’horror vacui che domina i collage di Solia, portatore di una dimensione anacronistica e provocatoria, potrebbe essere descritto con le parole di Max Ernst, che definiva il collage “la nobile conquista dell’irrazionale, l’accoppiamento di due realtà, inconciliabili in apparenza.”
Il concetto di accoppiamento di due realtà apparentemente opposte può essere traslato anche nella pratica successiva al collage: nel dialogo tra la sacralità delle opere e la cornice laica del Palazzo Costantino e di Napoli ai Quattro Canti così come, su un piano più ampio, nel contrasto tra la portata spirituale e una contemporaneità sempre più materialista. È in questa tensione che continua a giocarsi quella “nobile conquista dell’irrazionale”.

Le tue opere sono attualmente in mostra a Palermo, negli spazi storici di Palazzo Costantino e di Napoli ai Quattro Canti: ti va di raccontarci che esperienza è stata per te, cosa ti porti dietro da questo percorso e in che modo il contesto – la città, l’architettura, l’atmosfera del luogo – ha influenzato il modo in cui lo hai vissuto?

La mia esperienza a Palermo costituisce la seconda parte di residenza artistica che ho avuto il piacere di fare con Fondazione Donà dalle Rose. I primi tre mesi di residenza li ho trascorsi a Venezia, città in cui vivo dal 2020 e dove ho realizzato quattro mostre personali. Exodology, tenutasi a giugno del 2025 presso Palazzo Donà dalle Rose, è stata la prima parte di un processo di sperimentazione e cambiamento: dopo anni di collage sono approdato a un linguaggio più essenziale, in cui i miei pittogrammi hanno iniziato a prendere forma.
Successivamente mi sono trasferito nella sede secondaria della Fondazione, adiacente alla Cattedrale di Palermo. Grazie a questa opportunità ho conosciuto Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona e Cesira Palmeri di Villalba. La mia permanenza di tre mesi a Palermo è stata davvero importante per me, e non solo a livello artistico. Adesso, a quasi ventisei anni, sto attraversando un periodo di grande cambiamento, accompagnato anche da un momento di crisi personale, che l’esperienza palermitana ha contribuito ad alleviare. Mi ha aiutato a comprendermi meglio, a indagarmi, a restare solo con me stesso. Icone di scarto non è stata soltanto un’indagine sull’iconografia decadente che mi circondava – quindi un’operazione site-specific legata al palazzo, un luogo fatiscente, in rovina, dove cadono tegole e alcuni soffitti sono distrutti – ma anche il riflesso di un’indagine interiore che la città e lo spazio hanno rimandato su di me. Palermo è una città incredibile: l’accoglienza, il rispetto e la libertà che emana mi hanno dato moltissimo e hanno influenzato profondamente il lavoro. In qualche modo, è stata una restituzione alla città stessa.

Chi sono i protagonisti della mostra e come dialogano con lo spazio? Secondo te, la loro aura cambierebbe fuori da questo contesto o esiste un legame imprescindibile tra opera e luogo?

Questa iconografia sacra è innanzitutto libera da qualsiasi interpretazione: non amo dare definizioni limitanti ai miei lavori e chiunque può vederci qualcosa di personale. Durante Exodology, per esempio, la Trinità ha avuto almeno una cinquantina di interpretazioni diverse.
Icone di scarto è una riflessione sul sacro in cui ho cambiato la soggettività: non è più un’iconografia da venerare, come la Trinità, come lo è stata per duemila anni di storia. Qui è l’iconografia che osserva lo spettatore, talvolta in modo giudicante. 
Queste icone non si sono rivelate soltanto a Palermo, anche se quel palazzo è stato sicuramente il luogo perfetto per accoglierle, con l’onestà necessaria perché potessero emergere. Icone di scarto è pero un progetto più ampio che mi terrà occupato per i prossimi anni, sperimentando anche diversi medium o materiali. Oltre a Palermo, le Icone si sono rivelate in un bosco ai piedi del Monte Rosa – dove le ho dipinte sopra una cinquantina di alberi – a Venezia, in Francia…. Palermo è stata sicuramente ricettiva, ma il mio intento è di portare queste icone ovunque, farle emergere in contesti diversi. Certo, il luogo deve avere una sua energia, una giusta ricettività per ospitarle. Palermo, da questo punto di vista, mi ha aiutato molto.

Che ruolo ha il sacro nella tua pratica? Cosa ti ha portato a evocarlo in modo così allusivo e silenzioso nella mostra “icone di scarto”?

Il sacro ha un ruolo nella vita di tutti noi. Io sono ateo, molto razionale, ma anche un sognatore romantico: per questo sono sempre stato affascinato dalle spiritualità, dai miti e dai misticismi. Per dieci anni ho lavorato con il collage, sfogliando e recuperando libri nelle cantine. Ho iniziato come assistente di Felipe Cardeña, poi ho continuato a Venezia. Ho accumulato moltissimi libri, molti dei quali dedicati all’iconografia sacra. Nonostante abbia sempre nutrito un forte risentimento verso la Chiesa cattolica per le atrocità commesse nella storia, sono rimasto affascinato dalla potenza simbolica del sacro. Credo che oggi un artista non possa prescindere dall’impegno politico. Nel XXI secolo, non riesco a immaginare un’arte priva di una posizione. Il mio lavoro sul sacro è proprio questo: una riflessione sulla contemporaneità. Cerco di lasciare allo spettatore uno spazio aperto, con la possibilità di una sua libera interpretazione. In Icone di scarto è stato proprio il palazzo a parlarmi: ho trascorso un mese lì dentro, da solo, a vagare, finché non ho sentito questa necessità. 

Il tuo è un gesto essenziale e primitivo: che ruolo hanno spontaneità, impulsività e inconsapevolezza nel tuo processo creativo? E in che modo questa tua identità pittorica si confronta o si discosta dalla pratica del collage che caratterizzava il tuo lavoro precedente?

Spontaneità e impulsività sono fondamentali nel mio processo artistico. Nonostante fosse una pratica più lenta e più ragionata, anche quella del collage, aveva una componente di furore, dettato da un motore interiore che non riesco a spiegare a parole. Mi capita di passare del tempo in cui non produco nulla, ma quando arriva la necessità, le lascio spazio. Dare spazio a questa impulsività creativa è ciò che mi fa stare bene.

Che rapporto hai oggi con la tua identità artistica passata, in particolare con la stagione dei collage?

Molte persone, che siano amici o collezionisti, mi dicono di non rinnegare i miei lavori passati, ed è giusto così. Riconosco però una maturazione artistica, e non tutti i miei collage passati li apprezzo ancora; alcuni li trovo persino banali. Sono consapevole però che sono stati necessari, li ho fatti in momenti di necessità, per questo rimango fiero del lavoro sul collage che ho fatto per quindici anni e non mi pento di niente. Gli ultimi che ho prodotto e che ho avuto l’opportunità di esporre a Venezia nel febbraio del 2025, mi sono piaciuti particolarmente e penso che siano i migliori che abbia mai fatto. Dopo quella soddisfazione, ho sentito di poter chiudere un capitolo ed essere pronto per iniziarne un altro. Parecchie persone si sono stupide di questo mio cambiamento quasi radicale: dai collage molto densi e ricchi di storie, sono passato a un segno primitivo, a un pittogramma essenziale. Oltre al gusto critico, in me convivono due forze dominanti: rabbia e amore. Entrambe chiedono di essere espresse e urlate al mondo, che sia in un modo o nel suo opposto. Per questo non vedo una grande differenza di intensità tra la pratica passata e quella attuale; cambia il linguaggio, non l’urgenza.

In che direzione immagini che possa evolversi questo progetto nei prossimi anni?

Questa è una domanda a cui non so rispondere con certezza. L’esperienza a Palermo mi ha fatto capire che questo è quello che voglio fare nella vita. Spero di poter continuare a sperimentare e dipingere, anche se non è semplice, soprattutto dal punto di vista economico. 

C’è stata una figura di riferimento – un mentore, un’artista o un’influenza – che ti ha accompagnato in questi anni nel tuo percorso artistico?

Da giovanissimo, tra i 13 e i 19 anni, ho lavorato come assistente dell’artista Felipe Cardeña insieme alla sua crew. È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere tanti artisti, curatori e critici d’arte, entrando a contatto con il mondo dell’arte pop milanese. È con queste basi che a vent’anni ho deciso di partire lasciandomi Milano alle spalle e a Venezia è iniziato un nuovo capitolo della mia vita.  Per quanto riguarda artisti che stimo e che apprezzo particolarmente, il performer russo Pyotr Pavlensky è sicuramente uno di questi. In lui vedo tanta rabbia, sentimento che spesso, insieme all’attivismo politico, guida la mia creatività.

Ti consideri parte di un movimento o una tendenza più ampia? E come vedi il ruolo dei giovani nel panorama artistico contemporaneo?

Questa è una domanda interessante… sì, mi considero parte di un movimento perché mi considero parte di una generazione che non si arrende. La mia eroina è Greta Thunberg. Mi sento vicino a un movimento giovanile che si oppone al capitalismo sfrenato e alla banalità del male. Credo che l’arte, in qualsiasi forma, sia uno strumento potente per avvicinare le persone alla cultura e alla consapevolezza. Alla fine, anche quando attraversata dalla rabbia, l’arte è un atto d’amore

Noi della generazione Z ci troviamo a vivere un periodo storico caratterizzato da angosce, conflitti e incertezze. Molti giovani artisti esprimono questa inquietudine attraverso la loro arte. Ti riconosci in queste tematiche e le vedi riflettersi anche nel lavoro degli artisti della nostra generazione che ti circondano?

Sì, certamente mi riconosco in queste inquietudini. È vero che esiste una mercificazione dell’arte, ma è sempre stato così. Un artista vive inevitabilmente dentro il sistema che critica. 
Negli ultimi anni stiamo assistendo a stravolgimenti profondi, e sono proprio questi i momenti in cui emergono gli artisti più potenti. Quindi, se per il mondo stiamo entrando in uno dei periodi più bui degli ultimi decenni, nel mondo dell’arte nascerà tanto potenziale. Mi sono sempre sentito un po’ una pecora nera: ho fatto sei mostre personali in modo anticonvenzionale, senza Accademia, dopo un liceo scientifico travagliato. Ho sempre messo la pittura al primo posto. Questo percorso mi ha creato difficoltà nel riconoscimento istituzionale, nonostante tredici anni di impegno nell’arte. È qualcosa che mi tormenta, ma non mi arrendo. Anche la mia arte parla di questo.

Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi come artista? Dove ti vedi tra qualche anno, in termini di crescita e progetti?

Il mio obiettivo è vivere di arte, viaggiare il più possibile e lasciare una traccia in ogni luogo. Voglio continuare a imparare, conoscere e amare. So che a volte bisogna scendere a compromessi, ma spero di non doverne fare troppi.

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Cecilia Severini
Cecilia Severini
Cecilia Severini (Milano, 2003). Iscritta alla scuola di Valorizzazione del Patrimonio Artistico Culturale presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, ha una formazione pratica nel disegno e nelle tecniche di incisione grafica, e coltiva una grande passione per la storia e la critica d’arte. Ha collaborato con gallerie e musei tra Roma e Milano, occupandosi di testi espositivi, comunicati stampa, locandine, allestimenti e attività di accoglienza. Segue attivamente mostre, fiere e conferenze, coltivando una scrittura critica personale e sviluppando un approccio consapevole al panorama artistico attuale.

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